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Biancaneve – Un piccolo inizio

Biancaneve (1937) di David Hand è il primo Classico Disney in assoluto, la prima grande scommessa di Walt Disney di colmare un vuoto del mercato che nessuno pensava andasse colmato: creare un lungometraggio animato.

Infatti, a fronte di un budget di appena 1.5 milioni di dollari – circa 32 milioni oggi – fu un enorme successo commerciale, fra i più grandi incassi nella storia dell’animazione, incassando complessivamente 418 milioni di dollari.

Di cosa parla Biancaneve?

Walt Disney riprese le mosse dal classico dei Fratelli Grimm, cercando il più possibile di alleggerire la storia, ma mantenendo comunque non pochi elementi grotteschi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Biancaneve?

Assolutamente sì.

Biancaneve è una pietra miliare nella storia del cinema, che sorprende ancora oggi per la grande attenzione al dettaglio e alla cura per una tecnica di animazione sostanzialmente avanguardistica, che dà il meglio di sé nei momenti più orrorifici.

D’altra parte, il primo Classico Disney è anche un compromesso storico con un’animazione al tempo dominata da cortometraggi con gag e storie minuscole, cercando di dare un più ampio respiro ad una storia che, tutto sommato, non ne ha molto.

Insomma, da riscoprire.

Biancaneve tecnica animazione

I Walt Disney Studios non sapevano animare le persone

La maggior parte della produzione fino a quel momento era stata quasi esclusiva di personaggi di animali antropomorfi, con il primo test su personaggi invece umani con il corto La dea della primavera (1933), la cui protagonista fu di grande ispirazione per le animazioni di Biancaneve.

Il character design fu un altro ostacolo importante: mancando un’iconografia fissa, gli animatori avevano grande libertà in merito, seguendo le direttive di Walt Disney, che voleva un personaggio innocente e affabile, la ragazza della porta accanto.

Il punto di svolta fu il coinvolgimento di Grim Natwick, autore di Betty Boop: nonostante Walt Disney non volesse un personaggio così sensuale, ammirava le capacità dell’animatore che aveva dato vita a diversi personaggi femminili.

E così, infine, Biancaneve divenne mora.

Nella fase produttiva, furono essenziali i modelli umani.

La principale ispirazione fu Marge Champion, al tempo ballerina e attrice quattordicenne, i cui movimenti vennero ampiamente studiati per rendere il più possibile credibile il personaggio, soprattutto nei momenti di danza.

E, nonostante le diverse opposizioni interne, venne ampiamente utilizzato il rotoscopio, in cui le scene venivano ricalcate da partire da una pellicola filmata in precedenza, in quantità e modalità diverse a seconda delle necessità.

Minimo

L’incipit di Biancaneve deriva da un grande compromesso.

Come vedremo più avanti, la riduzione ai minimi termini dell’antefatto fu necessaria in quanto l’incipit originale era fin troppo inquietante per un film per bambini: semplicemente, all’inizio scopriamo la bruciante invidia di Grimilde per la protagonista.

E il dialogo della strega con lo Specchio, da cui finisce infine per essere ammonita, è funzionale all’introduzione di Biancaneve stessa, raccontata come una ragazzina dall’aspetto piacente, nonostante i tentativi della Regina di imbruttirla.

Infatti, mancando di un antefatto esplicativo, Biancaneve punta molto sulla caratterizzazione della sua protagonista.

Nella sua prima apparizione Biancaneve è idillica, quasi bucolica, soprattutto per la simpatia che gli animali provano per lei – e non, per esempio, per i nani, da cui in seguito scapperanno – e per la sua voce angelica che illumina la scena.

Una voce che attira anche le attenzioni del Principe Azzurro, la cui interazione racconta un altro lato di Biancaneve: la ragazza si dimostra molto timida e riservata quando viene approcciata da uno sconosciuto, dovendosi far convincere per uscire dal suo nascondiglio.

Ma proprio questo è il momento di svolta.

Contrasto

Il primo atto vive di contrasti.

Il piano malvagio di Grimilde è in aperto contrasto estetico e simbolico con il candore di Biancaneve, che qualche scena dopo ritroviamo immersa in un delizioso quadretto naturale, con il cacciatore che la osserva da lontano.

Lo stesso sembra proprio penetrare con la sua ombra inquietante sul corpo di Biancaneve proprio per violarlo, ricredendosi all’ultimo e incoraggiandola a scappare, diventando per questo la causa del profondo turbamento della protagonista.

Infatti, nella splendida sequenza della foresta, vediamo concretizzarsi le paure di Biancaneve, con quel panorama, fino ad un attimo prima era armonioso e accogliente, che si rianima in maniera orrorifica per afferrarla, ferirla, rapirla.

Sequenza che si ricompone quando la ragazza si getta a terra disperata, e quegli occhi malvagi che sembravano minacciarla dall’ombra si rivelano essere propri di creature invece gentili e curiose, che si avvicinano timidamente a lei.

Da qui, infatti, comincia la parte più serena della narrazione.

Parentesi

La parte centrale è ricca di siparietti.

Una sorta di parentesi narrativa confortevole all’interno di due atti invece carichi di atmosfere lugubri e inquietanti, dove si susseguono le simpaticissime gag prima con gli animali, e poi con i nani stessi.

E i nani, definiti da tratti che ne raccontano a colpo d’occhio la personalità e le caratteristiche fondamentali, essenziali per l’identificazione immediata del pubblico infantile di riferimento, sono la punta di diamante della pellicola.

Allo stesso tempo, importanti anche i contenuti educativi.

Biancaneve si rivela in poco tempo tutto tranne che una sciocca ragazzina, ma piuttosto una figura materna persino ammonitrice nei confronti dei nani, che sembrano quasi i suoi bambini, a cui ordina di lavarsi per bene prima di mettersi a tavola.

In questo contesto si sviluppa anche il piccolo arco evolutivo di Brontolo, che viene infine vinto dalla innegabile piacevolezza e simpatia della protagonista, proprio in prossimità del momento in cui dovrà difenderla dall’attacco della strega.

Orrore

Con il ritorno alla Regina Cattiva, si ritorna anche alle tinte orrorifiche.

La trasformazione di Grimildespaventosa quasi al pari della sequenza di fuga della protagonista nella foresta – calca moltissimo sull’immaginario della megera che utilizza ingredienti strani e inquietanti per cambiare aspetto e diventare una innocua vecchina.

E la sua malvagità è ancora più straziante quando si approccia ad un personaggio così candido come Biancaneve, che si lascia facilmente ingannare dalle apparenze, dimostrando ancora una volta di non riuscire a vedere il lato negativo delle persone.

Per la sua morte, invece, si lavora di sottrazione.

Come Biancaneve non si vede mai chiaramente morta, se non nella sua angelica teca, così la tragica fine di Grimilde è solo raccontata: la strega dice che spezzerà le ossa ai nani con il masso, proprio per raccontare quello che sta per succedere a lei stessa…

…e, al contempo, si pone grande attenzione sull’elemento più eloquente della sequenza: gli avvoltoi, che maliziosamente seguono la strega sia quando muore Biancaneve, sia quando muore lei stessa, proprio per esplicitare questo concetto senza mostrarlo direttamente.

Proprio per questo il finale è il più semplice ed idilliaco possibile, utilizzando il principe come una sorta di deus ex machina per sciogliere la drammatica vicenda in maniera rassicurante e a misura di bambino.

E, in questo senso, è quasi essenziale che il principe sia un personaggio quasi per nulla caratterizzato, semplicemente raccontato come il destino di Biancaneve di vivere una vita felice lontano dalle grinfie di Grimilde.

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Millennium Actress – Una vita da ricordare

Millennium Actress (2001) è la seconda opera del compianto Satoshi Kon, che riprende e per certi versi amplia le tematiche dell’opera prima, Perfect Blue (1997).

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 1,2 milioni di dollari – anche per la distribuzione limitata e la poca permanenza in sala, ebbe un riscontro molto modesto al botteghino, con 37 mila dollari di incasso.

Di cosa parla Millennium Actress?

Con l’arrivo del nuovo millennio, l’intervista alla ex-star del cinema Chiyoko Fujiwara apre le porte ad una riscoperta del suo misterioso passato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Millennium Actress?

Chiyoko Fujiwara come Gheisha in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

Assolutamente sì.

