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Elemental – L’insostenibile leggerezza dell’inesperienza

Elemental (2023) di Peter Sohn è uno dei film Pixar più sfortunati degli ultimi anni, che ha avuto una sorte particolarissima al box office.

Partendo da un budget piuttosto elevato – ma medio per un prodotto Pixar – di 200 milioni di dollari, per via di un marketing scandalosamente superficiale è stato il peggior esordio per la casa di produzione, ma ha recuperato grazie al passaparola, arrivando ad incassare 484 milioni in tutto il mondo.

Comunque un flop, ma un flop molto meno grave di quanto si prospettava.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2024 per Elemental (2023)

in neretto le vittorie

Miglior film d’animazione

Di cosa parla Elemental?

Bernie e Cinder Lumen sono una coppia di immigrati ad Element City, una città poco accogliente per la loro razza, ma in cui riescono a ricreare la loro comunità, sicuri di poter lasciare la loro eredità alla figlia, Ember…

Vi lascio il trailer, ma vi sconsiglio di guardarlo in quanto davvero poco rappresentativo del film:

Vale la pena di vedere Elemental?

Ember e Wade in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

In generale, sì.

Per quanto non sia uno dei migliori prodotti della Pixar – anche per la poca esperienza da sceneggiatore e regista di Peter Sohn – è un film piacevole, e che anzi si impegna a raccontare in maniera piuttosto interessante il tema dell’immigrazione e dell’integrazione sociale.

Purtroppo, il film soffre di una debolezza complessiva della scrittura, che sembra voler raccontare solo pochi concetti fondamentali, ma incapace di portarli in scena con una storia davvero convincente e ben strutturata.

Comunque, vale una visione.

La barriera all’ingresso

Ember e i genitori in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

L’inizio del film è anche la parte più interessante e incisiva.

I genitori di Ember arrivano in una città in cui vivono tutti i problemi che gravano sulle spalle degli stranieri che cercano di integrarsi in una nuova realtà sociale: la barriera linguistica – i loro nomi vengono adattati – le porte sbattute in faccia, una città non adatta alla loro sopravvivenza.

In particolare quest’ultimo aspetto è affrontato sotto diversi punti di vista: sia la ghettizzazione delle comunità immigrate, che la comunità è incapace di integrare, sia per il conseguente odio indiscriminato dei reietti verso l’ostica Elemental City.

Ember e il padre in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

Così i due sono riusciti a costruire un punto di riferimento per il resto degli immigrati del fuoco che non trovano un posto altrove, ma che anzi costruiscono la loro città – o ghetto, più giustamente – intorno proprio al Focolare.

Al contempo il padre è costantemente inacidito contro il popolo dell’acqua, che considera nemico a prescindere, nonostante i diversi tentativi della figlia di fargli comprendere che una persona non rappresenta tutta la sua comunità.

E questo è proprio il cuore della sua evoluzione.

Creazione e distruzione

Ember e Wade in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

Ember, proprio per via dell’educazione del padre, è un personaggio incredibilmente chiuso in sé stesso, che ha un solo obiettivo nella vita – prendere possesso del negozio e così far felice il genitore – e per questo rifugge ogni contatto con l’esterno della sua comunità, non uscendo mai da Fire City.

Ma al contempo la protagonista è evidentemente molto fuori luogo nella stessa, incarnando l’aspetto più distruttivo del fuoco, e non riuscendo a vedere oltre lo stesso.

In realtà Ember ha molto più da offrire

Durante la pellicola riscopre il lato positivo del suo elemento, ovvero quello creativo: se fino a quel momento aveva usato il suo potere solamente per rimediare agli errori – le tubature, la diga rotta – con la cena con la famiglia di Wade si affaccia finalmente agli orizzonti di possibilità che le sue capacità le offrono.

Ember e Wade in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

Lo stesso incontro le permette di comprendere la limitatezza del suo pensiero fino a quel momento, aprendosi finalmente all’idea che due comunità diverse possono riuscire a convivere, pur con i giusti compromessi.

Persino con un elemento così opposto come l’acqua.

Persino l’incontro apparentemente disastroso fra Wade e Barnie, si rivela invece una possibilità di unione: un piatto così tanto caldo – con un gioco di parole sul doppio significato di hot, che significa anche piccante – può essere addolcito con un po’ d’acqua, rendendolo più digeribile anche al di fuori del popolo del fuoco.

Favola e realtà

Ember e Wade in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

Ma se le tematiche e la simbologia di Elemental sono complessivamente riuscite, al contrario la resa narrativa non è particolarmente vincente.