Per quanto personalmente preferisca Perfect Blue, Millennium Actress è un’opera di grande eleganza stilistica e narrativa, che evita di incastrarsi in spiegazioni delle dinamiche fantastiche e surreali presenti in scena…

…e lascia semplicemente che la storia respiri e si sviluppi da sé stessa, con un impianto metanarrativo piuttosto pervasivo, che fa da cornice ad una riflessione sulla vita e su come la stessa si intrecci – e a volte corrisponda – alla finzione.

Insomma, da non perdere.

Macerie

Chiyoko Fujiwara vecchia in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

Millennium Actress si apre su un panorama di macerie.

Mentre quel che rimane di uno studio cinematografico che ha fatto la storia del Giappone viene fatto a pezzi nella totale indifferenza generale, una voce fuori campo cerca di riportarci alle vecchie glorie.

Così Chiyoko Fujiwara è la protagonista fin da subito, anche solo nell’appassionato ricordo di Genya, in profondo contrasto con invece la totale ignoranza e indifferenza di Kyōji, che derubrica il personaggio a vecchia stella ormai tramontata.

Chiyoko Fujiwara vecchia in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

Ma la donna che si trovano davanti è una versione solo più invecchiata, ma ancora incredibilmente in forma, di un’attrice che ha segnato la storia del cinema, ma che da anni ha scelto di ritirarsi a vita privata.

E serviva solo qualcosa che gli sbloccasse i ricordi…

Chiave

Chiyoko Fujiwara trova la chiave in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

Chiyoko nasce in un mondo turbolento.

Il venire alla luce durante un terremoto è indicativo della storia del Giappone fra le due guerre: un paese che subì profondi cambiamenti per forze sia esterne che interne, risultando in una ferita incurabile nell’immaginario collettivo.

Ma, in questo tsunami di mutamento, la madre della protagonista cerca ancora di rimanere salda alle tradizioni più stringenti, negando alla giovane ragazza la possibilità di servire il suo paese in maniera del tutto inedita.

Chiyoko Fujiwara trova la chiave in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

E, se all’inizio la giovane protagonista accetta timidamente un destino che sembra esserle imposto, tutto cambia quando con l’incontro con uno sconosciuto, che infine si rivela essere uno dei principali motori del cambiamento di un paese che non era pronto a cambiare.

Con la chiave stretta in pugno, comincia così l’inseguimento di Chiyoko di uno spettro di cui non ricorda neanche il volto, ma anche lo slancio per la comprensione di un simbolo che si era ripromessa di comprendere, che risulta fino alla fine indecifrabile.

Ma, ancora una volta, è un destino imposto.

Destino

Chiyoko non può scappare.

Le prime tappe della sua ricerca vengono coronate dall’incontro con una presenza altrettanto misteriosa, una sorta di parca che ha già tessuto il suo destino, e che le impone di vivere una vita di ricerca per un amore impossibile e sempre più fumoso.

Un personaggio che si può leggere in due direzioni: sia come rappresentazione del cruccio interiore della protagonista, che in tutti i suoi film sembra ripercorrere sempre la medesima storia di ricerca impossibile del suo amato…

Ti odio più di quanto tu possa sopportare, e ti amo più di quanto io possa sopportare.

…e al contempo, in una connotazione più strettamente storica e politica, come rappresentazione dei sentimenti discordanti che caratterizzarono la società giapponese in quel periodo, nel dramma della brusca fine di un’epoca, definito da un connubio di odio e amore.

Un cambiamento, appunto, repentino quanto inevitabile.

Perdita

Chiyoko Fujiwara nelle macerie in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

L’atto centrale della vita di Chiyoko è caratterizzato dalla perdita.

La vita e i temi centrali dei film passano dal romanticismo anche struggente di film sul Giappone che fu, verso una realtà ben più drammatica e realistica della guerra e, soprattutto, del dopoguerra.

Ma se Chiyoko si aggira malinconica nelle macerie, è sempre lì che trova l’immagine del suo passato, un primo punto di arrivo della sua ricerca: un dolce frammento della sé stessa di tanti anni prima, ancora intatto pur nella distruzione generale.

Un ritrovamento che drammaticamente si accompagna, come si scopre a posteriori, dalla morte fuori scena del suo amato, rendendo tutta la ricerca da questo punto in poi sostanzialmente inutile…

…e viziata da un inganno perpetuo da parte di diversi personaggi che le sottraggono la chiave e che cercano forzatamente di riportare il suo personaggio a quella che era il suo destino originale: la moglie perfetta di un matrimonio infelice.

Scoperta

L’ultimo momento della vita di Chiyoko è, apparentemente, la distruzione.

Ripercorrendo i nuovi orizzonti dell’umanità nello spazio, questo ultimo slancio viene troncato dal riapparire del trauma originario che l’ha perseguitata per tutta la vita, e che la porta a chiudersi definitivamente in sé stessa per mantenere la sua immagine intatta.

Ma l’effettiva e definitiva distruzione degli studios fuori scena è in realtà l’occasione per la riscoperta e la conseguente rinascita: la protagonista si ricongiunge con la misteriosa chiave e finalmente ne comprende il suo importante significato.

Chiyoko Fujiwara sulla luna in una scena di Millennium Actress (2001) di Satoshi Kon

Una chiave che serve a Chiyoko quanto al suo stesso paese per non dimenticare il suo passato, per non togliere valore ad un’esperienza sicuramente drammatica come quella del Novecento, che si è rivelata, infine, l’occasione per rinascere da quelle macerie.

Così la protagonista si volge verso un futuro ancora incerto, ma che potrà regalarle molto di più della sofferta reclusione, riscoprendo la bellezza di una ricerca complessa quanto avvincente, in cui il punto di arrivo è, forse, la parte meno importante…

Perché dopo tutto, è il fatto di inseguirlo ciò che amo davvero

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Tokyo Godfathers – L’impossibilità del ritorno

Tokyo Godfathers (2003) è una delle opere più celebrate della filmografia del compianto Satoshi Kon, un unicum nella sua produzione per il taglio più realistico ed ironico.

A fronte di un budget stimato di 2.4 milioni di dollari, incassò appena 847 mila dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Tokyo Godfathers?

Un improbabile terzetto di senzatetto trova un neonato abbandonato nell’immondizia e si mettono sulle tracce della madre…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Tokyo Godfathers?

Miss Hana, Miyuki e Gin con il bambino in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Assolutamente sì.

Tokyo Godfathers rappresenta uno splendido incontro del lato più drammatico, financo tragico, della produzione di Satoshi Kon, con collegamenti non indifferenti a Perfect Blue (1997) e a Millennium Actress (2001) …

…e la sua anima invece più ironica, grazie anche allo splendido reparto animato, che porta in vita personaggi profondamente espressivi, con è facile empatizzare, in una sorta di sintesi ultima della sua arte.

Insomma, da non perdere.

Unione

Miyuki e Gin con il bambino in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Il terzetto di protagonisti è profondamente disunito…

…eppure profondamente unito.

Fin da subito i tre appaiono come litigiosi e in continuo contrasto, nascosti dietro ad una maschera di durezza e menefreghismo – essenziale nella difficile realtà della vita di strada, in cui spesso domina la filosofia del ognuno per sé.

Eppure, nei loro caratteri contrastanti, negli intenti diversi, nelle loro punzecchiature anche crudeli, che emergono ancora più prepotentemente per il ritrovamento del bambino, intravediamo una famiglia improvvisata, eppure profondamente unita.

Miyuki in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

I primi tocchi più drammatici si delineano in occasione dello scontro fra Miyuki e gli altri due senzatetto, che scelgono però di non scontrarsi con la ragazzina per paura delle ripercussioni da parte di Gin, che tiene a lei più di ogni altra cosa.

Una battuta apparentemente casuale, apparente topica, in realtà il prologo della tematica dominante dell’intera pellicola.

Ovvero, il punto di non ritorno.

Ritorno

Miyuki in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Ognuno dei tre personaggi ha vissuto un momento di non ritorno.

Infatti, la scelta della precaria vita di strada è stata causata da un evento del passato in cui i protagonisti sentivano di aver ferito – fisicamente e metaforicamente – così profondamente i loro affetti, di aver rovinato a tal punto le loro vite, da non poter più tornare indietro.

Miyuki in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Così Miyuki ha pugnalato il padre per un banale capriccio, Hana ha creato un tafferuglio imperdonabile al locale dove lavorava, e Gin ha scelto di abbandonare la sua famiglia quando ormai sentiva di essere una presenza solo ingombrante.

Una situazione che si è aggravata solamente nelle loro menti, tanto da renderli imperdonabili, ma che nella realtà si rivela molto più semplice e risolta: i peccati, anche i più tremendi, sono stati perdonati, gli affetti vorrebbero solo ricongiungersi…

Futuro

Missa Hana in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Per questo, i protagonisti vogliono che Kiyoko abbia un futuro.

Consapevoli della loro amara condizione, i tre protagonisti, anche se in maniera diversa, desiderano che la bambina abbia un futuro migliore, che viva in una famiglia felice – che sia la loro o quella di appartenenza.

In questa corsa alla salvezza, alla ricomposizione familiare, i tre senzatetto desiderano indirettamente salvare almeno una vita, dopo aver totalmente fallito nel tenere salda e sicura la propria…

Eppure, le tendenze sono anche opposte.

In particolare, i due personaggi in maggiore contrasto sono le due figure adulte: se Miss Hana preferirebbe portare fino in fondo la ricerca della famiglia natale di Kiyoko, al contrario Gin vorrebbe fin da subito lasciare quel compito alla polizia.

Infatti, come Sachiko, Gin è in fuga continua.

Finzione

Gin in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Gin e Sachiko sono due personaggi speculari.

Seppur in ruoli diversi, entrambi hanno vissuto la stessa situazione: una famiglia felice e serena, spezzata dal vizio, dai debiti, che si sono accumulati in maniera sempre più ingiustificabile ed irreparabile.

Ed entrambi si sono anche rifugiati nella finzione: Gin dietro ad una storia tragica che in qualche modo lo scusava dalle sue colpe, Sachiko invece nel sogno di una maternità che gli è stata ingiustamente strappata.

Entrambi, infine, fuggono dal presente.

Gin è persino disposto ad abbandonare i suoi amici, ad abbandonare la ricerca di Miyuki, ad abbandonare lo stesso bambino, pur di liberarsi d’impiccio, pur di non farsi coinvolgere in una situazione emotivamente troppo difficoltosa…

Allo stesso modo Sachiko è incapace di accettare il parto non andato come sperava, lo stesso in cui riponeva probabilmente la speranza del risanarsi del suo stesso matrimonio, tanto da strappare ad un’altra famiglia quello che considera suo di diritto…

Destino

Miyuki in una scena di Tokyo Godfathers (2003) di Satoshi Kon

Tokyo Godfathers riflette profondamente sul tema dei collegamenti.

I protagonisti sembrano continuamente seguire un percorso di briciole di pane, una strada precaria, definita dalle diverse relazioni, storiche o appena formate, che si intrecciano nel complesso della vicenda.

Così il salvataggio del boss malavitoso dalla macchina permette loro di trovare un altro indizio su Sachiko, la famiglia di Hana salva Gin a sua insaputa, la piccola folla che si forma davanti alla sua casa di sconosciuti ricostruisce la storia della madre perduta di Kiyoko…

In un altro senso, si parla di destino.

Tutti i movimenti dei personaggi, anche quelli più apparentemente sfortunati e violenti – il rapimento di Miyuki e il pestaggio di Gin – sembrano in realtà mossi da una mano invisibile, che infine li porta a far ricongiungere la famiglia.

E non è forse destino quello che porta Miyuki del tutto casualmente a ritrovarsi davanti a quel padre che aveva tanto cercato di evitare, proprio quando sta per essere premiata per un’azione che la rende del tutto discolpata dalle sue colpe passate?

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Cowboy Bebop – See you…

Cowboy Bebop (1998-1999) di Shin’ichirō Watanabe è una delle più importanti serie di culto anime, di genere fantascienza-avventura.

La serie andò in onda in Italia solamente a partire dal 1999, su MTV nella fascia serale.

Se non sapete niente di Cowboy Bebop, continuate a leggere. Se invece siete i massimi esperti della serie, cliccate qui.

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Ergo Proxy – Cogito

Ergo Proxy (2006) è una serie tv anime di genere fantascientifico-cyberpunk, diretta da Shukō Murase, lo stesso che si occupò poco prima anche di Samurai Champloo (2004).

In Italia è stata distribuita prima in DVD nel corso del 2008, arrivando in tv solo fra il 2011 e il 2012 su Rai 4 in seconda serata.

Se non sapete niente di Ergo Proxy, continuate a leggere. Se invece siete i massimi esperti della serie, cliccate qui.

Ergo Proxy guida

Piccola guida alla visione se non avete mai visto Ergo Proxy.

Romdo in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

Ergo Proxy è ambientata in un futuro post-apocalittico in cui l’umanità è costretta a vivere in delle comunità controllate e create artificialmente, con una vita scandita da uno stringente consumismo.

All’interno di questa utopia particolarmente distorta, i cittadini sono creati artificialmente e in serie, mentre gli immigrati devono dimostrare di essere distaccati dai loro averi per poter ambire alla cittadinanza.

Insieme agli umani vivono anche dei robot senzienti chiamati AutoReiv.

Re-l e Iggy in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

A fronte della diffusione di uno strano virus fra i robot, il cogito, e della fuga del misterioso proxy, Re-l, nipote del nonno – il Reggente della città – comincia ad indagare…

…ma tutte le vie sembrano portare ad un unico personaggio: l’apparentemente innocuo Vincent Law, un immigrato da Mosk, misteriosamente coinvolto in tutti gli incidenti.

La serie è articolata in ventitré episodi di circa venti minuti ciascuno.

Inizialmente sembra che gli episodi seguano le indagini e le storie dei protagonisti – la cui risoluzione appare sulle prime anche piuttosto intuitiva – ma più la serie prosegue, più assistiamo a trame fra l’onirico e il simbolico

Re-l in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

Ergo Proxy non è una serie, ma un’esperienza.

Se avete amato prodotti come Serial Experiments Lain (1998) e Ghost in the shell (1995), resterete semplicemente stregati da questo prodotto così profondamente filosofico e riflessivo.

Sicuramente non una serie di facile comprensione, ma che vale assolutamente la pena di esperire per scoprire fino a che punto un prodotto televisivo può uscire dai suoi canoni per creare qualcosa di straordinario.

Re-l Ergo Proxy

Re-l rappresenta in nuce il destino dell’umano.

La protagonista non è infatti altro che il prodotto di Romdo – anche più di quanto si renda conto inizialmente – che crea l’umano da una parte per renderlo il perfetto ingranaggio della macchina sociale, dall’altra lo spoglia di ogni abilità materiale perché sia inoffensivo.

Elemento che emerge particolarmente dalle parole di Iggy nella puntata Punti morti concettuali (13) – in cui le dice che è più inetta di quanto creda – e anche nella puntata Calma piatta (16) – in cui il terzetto è costretto ad aspettare per lungo tempo un vento migliore per continuare il viaggio.

Re-l in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

In questo frangente Re-l si dimostra ancora di più la figlia perfetta di Romdo, ovvero un umano incapace di vivere autonomamente con delle skills molto basilari – cucinare, pettinarsi, prendersi cura di sé – perché fino ad ora si era del tutto affidata agli AutoRev.

Per questo si dimostra spesso irritabile e capricciosa, un atteggiamento che solo apparentemente sembra uscire dal seminato rigidamente tracciato da Romdo per il suo cittadino perfetto, ma che in realtà è la caratteristica chiave che le permette di attuare la sua raison d’être.

Re-L Meyer

Re-l in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

Infatti, Re-l è sempre stata una pedina nelle mani di Romdo e soprattutto del Reggente, che hanno sfruttato e, anzi, indirettamente incoraggiato la sua ribellione: il vero obbiettivo della protagonista non era diventare l’erede della città, ma piuttosto essere artefice della salvezza della stessa.

O, almeno, la salvezza apparente.

Re-l quindi non è altro che una cavia per attirare il Proxy – Vincent – proprio condividendo le cellule di Nomad – l’amore del Proxy One – e portare lo stesso a rivelarsi e a tornare come divinità a capo della città.

Re-l in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

In realtà la volontà di Re-l sfugge infine dal controllo di Romdo – al punto che Dedalus finisce per preferire la Real Re-l, ovvero la sua versione angelica – in quanto la protagonista, nella sua ricerca ossessiva dell’identità del Proxy, finisce per definire anche sé stessa.