Elemental vuole sostanzialmente raccontare il comporsi e ricomporsi di due rapporti: quello di Ember con il padre e con il nuovo interesse amoroso, Wade. Il primo è quello che ho trovato complessivamente più azzeccato, soprattutto godendo di un minutaggio piuttosto importante.

Non a caso, è anche il rapporto più importante della pellicola, che viene suggellato nel finale, il momento di vero confronto, quando Ember richiede quell’approvazione paterna per lei fondamentale, che il padre non aveva trovato al tempo nella sua famiglia.

Un momento toccante e centrale nella narrazione, a fronte di un primo ricongiungimento fra i due personaggi non adeguatamente incisivo.

Wade e Ember Elemental

Ember e Wade in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

Al contrario, il rapporto con Wade non mi ha convinto fino in fondo.

Il film si propone di seguire strade piuttosto consolidate, con una sorta di enemy to lovers molto simile al ben più efficace Rapunzel (2010), che però sembra reggersi unicamente sui momenti fondamentali del loro rapporto, che mancano però di una costruzione sufficientemente robusta.

Sarebbe stato molto più interessante instaurare anche un piccolo mistero sulla diga – alla Zootropolis (2016), per intenderci – la cui risoluzione portava anche allo sbocciare dell’amore fra i protagonisti.

Ember e Wade in una scena di Elemental (2023) di Peter Sohn

Al contrario, la questione della diga è un elemento molto più debole di quanto mi aspettassi, quasi un meccanismo della trama, e allo stesso modo il regalo di Wade ad Ember – la visita del Garden Central Station – non ha abbastanza mordente.

Ancora meno mi è piaciuto il taglio favolistico, quasi tragico, che è stato affibbiato al loro rapporto: al di là della costruzione non del tutto convincente, l’ho trovata una scelta narrativa che risulta piuttosto stridente e fuori luogo in un film che si propone di essere per molti tratti estremamente verosimile.

Ma non è tutto da buttare.

Elemental animazione

L’animazione di Elemental è impeccabile.

Non è un caso che Peter Sohn – qui regista e co-sceneggiatore – lavori da più di vent’anni come animatore per innumerevoli prodotti Pixar (e non) e che sia riuscito ancora una volta a portare una tecnica e un character design davvero ineccepibili.

Era così semplice scadere nel banale per dei personaggi rappresentativi degli elementi naturali, e invece il film riesce a portare in scena delle figure infuocate e acquatiche vive e credibili.

Non a caso le fiamme del corpo di Ember e degli altri del Popolo del Fuoco continuano a muoversi e definiscono altri tratti del loro viso, in particolare il naso, così la rappresentazione dell’Acqua è molto variegata, giocando su diversi elementi, fra cui le onde del mare.

Ma il fiore all’occhiello è indubbiamente l’incontro fra fuoco e acqua, che porta Wade inizialmente a bollire e Ember a spegnersi, ma che poi cambia proprio la chimica dei due elementi, rendendoli compatibili.

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Rango – Storia di un eroe a caso

Rango (2011) di Gore Verbinski è un lungometraggio animato che rappresenta un incontro fra il western classico e thriller politico, con un pizzico di surrealismo e un buon impianto metanarrativo.

Anche se sulla carta fu un flop – appena 245 milioni di incasso contro 135 milioni di budget – la Paramount lo considerò un ottimo punto di partenza per fondare il proprio reparto di animazione.

Di cosa parla Rango?

Rango è un camaleonte pieno di sogni, che vive nella ristrettezza del suo terrario, ma che verrà catapultato in una fantastica avventura…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Rango?

Rango in Rango (2011) di Gore Verbinski

Assolutamente sì.

È veramente difficile spiegare Rango a chi non l’ha mai visto: ad una visione più superficiale, potrebbe apparire come una semplicissima avventura per ragazzi dal sapore western, ma ci sono diversi aspetti della pellicola che portano in un’altra direzione…

Senza andare troppo nello specifico, se vorrete intraprendere questa visione, vi consiglio di fare attenzione agli elementi visivi che vengono ripetuti in più momenti durante la pelliclla, specificatamente all’inizio e alla fine.

Potreste rimanere sorpresi…

Senza nome

Rango in Rango (2011) di Gore Verbinski

Rango è un eroe senza nome.

Un camaleonte che non sa di esserlo – e infatti nessuno degli altri personaggi lo definirà mai tale – incapace di integrarsi, incapace di utilizzare i suoi poteri naturali per cambiare aspetto, ma comunque deciso a vivere l’avventura che lo definisca come eroe.