Infatti sia Re-l che Vincent intraprendono un viaggio cartesiano per la scoperta del e, soprattutto, la protagonista vive lo sconvolgimento dell’uscita della caverna di platoniana memoria, scoprendo una realtà molto più variegata rispetto al piccolo mondo in cui ha vissuto finora.

Re-L Meyer

Re-l in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

In un certo senso Re-l rappresenta il ricongiungimento dell’umano con il divino – il Proxy – al punto che nella puntata L’occhio sacro nel cielo (20) la coscienza di Vincent Law è totalmente soggetta a quella della protagonista.

Infatti, con la creazione dei Proxy, l’umanità ha acquisito una sorta di status super-umano, riuscendo a ricostruire il divino unicamente per i propri scopi risanare la terra – tanto da diventare creatore del Dio – Proxy – che infine si ribella contro il suo Creatore – l’Umano.


Vincent Law Proxy

Chi sei, Vincent Law?

Questa è la domanda che ricorre per la maggior parte della serie.

Vincent Law all’apparenza sembra un mediocre ed innocuo immigrato moscovita, che fa di tutto per riuscire ad integrarsi nella nuova comunità – Romdo – ma incapace di affermarsi con un’identità propria.

Non a caso, il suo viaggio è finalizzato alla scoperta del suo essere, all’awakening, che già di per sè avviene quando Vincent apre gli occhi, gli stessi che nelle prime puntate erano – senza che se ne accorgesse neanche – serrati davanti alla realtà che lo circondava.

Vincent Law in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

L’apertura degli occhi corrisponde infatti all’uscita da Romdo – la caverna già citata – e alla sempre più insistente consapevolezza della sua vera identità – o identità altra – che fino alla fine tiene lontano da sé, come una sorta di ombra.

Infatti, la pesantezza della sua altra faccia è tale che fino all’ultimo Vincent si nasconde dietro ad una maschera, per lo stesso motivo per cui in precedenza si era fatto eliminare i ricordi da Nomad.

Ovvero, l’impossibilità dell’accettazione dell’io.

Vincent Law

Vincent Law in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

I Proxy sono delle divinità, ma delle divinità imperfette: su di loro grava la salvezza e il funzionamento di intere comunità – non a caso Romdo va in rovina per l’abbandono del suo Proxy – ma, proprio come le città stesse, essi sono solamente delle realtà temporanee.

Si può dire quindi che siano come degli orologi atti a definire il ritorno degli umani originari sulla Terra, essendo mortalmente sensibili alla luce del sole, finora nascosto dietro alla coltre di nubi dovuta al disastro apocalittico che ha portato all’abbandono del pianeta.

Quando quindi il sole riuscirà finalmente a ricomparire da dietro alle nuvole, il mondo sarà nuovamente abitabile e gli umani potranno tornare su una Terra pronta per loro e, soprattutto, una Terra vuota, grazie alla morte dei Proxy e, di conseguenza, degli umani che controllano.

Vincent Law e Proxy One in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

Questa presa di consapevolezza ha portato One – il primo Proxy creato – prima ad una profonda depressione, poi ad un odio incontenibile verso l’umano, sia per il suo essere solo una pedina del loro piano, sia per l’impossibilità di unirsi a Nomad.

Per questo motivo – e soprattutto dopo la distruzione di Mosk e il rapimento dell’amata – One sceglie di creare la sua seconda identità o ombra – Vincent – per penetrare Romdo, vendicarsi del Reggente e attuare infine il suo piano di rivolta degli AutoRev.

Vincent Law

One infatti riesce ad infettare gli AutoRev con il virus cogito, che rappresenta il risveglio, il soffio vitale che permette alle macchine di non essere solamente macchine – in maniera simile a Ghost in the shell (1995) – ma quasi più umane dell’umano, e riconoscerlo così come Dio.

Infatti la prima reazione degli AutoRev al cogito è inginocchiarsi e rivolgersi al divino – One – consapevoli proprio della presenza di un’entità che gli ha permesso di pensare e quindi di essere.

Re-L Meyer

Vincent Law in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

Ma la coscienza del Proxy va ben oltre il semplice soggettivismo cartesiano.

Se lo stesso permette al Proxy e agli AutoRev di comprendere la loro esistenza e differenza rispetto al resto degli oggetti in-animati, il viaggio di Vincent lo porta ad abbracciare l’inter-soggettivismo kantiano.

Infatti Vincent si scopre come parte del mondo, ma, al contempo, anche osservatore dello stesso, fino ad arrivare ad un esasperato solipsismo, per cui la realtà esiste solamente in sua funzione.

Vincent Law in Ergo Proxy (2006) di Shukō Murase

Questo elemento ben si intreccia con la funzione stessa del Proxy come creatore e, di fatto, sorrettore di mondi: ogni comunità da esso creata ha smesso di esistere quando il suo dio l’ha abbandonata o è morto.

Questa presa di consapevolezza finale permette infine a Vincent di ricongiungersi con One e diventare un unico portatore di vita e di morte, capace di rivaleggiare con gli umani che stanno ritornando a popolare la terra.

Nondimeno, la sua esperienza con Re-l e Pino gli ha permesso di carpire la possibilità di un’umanità migliore, non solamente tirannica e distruttiva: una per cui valga la pena di lottare.

Insomma, Cogito Ergo Proxy.


Pinocchio Ergo Proxy

Pino rappresenta la via pacifica del cogito.

A differenza degli altri AutoRev, questa bambina sceglie di vivere la sua vita non in opposizione all’umano, ma all’interno di una ricerca sostanzialmente pacifica e personale del mondo esterno.

Per questo, avendo preso coscienza del sé grazie al virus, passa dall’essere una macchina apatica ed incolore, ad una bambina frizzante e esuberante, che si unisce a Vincent in una sorta di ricerca comune, pur con obbiettivi meno ambiziosi.

Nella più semplice interpretazione, Pino non è altro che Pinocchio: non più burattino, non più macchina, ma un infante quasi vero che cerca di esserlo in tutto e per tutto, anche tramite la imitatio di quello che gli sta intorno – nello specifico di Re-l, come si vede soprattutto in Calma piatta (16).

Inoltre, il suo personaggio rappresenta l’atteggiamento limitante degli umani nei confronti degli AutoRev.

Fin da subito infatti Pino è trattata dalla sua famiglia adottiva più come una serva che come la figlia tanto desiderata, al punto che la madre, Samantha, cerca di liberarsi di lei alla prima occasione.

La donna non permette quindi neanche alla figlia di esprimersi e mostrare il suo potenziale, limitandola ancora una volta al mero oggetto-usa-getta che vive solamente in funzione dell’umano – rappresentando, in scala minore, il rapporto fra umano e Proxy.

Pino AutoRev Ergo Proxy

Questo elemento è particolarmente evidente nella puntata Sorriso di bambina (19).

La città di Smile Land è una palese parodia di Disneyland, in cui gli AutoRev sono proprio oggetti, giocattoli, che vengono creati ed utilizzati unicamente per rendere felice il loro Dio – Will B. Good – per evitare l’estinzione della comunità.

Questi sono anche facilmente eliminati o emarginati quando non sono più utili alla loro funzione, in un panorama di totale finzione, smascherato proprio dal sorriso sincero di Pino, diverso da quello di tutti gli altri…

In ultimo, Pino si rivela un tassello fondamentale per il futuro della Terra.

Nell’ultima puntata scopriamo infatti che l’ultimo desiderio che Raul Creed aveva affidato a Kristeva era quello di proteggere quella che ormai non considerava più semplicemente un surrogato, ma la sua vera figlia.

Questa volontà potrebbe rappresentare il primo passo verso una conciliazione fra umano e macchina, creando un rapporto che non sia finalizzato solo alla supremazia dell’uno verso l’altro, ma piuttosto alla creazione di una pacifica convivenza di reciproco guadagno.


Dedalus Ergo Proxy

Deadalus è in un certo senso un burattinaio nell’ombra.

La sua intelligenza straordinaria è stata creata a tavolino per renderlo un alleato di Re-l e parte del Proxy Project, nonostante la situazione gli sfugga progressivamente di mano, rendendolo infine apatico e concentrato solo su sé stesso.

Sulle prime infatti Dedalus mostra un profondo interesse per Re-l, e persino l’aiuta a nascondere la sua finta morte, così che possa continuare a perseguire la sua raison d’être – riportare Vincent a Romdo.

Dedalus può quindi essere letto come una rappresentazione in piccolo del destino dell’umanità che ha lasciato la Terra, e che tanto arrogantemente ha creato un mondo solo per sé stesso e finalizzato unicamente alla distruzione e alla rinascita dell’umano.

Come infatti l’umano ha creato degli dei difettosi, nascondendogli il loro vero fine, allo stesso modo il suo personaggio nasconde costantemente informazioni fondamentali a Re-l, col solo risultato che la stessa si allontana sempre di più da lui.

Così Deadalus diventa sempre più geloso e capriccioso, arrivando a creare una sorta di feticcio, una nuova Re-l molto più mansueta e accomodante nei suoi confronti, una nuova divinità che in qualche modo lo veneri.

Questo progetto gli si rivolta infine contro, quando persino Real si allontana da lui, proprio riacquistando la sua identità originaria – Nomad – e cercando di ricongiungersi a Vincent per operare un definitivo distaccamento dall’umano.

Così, come Dedalo guardava il figlio Icaro distruggersi per la sua superbia, così Dedalus osserva sofferente la sua creazione mentre si suicida.


Raul Creed

Ra è il super-uomo.

Per sua natura è un uomo estremamente scaltro ed intelligente, una personalità da leader creata in provetta, arrivando infatti a coprire le più alte cariche della città e a tenere in mano più potere di quanto riesca a gestirne.

Infatti, per la maggior parte della serie Raul è il principale antagonista di Vincent e della sua scoperta del sè, cercando costantemente di incastrarlo, di boicottarlo – con la distruzione nucleare su Mosk in Battaglia senza fine (17) – e infine di distruggerlo.

In questo modo Raul rappresenta l’umano che tenta disperatamente di affrancarsi dal divino, rappresentato non solo dal Proxy stesso che regge la comunità, ma anche dagli stessi che hanno impedito all’umanità creata artificialmente di riprodursi e quindi di continuare a vivere.

Ma il suo si rivela un tentativo del tutto fallimentare proprio perché antagonistico e sostanzialmente distruttivo, pur con una presa di conoscenza finale del personaggio nei confronti di Pino – e quindi dell’altro – che permette infine di gettare una nuova luce sul destino dell’umano.

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Il ragazzo e l’airone – Come vivrai?

Il ragazzo e l’airone (2023) – traduzione piuttosto impropria di 君たちはどう生きるか, lett. E voi come vivrete? – è l’ultimo (per ora) film creato dalla meravigliosa mente di Hayao Miyazaki.

A fronte di un budget piuttosto importante per un film animato orientale – 64 milioni di dollari – si sta rivelando uno dei maggiori incassi del genere degli ultimi anni: 137 milioni di dollari in tutto il mondo.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2024 per Il ragazzo e l’airone (2023)

in neretto le vittorie

Miglior film d’animazione

Di cosa parla Il ragazzo e l’airone?

Tokyo, 1943. Nel bel mezzo del Secondo Conflitto Mondiale, il giovane Mahito e il padre si ritirano nella loro tenuta di campagna. Sarà l’occasione per il protagonista per riscoprire sé stesso e il suo passato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il ragazzo e l’airone?

L'airone in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

Dipende.

Non voglio assolutamente sminuire il grande valore artistico de Il ragazzo e l’airone, ma mi rendo conto che è un film che potrebbe lasciare spiazzati molti spettatori, soprattutto se abituati alle altre opere di Miyazaki, in cui l’elemento simbolico è sempre secondario rispetto all’impianto narrativo.

Al contrario, con la sua ultima fatica, il maestro nipponico confeziona un’opera incredibilmente metaforica e simbolica, che si apre a diverse e variegate interpretazioni, in cui i temi tanto cari al regista – l’ambientalismo e la guerra – si intrecciano al racconto del suo passato e del suo presente.

Insomma, un’esperienza a cui bisogna arrivare pronti.

ovvero quanto è pericoloso vedere questo film doppiato.

Conoscerete sicuramente la follia di Cannarsi per lo scandalo del doppiaggio Evangelion, che è stato solo lo scoppio di un problema già interno e che ha guastato negli anni la bellezza di moltissimi prodotti dello studio Ghibli.

Nel caso di Il ragazzo e l’airone il pericolo non esiste.

Perché?

Dopo tanti anni di attività, la Lucky Red ha finalmente deciso di affidare il doppiaggio a qualcuno che non sia Cannarsi. E, per questo, finalmente è un film godibile anche doppiato.

Evviva, evviva!

Questa recensione non sarà fatta in ordine cronologico, ma personaggio per personaggio, elemento per elemento, proprio per la natura stessa dell’opera.

Il ragazzo

Mahito in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

Mahito si presta ad un ampio ventaglio di interpretazioni.

La lettura più semplice è ritrovare nel protagonista Miyazaki stesso, andando a ricalcare alcuni momenti chiave della sua vita – pur con date e situazioni diverse – e il suo ritrovarsi sotto la guida di Yasuo Ōtsuka, il suo maestro, per poi intraprendere la propria personale carriera artistica.

Mahito in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

Ribaltando invece i ruoli, il protagonista potrebbe in qualche misura rappresentare Hiromasa Yonebayashi, collaboratore storico dello Studio Ghibli, che ha lavorato alla maggior parte dei titoli prodotti dallo stesso, proponendone anche uno proprio – Quando c’era Marnie (2013)

…ma che nel 2015 ha scelto di distaccarsi da Miyazaki e fondare il proprio studio – lo Studio Ponoc.

Quindi forse una delle poche persone che erano interne allo Studio Ghibli in cui Miyazaki vede una sua possibile eredità artistica – lo stile di Yonebayashi è evidentemente erede di quello del maestro – davanti all’evidente incapacità del figlio – di cui bisogna fare un discorso a parte.

Il ragazzo e l’airone

Mahito in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

Ad un livello invece più generale, Mahito può rappresentare la generazione post-atomica.

Il tema della rinascita dopo la tragedia della bomba atomica – e del secondo conflitto mondiale in generale – è estremamente tipico del cinema orientale – lo si può trovare esplicitamente in Gen di Hiroshima (1983) e City of life and death (2009), o, più indirettamente, in Akira (1988).

Di fronte alla drammaticità di eventi che segnarono così profondamente l’immaginario nipponico, il protagonista de Il ragazzo e l’airone potrebbe appunto rappresentare una generazione che ha deciso di non arrendersi, di non rifugiarsi in una realtà altra, ma di trovare il meglio possibile nella propria.

L’airone

L'airone in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

L’airone è una figura incredibilmente enigmatica.

Ad un livello prettamente narrativo, il suo personaggio è la maligna presenza che cerca di attirare il protagonista nella torre per volontà del prozio stesso, per poi riuscire a convincerlo a prenderne il posto.

Leggendo invece il suo personaggio da un punto di vista artistico, l’airone potrebbe rappresentare le creazioni stesse di Miyazaki – è infatti la creazione del prozio – che in più occasioni ha sperimentato con creature fra l’animale e l’umano – si veda Haku in La città incantata (2001) e, soprattutto, Howl in Il castello errante di Howl (2004).

L'airone e Mahito in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

In questo senso – e riabbracciando l’interpretazione per cui Mahito rappresenta Hiromasa Yonebayashi – l’airone rappresenterebbe l’eredità artistica di Miyazaki, e così il suo tentativo di conciliare la stessa con un suo possibile successore.

Questa interpretazione ben si accorda con la malvagità della pietra con cui è creato il mondo alternativo, come una sorta di ripensamento disilluso del maestro nipponico riguardo la sua opera, che appare ad oggi mancante di un vero futuro.

Il ragazzo e l’airone

L'airone e Mahito in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

Secondo un’altra interpretazione, l’airone potrebbe essere Gorō Miyazaki.

Se infatti Yonebayashi si è dimostrato un buon erede del maestro, lo stesso non si può dire per il figlio di Miyazaki, particolarmente nel suo tentativo del tutto fallimentare di rilanciare lo studio con l’animazione 3D con Earwig e la strega (2020).

Forse nella severità del prozio nei confronti della sua creatura possiamo intravedere un sofferto ammonimento del maestro nei confronti del figlio, ma anche un tentativo di conciliazione delle parti – Yonebayashi e Gorō – per trarre il meglio della sua eredità.

Ma il figlio si può ritrovare anche in un terzo personaggio.

Il limbo

La realtà sotterranea rappresenta indubbiamente un mondo altro e forse ultraterreno – da cui la frase, tratta da Inf. III, 5, fecemi la divina podestate.

Proprio come l’airone, il mondo immaginario al di là della torre potrebbe essere una rappresentazione degli alti e dei bassi – almeno secondo la visione di Miyazaki – della sua produzione – e la difficoltà dello stesso di tenerla ancora insieme.

All’interno di questo mondo altro il Re Parrocchetto potrebbe essere una punzecchiata proprio al figlio, che si credeva ormai padrone dello Studio Ghibli, cercando di far cambiare totalmente strada allo stesso, ma risultando infine del tutto incapace.

In un altro senso, nel mondo sotterraneo è racchiusa un’amara riflessione sull’umano.

Trovandosi in una realtà in cui non si riconosce più, il prozio del protagonista si è rifugiato in un mondo alternativo, creandolo, proprio come un dio, secondo la sua visione, trovandosi tuttavia infine a creare un’alternativa per nulla migliore rispetto al mondo di partenza.

In questa realtà alternativa, infatti, l’umano si è comportato al suo peggio, in particolare nei confronti degli animali, diventati aggressivi e davvero umani, ma proprio perché costretti dallo stesso a diventare tali.

Non a caso, Kiriko spiega che in quel mondo ormai ci sono più morti che vivi.

Il creatore

Il prozio in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

L’azione del creatore è in ultimo fallimentare.

In questo senso è molto più probabile che in questa figura Miyazaki volesse rappresentare un sé stesso ormai incapace di tenere in piedi un mondo – lo Studio Ghibli – che lui stesso ha creato, nonostante ci siano tutte le possibilità per farlo – la pietra buona che infine trova per ricostruirlo.

Al contempo, la sua posizione è definita dai simboli della vita e della morte.

Questa dicotomia è racchiusa nelle due sorelle, Hisako e la zia Natsuko.

La gravidanza contenuta dentro al mondo del prozio potrebbe rappresentare un desiderio sopito, ma forse impossibile, di produrre ancora qualcosa – anche non in prima persona – all’interno dello Studio Ghibli.

In questo senso, non è decisamente un caso che questa pellicola, creata a seguito dal suo abbandono dalle scene, sia un’opera così poco tipica

Il ragazzo e l’airone

Mahito e Hisako in una scena de Il ragazzo e l'airone (2023) di Hayao Miyazaki

Allo stesso modo Hisako può rappresentare sia la tragedia storica – la bomba atomica – sia la tragedia personale – la morte della madre di Miyazaki e, soprattutto, l’improvvisa scomparsa del suo compagno ed amico, nonché cofondatore dello Studio Ghibli, Isao Takahata.

Il protagonista prende infine le mosse dalla stessa, accettandola dentro sé stesso e decidendo così di proseguire con la sua vita: così Miyazaki ripensa al suo essere riuscito a proseguire con la sua carriera pure dopo la morte dell’amico proprio con questa pellicola…

…volendo forse incoraggiare un suo possibile erede – chiunque sia – a continuare la sua eredità nonostante la situazione dubbia dello Studio.

Ma, proprio per questo, Miyazaki gli chiede: E tu, come vivrai?

A dieci anni di distanza, con Il ragazzo e l’airone Miyazaki porta nuovamente in scena la sua tecnica precisa e impeccabile, pure con qualche novità.

L’evoluzione più evidente è l’animazione di alcune scene particolarmente intense – specificatamente quelle dell’incendio – con una tecnica magnetica e ricca di movimento, che riprende le mosse da Si alza il vento (2013):

Se invece per buona parte dei volti umani Miyazaki rimane su tratti semplici e simili all’opera precedente…

…stupisce con le nuove e ampie sperimentazioni sui volti anziani:

E, al contempo, per la prima volta utilizza un modello di un volto maschile per un volto invece femminile:

Ma la punta di diamante è indubbiamente lo splendido character design dell’airone, con il suo aspetto estremamente mutaforme, e le splendide animazioni che lo portano in vita:

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Wish – Un’ubriacatura lunga cent’anni

Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn rappresenta il punto di arrivo di un centenario disneyano piuttosto drammatico…

…non a caso si prospetta già l’ennesimo flop commerciale per la Disney: a fronte di un budget piuttosto consistente – 200 milioni di dollari – ad un mese dalla sua uscita ha incassato neanche 150 milioni di dollari…

Di cosa parla Wish?

Asha si prepara alla cerimonia in cui il sovrano, Re Magnifico, realizza un desiderio di uno dei suoi cittadini. E la protagonista vorrebbe davvero che il sogno di suo nonno, ormai centenario, fosse esaudito…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wish?

Sasha e Valentino in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Dipende.

Personalmente non considero Wish un film particolarmente meritevole, anzi: mi sono trovata davanti ad un disordinato incontro di diverse intenzioni, fra uno sguardo gettato al passato e ai suoi Classici, e l’intenzione evidente di realizzare qualcosa di più al passo coi tempi.

Ne risulta un prodotto piuttosto incolore, che cerca di rifarsi a dinamiche narrative del passato, ma senza portare nulla di significativo, anzi perdendosi in una metanarrativa e in un citazionismo a tratti veramente esasperante.

Insomma, niente di imperdibile.

La volta buona

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

L’ambientazione di Wish è una delle poche scelte vincenti del film.

Rosas è infatti storicamente piuttosto credibile, pur in un contesto fantastico come quello del film: una metropoli probabilmente tardo-antica, un incontro verosimile fra diverse culture – greca, latina, araba… – come poteva essere, per esempio, Alessandria d’Egitto.

Quindi è del tutto verosimile che, in un panorama del genere, vi sia la presenza di diverse etnie.

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Purtroppo, i meriti si fermano qui.

Come già detto in precedenza, fra tutte le case di produzione, la linea puramente politica della Disney negli ultimi anni è quella che meno digerisco, proprio per il fatto che non vi è la minima traccia di genuinità sul lato dell’inclusività.

Così, anche in questo caso, la produzione sembra voler riempire delle caselle per poter accontentare tutti, con una varietà di figure veramente poco interessanti – nello specifico con l’inclusione di un personaggio disabile, inserito unicamente per far presenza.

Un debole incontro

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

La protagonista di Wish è un pasticciaccio.

Pur con qualche capitombolo lungo la strada, da Rapunzel (2010) in poi si può dire che la Disney abbia almeno tentato di portare in scena protagoniste femminili più tridimensionali ed estranee al concetto più classico di principessa.

Nel caso di Asha, ci troviamo in una drammatica via di mezzo: per molti versi il suo personaggio assomiglia a Rapunzel – e a tutte le principesse da lei derivate – quindi una ragazzina di buon cuore, un po’ sbadata e molto insicura di sé stessa…

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

…ma, al contempo, si cerca in tutti i modi di ricondurla al prototipo della principessa destinata ad un certo lieto fine – in questo caso dal valore discutibile – cercando anche di renderla più attiva, ma risultando comunque mancante di un effettivo arco evolutivo.

Infatti, il punto di arrivo della sua evoluzione è più che altro il riuscire a riunire la comunità sotto la sua figura di fata madrina ante-litteram, mancando però delle basi consistenti e convincenti in questo senso.

Diciamo che più che un punto di arrivo, sembra un punto d’inizio.

La banalizzazione involontaria

Magnifico in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Magnifico è una terribile occasione persa.

Anche in questo caso le intenzioni sono simili a quelle di Asha, con un incontro fra presente – un villain non semplicemente cattivo, ma con un background consistente – e passato – un antagonista volutamente negativo e spaventoso.

Il problema è che Magnifico non è nessuna delle due cose, ma piuttosto un villain piuttosto basilare e poco interessante, con una motivazione veramente banale – la conquista del potere – ed un arco narrativo estremamente prevedibile.

Magnifico in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

In questo senso, si potevano prendere due strade.

Si sarebbe potuto esplorare maggiormente la sua psicologia, legata ad un concetto genuinamente interessante – il controllo dei desideri delle persone per poterle sottomettere – e non renderlo semplicemente un sovrano frustrato per l’ingratitudine dei suoi sudditi.

Allo stesso modo si poteva aggravare la sua malvagità, magari arricchendola di colpi di scena più consistenti: fra questi, sarebbe stato molto calzante scoprire che Magnifico fosse l’autore della morte del padre di Sasha, agendo magari con la complicità della moglie.

Un vero peccato.

Persi in sé stessi

Magnifico, Valentino e Sabino in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Più che puntare sulla storia, sembra che Wish voglia semplicemente essere celebrativo della Disney.

Quindi si sottrae moltissimo alla scrittura di una storia originale ed interessante, preferendo invece abbondare fino alla nausea con riferimenti alla storia della casa di produzione, anche con inserimenti veramente fuori luogo.

Infatti, per quanto sarebbe stato interessante raccontare una sorta di origine del mondo Disney – in particolare molto carina l’idea di rendere Magnifico lo Specchio di Grimilde in Biancaneve e i sette nani (1937) – non pochi elementi non tornano.

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Anzitutto il riferimento alla fata madrina riguardante Asha – concetto introdotto nel panorama favolistico ben oltre l’epoca in cui è probabilmente ambientata la storia e legato fortemente alle storie Disney…

…e, soprattutto, l’inserimento di Peter Pan e, indirettamente, di Mary Poppins (1964), due personaggi con storie veramente troppo lontane dal contesto raccontato in Wish, e il cui inserimento va a togliere senso ai loro stessi film.

Insomma, non si poteva pensare a qualcosa di più sottile ed elegante, invece che questa sbrodolatura fin troppo entusiastica?

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Balto – Sottoterra

Balto (1995) di Simon Wells è uno dei pochi film prodotti al di fuori dei grandi studios che divenne negli anni un piccolo cult.

Eppure, al tempo fu un flop devastante: con un budget di 30 milioni di dollari, incassò appena 11 milioni in tutto il mondo, fra l’altro alla vigilia del fallimento della casa di produzione, la Amblimation.

Di cosa parla Balto?

Alaska, 1925. Balto è un cane randagio e meticcio, che fatica a trovare la sua identità all’interno di una cittadina che lo disprezza. Ma una situazione drammatica gli permetterà di rimettersi in gioco...

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Balto?

Balto e Jenna in Balto (1995) di Simon Wells

Assolutamente sì.

Balto è uno di quei film che porto nel cuore, e che migliora non solo ad ogni visione, ma soprattutto ad una revisione con un occhio più adulto e maturo, che permette di coglierne i significati più sotterranei e nascosti, ma in realtà fondativi della pellicola stessa.

Al contempo, non lo considero propriamente un film adatto ai più giovani: nonostante si cerchi in più momenti di ammorbidire i toni con alcune gag più a misura di bambino, si tratta a prescindere di una storia piuttosto drammatica e angosciante.

Insomma…qualcuno pensi ai bambini!

La non-identità

Balto in Balto (1995) di Simon Wells

Non è un cane. Non è un lupo. Sa soltanto quello che non è.

Balto è un eroe di mezzo.

Il suo ambiente naturale sono le retrovie, i vicoli bui e malmessi della città, in cui viene ripetutamente cacciato e a cui, in qualche modo, sente di appartenere: Balto è insomma sempre ad un passo da un mondo a lui proibito.

Anzi, due mondi.

Infatti, il protagonista non riesce mai a trovare il coraggio di penetrare la realtà civile – quella degli uomini e dei cani – ma neanche è capace di spingersi fino al mondo selvaggio e misterioso – quello dei lupi.

Balto e Steel in Balto (1995) di Simon Wells

Così, quando osserva i lupi in lontananza che ululano nella sua direzione, è incapace di rispondergli, e si allontana sconsolato fino alla barca al confine fra la città e il mondo selvaggio – ovvero, proprio il luogo in cui sente di appartenere.

E solo molto timidamente sceglie prima di gettarsi all’ultimo nella corsa – ma solo per riportare il cappello a Rosy – e, infine, solo dopo grandi meditazioni, è capace finalmente di partecipare alla gara per scegliere chi salverà la comunità, e a battere tutti gli altri concorrenti.

Ma non basta.

Il sotterraneo

Boris in Balto (1995) di Simon Wells

Il destino del protagonista sembra ormai scritto.

Balto sembra infatti incapace di emergere dalla sua condizione anche perché è circondato da altri personaggi emarginati: Boris, un’oca incapace di volare insieme alle sue compagne, e così Muk e Luk, due orsi polari che hanno paura dell’acqua.

Una situazione che ovviamente si aggrava per via della cattiveria degli uomini della città, che premiano a prescindere i cani di razza pura solamente per la loro discendenza, incapaci di comprendere il valore del protagonista.

Jenna in Balto (1995) di Simon Wells

Ma la realtà sotterranea è fondamentale.

Emblematica in questo senso la scena in cui Balto conduce Jenna per una via nascosta al di sotto della casa di Rosy.

Infatti, in questa scena Jenna riesce finalmente a comprendere la condizione della ragazzina, e per il resto del film e anche senza Balto, sarà sempre in grado di avere la zampa della situazione, pur rimanendo ai margini della scena.

Balto e Jenna in Balto (1995) di Simon Wells

Nella stessa occasione, il protagonista mostra alla sua amata un elemento fondamentale per convincerla della sua bontà: quei cocci di bottiglia rotti, che sembrano solamente pericolosi, mera spazzatura, in realtà possono essere utilizzati per creare una splendida aurora boreale.

Allo stesso modo Balto, un meticcio, un emarginato, apparentemente selvaggio e pericoloso, è in realtà un personaggio di grande valore.

Multiforme

Balto e Jenna in Balto (1995) di Simon Wells

Jenna è un personaggio femminile incredibilmente interessante.

Anzitutto, si sottrae al ruolo semplicemente di oggetto del desiderio – sia da una parte che dall’altra: inganna furbescamente Steel, quando questo cerca per l’ennesima volta di sedurla, e sceglie di avvicinarsi consapevolmente a Balto, nonostante la sua nomea.

Balto e Jenna in Balto (1995) di Simon Wells

Inoltre, non ha alcuna vergogna ad ammettere di aver interesse per il protagonista, nonostante questo sia considerato un emarginato e un bastardo – come si vede nella scena in cui Sylvie, una delle due cagne sue amiche, la mette alla prova.

Oltre a questo, per tutto il tempo rimane un personaggio estremamente attivo, sia quando spinge Balto all’avventura, sia quando lo salva dall’orso, sia poi nel momento in cui rimane l’unico personaggio che si sottrae alla narrativa fasulla di Steel.

L’ombra

Rosy in Balto (1995) di Simon Wells

La lugubre ombra della morte è costante in Balto.

La troviamo anzitutto in Rosy, una dei tanti bambini che si ammalano, prima quando comincia a tossire e viene richiamata a casa, poi nelle diverse e insistite sequenze in cui viene inquadrata a letto nella disperazione della malattia.

Ma la morte è presente anche in altri due momenti altrettanto inquietanti.

Nelle scene iniziali, quando Boris viene acciuffato dal macellaio, e l’ombra della lama si staglia sul suo collo, e poi quando ogni speranza sembra persa, e il giocattolaio, che poche scene prima aveva confezionato una slitta per Rosy, ora prepara la sua piccola bara…

Il gruppo spezzato

Il gruppo di salvataggio è troppo ingombrante.

Infatti, inizialmente tutti i personaggi partono all’avventura insieme a Balto, anche quelli più secondari e apparentemente inutili come i due orsi.

Invece saranno proprio loro a salvare Balto da morte sicura quando starà per affogare nel ghiaccio – trovando così la loro redenzione – e fondamentale sarà Jenna, che giungerà all’ultimo per sottrarlo dalle grinfie del terrificante orso, pur diventano poi lei stessa il motivo per cui il gruppo si spezza.

Ma l’avventura di Balto deve essere solitaria.

Il protagonista con questo viaggio non è solamente destinato a salvare la propria comunità – e nello specifico Rosy – ma si sta inconsapevolmente imbarcando verso un percorso per acquisire finalmente consapevolezza della sua identità.

Ma nel suo viaggio sono in agguato anche presenze che gli mettono i bastoni fra le ruote: la terribile bestia nera che lo attacca – assimilabile, per contrasto al Lupo Bianco, ad una figura quasi demoniaca – ma soprattutto Steel, disposto persino a rischiare la morte dei bambini per la propria gloria.

Rinascita

Infatti, la vera salvezza di Balto è l’incontro con il Lupo Bianco.

Inizialmente il protagonista aveva ingenuamente intrapreso il viaggio e il tentativo di salvataggio della medicina nelle vesti del cane – e proprio per questo aveva nuovamente fallito, trovandosi seppellito dalla neve in un dirupo…

…e così ancora una volta rinchiuso sottoterra, proprio come poco prima era stato seppellito dal ghiaccio dall’orso.

Ma stavolta deve salvarsi da solo.

Infatti, l’incontro con la misteriosa presenza – che può essere assimilabile alla figura dell’eredità di Balto, quanto a una figura quasi divina di salvezza – è l’occasione per il protagonista di riscoprirsi lupo.

Così Balto ricorda le sagge parole di Boris, che gli ricordano come una missione del genere non potesse essere portata avanti dei semplici cani – abituati alle comodità del mondo civilizzato ma solo da un lupo, capace di affrontare l’ignoto e il selvaggio, e uscirne indenne.

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The Nightmare Before Christmas – Crisi di Natale

The Nightmare Before Christmas (1993) è uno dei più incredibili progetti animati della storia del cinema, per la regia di Henry Selick – e non Tim Burton, che fu ideatore del progetto, ma lo seguì a distanza – proprio per l’utilizzo della tecnica stop-motion.

A fronte di un budget di 24 milioni di dollari, fu un grande successo commerciale – 101 milioni di dollari in tutto il mondo – anche se nulla in confronto alla popolarità che guadagnò negli anni.

Di cosa parla The Nightmare Before Christmas?

Jack Skeletron è il Re delle Zucche ad Halloween Town, ma si sente ormai vuoto nel dover organizzare ogni hanno la stessa festa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Nightmare Before Christmas?

Jack e Sally in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

In generale, sì.

Per quanto consideri The Nightmare Before Christmas un prodotto di grande valore, mi rendo conto che i suoi meriti sono ritrovabili più nel lato artistico e musicale, che nella scrittura, che è piuttosto semplice e narrativamente non particolarmente brillante.

Tuttavia, se siete pronti a lasciarvi conquistare da un’opera davvero incredibile, una delle poche create con la splendida tecnica passo-uno (o stop-motion), vi innamorerete delle sue canzoni iconiche e degli splendidi character design dei personaggi.

Vuoto

Jack in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

La sequenza di apertura di The Nightmare Before Christmas è iconica.

This is Halloween (Questo è Halloween) è una delle canzoni più celebri della pellicola, che rappresenta perfettamente la città di Halloween Town e i suoi fantasiosi personaggi, creati prendendo le mosse dalle paure più classiche dei giovani spettatori.

E, soprattutto, l’entrata in scena di Jack è uno dei momenti più splendidi della pellicola, semplicemente spettacolare nelle sue dinamiche, e che racconta perfettamente il ruolo di divo che il protagonista gode nella città.

Jack in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

Ma non basta.

Jack si ritira quasi immediatamente dai festeggiamenti, muovendosi in un panorama lugubre e desolato, che rappresenta proprio i suoi contrastanti sentimenti sulla sua posizione, in una sorta di crisi di identità per cui non vuole più essere il Re di Halloween.

Un sentimento del tutto comprensibile, considerando che il protagonista ha vissuto tutta la sua vita circondato ed immerso nella stessa festa e nelle stesse atmosfere, nelle quali non riesce più a trovare la stessa soddisfazione di un tempo…

Scoperta

Jack in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

La scoperta del Natale è in realtà una tentazione.

Il protagonista viene improvvisamente catapultato in un mondo nuovo, in delle atmosfere assolutamente opposte a quelle di Halloween Town, comportandosi proprio come un bambino a Natale.

Tutta l’iconica sequenza di What’s this? (Cos’è) è fondamentale proprio per raccontare l’entusiasmo del personaggio, che così riesce a risolvere la sua crisi d’identità, pur non riuscendo – né ora né dopo – a comprendere davvero la festa di riferimento.

Ma è così splendida questa sua adorabile ingenuità nel cercare di trovare la formula per comprendere il Natale, e nel suo travolgere tutti con un inguaribile trasporto verso questa nuova scoperta, nonostante non sia nelle corde né sue né degli altri personaggi di Halloween.

Ed è ancora più irresistibile quando assistiamo ai tentativi del tutto ingenui dei suoi concittadini nel creare questo Natale alternativo, senza averne capito l’essenza, anzi contaminandolo costantemente – ed inconsapevolmente – con la loro festa di riferimento.

Ma non tutti sono convinti…

Cassandra

Sally in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

Sally è un personaggio molto meno banale di quanto potrebbe pensare.

Una sorta di rilettura di Frankenstein: una bambola di pezza che, come Jack sta attraversando una crisi esistenziale, è in una sorta di fase adolescenziale, che la porta ad essere totalmente invaghita del protagonista.

Al contempo è anche un personaggio particolarmente ingegnoso, del tutto consapevole delle sue potenzialità – poter usare le parti del corpo a suo piacimento – e anche piuttosto abile prima nello sfuggire dalle grinfie del suo creatore, poi nel gabbare – almeno momentaneamente – il terribile Bau Bau.

Sally in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

Al contempo, Sally ha il ruolo di Cassandra.

Infatti, quando entra per la prima volta in contatto con il Natale, vede la piantina natalizia bruciarsi fra le sue mani: un oscuro presagio della futura disfatta di Jack, che il suo personaggio cerca più volte di spiegare al protagonista, rimanendo però inascoltata.

Così, davanti alla totale cecità di Jack, Sally è protagonista di forse non la canzone più iconica della pellicola, ma sicuramente di una sequenza molto sentita e soffertaSally’s song o La Canzone di Sally – in cui malinconicamente ammette che il suo sogno d’amore è irrealizzabile.

Ingenuità

Jack e Babbo Natale in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

L’ingenuità di Jack non ha limiti.

Essendosi ormai intestardito nel suo progetto, il protagonista non vede nulla di male persino nel rapire Babbo Natale – anzi, pensa di stargli regalando finalmente una vacanza – e così niente di pericoloso nell’affidarsi ai maligni aiutanti di Bau Bau,

Ma, nonostante i suoi tentativi di spiegare il Natale – che, ricordiamolo, neanche lui capisce – ai suoi concittadini, i regali sono terribili, incapaci – per ovvi motivi – di portare gioia ai bambini, ma più che altro utili a regalare un profondo senso di orrore ed inquietudine.

Ma neanche questo basta a fermarlo.

In questo senso, la caduta del protagonista è fondamentale.

Nonostante lo scioglimento della vicenda sia a mio parere un po’ troppo sbrigativo, è necessario che Jack riceva un forte schiaffo che gli faccia comprendere finalmente che non può diventare il protagonista di un’altra festività.

Una realizzazione abbastanza angosciante, che però è sanata da un senso di rivalsa del protagonista, che è comunque felice di averci provato, sentendosi rinvigorito e pronto a riprendere le sue vesti di Re delle Zucche.

Sconfitta

Bau Bau in Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick

Bau Bau è un villain necessario.

Trovandoci in un mondo dominato dall’orrore, con un protagonista non propriamente positivo, ma anzi a tratti profondamente negativo, il ritorno alla ribalta di Jack necessita della sconfitta di un antagonista ancora più pauroso e indiscutibilmente cattivo.

Infatti, Bau Bau rappresenta la paura massima per un bambino – l’incomprensibile e mutaforma Uomo nero – ed è infatti immerso in un ambiente piuttosto ostile, soprattutto per lo sguardo infantile: una sorta di sala giochi delle torture.

 Nightmare Before Christmas finale (1993) di Henry Selick

In questo modo, Jack ha una doppia rivalsa.

Il protagonista riesce a sconfiggere un villain per cui fin dall’inizio dimostrava una malcelata antipatia, considerandolo probabilmente una sorta di minaccia che poteva mettere in discussione la sua autorità.

E, ovviamente fondamentale nel finale riprendere e riscrivere la malinconica canzone di Sally, ma in positivo, con un finale estremamente felice, in cui Jack riesce finalmente ad aprire gli occhi e a capire cosa si stesse perdendo.

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Samurai Champloo (2004) è un anime giapponese di Shinichirō Watanabe – lo stesso che ha curato la regia Cowboy Bebop (1998 – 1999), per intenderci.

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