Gli elementi del suo terrario sono dei placeholder piuttosto deboli, che rappresentano gli elementi fondamentali dell’avventura, particolarmente dell’avventura western: la bella da salvare, il nemico da sconfiggere, il personaggio maschile impossibilitato a proteggere la comunità.

E poi lui, l’eroe della storia.

Disillusione

Rango in Rango (2011) di Gore Verbinski

Per la maggior parte del film, Rango combatte contro sé stesso.

Per quanto agli inizi si senta totalmente coinvolto dalla storia che lui stesso ha creato, allo stesso modo è completamente consapevole, anzi esplicitamente disilluso dalla totale artificiosità della situazione, definita da pochi, fragilissimi simboli.

Ma è sempre Rango che, appena è gettato nella feroce realtà del deserto, sulle prime sembra totalmente incapace ad integrarsi e a sopravvivere, ma riesce infine, con qualche piccola arguzia, a salvarsi dal falco, e così ad arrivare a Polvere.

Rango in Rango (2011) di Gore Verbinski

In questa aspra cittadina di frontiera, Rango si rende conto di poter essere chi vuole, e prende il suo nome da eroe totalmente per caso, da una scritta su un bottiglia. Ed è la sua capacità di interpretare un personaggio profondamente teatrale che convince tutti gli altri della sua sceneggiata.

Ma nel momento in cui è messo alla prova, in cui deve dimostrare effettivamente di essere un eroe, perde in realtà tutto il suo coraggio e riesce assai debolmente a nascondersi dietro alla facciata che lui stesso si è creato.

Ma è la storia stessa che sembra venirgli incontro, regalandogli una serie di colpi di fortuna che riescono effettivamente a rendere credibile la sua maschera.

Un’arida realtà

Rango in Rango (2011) di Gore Verbinski

La vicenda politica è la parte più adulta della pellicola.

Piuttosto indovinata l’idea di legare l’elemento di forza del potere politico a qualcosa di così fondamentale per la sopravvivenza – anche se, in realtà, basterebbe sostituire l’acqua con i soldi o il petrolio per dare alla vicenda tutto un altro sapore.

Di fatto il vero nemico della storia non è Jake Sonagli, ma il sindaco, che all’esterno appare come un benefattore della comunità – offrendo ad ogni cittadino un obolo di acqua – ma che nell’ombra agisce con una vera e propria speculazione edilizia.

Rango in Rango (2011) di Gore Verbinski

Come il più feroce degli imprenditori e strozzini moderni, prende il controllo dell’economia della città e la prosciuga del suo valore, così da poterne prendere possesso e usare quegli spazi per costruire una realtà edilizia ben più vantaggiosa.

Questo elemento è in aperto contrasto con le atmosfere western, ma, storicamente parlando, Rango si pone nel momento che segnò la fine del sogno del Far West, delle città di frontiera e dei cowboy, per lasciare spazio alla più avanguardistica realtà urbana.

Ma il western ha ancora qualcosa da dire.

Una pesante eredità

Jake Sonagli in Rango (2011) di Gore Verbinski

Nella parte centrale e, soprattutto, nel finale, l’avventura western cerca di farsi disperatamente largo in una situazione dove sembra ormai fuori posto.

In primo luogo, tramite la tumultuosa cavalcata per acciuffare i ladri della banca e ritornare come eroi, una lunga sequenza che è forse la parte più specificatamente western della pellicola, e anche la più digeribile per un pubblico infantile.

Ma la stessa si conclude con un brusco ritorno alla realtà, quando si scopre che l’acqua in realtà non era stata veramente rubata: il deposito era già stato prosciugato dal sindaco.

Per quanto Rango cerchi di fare luce su una storia ben più complessa e meno facilmente riconducibile alla classica avventura western che tanto sognava, quest’ultima lo respinge e cerca di buttarlo fuori di scena.

Ed il motore dell’azione è proprio Jake Sonagli.

Questo nemico monumentale, oltre ad essere uno dei villain più terrificanti dell’animazione dello scorso decennio, rappresenta sia il nemico ultimo da combattere per l’eroe, sia la monumentalità del sogno del Far West, che il sindaco vorrebbe spazzare via.

E proprio Jake Sonagli che spoglia Rango della sua neonata identità, gli impedisce di essere l’eroe che aveva sempre sognato – e a cui tutti avevano creduto.

Il meta-sogno

Clint Eastwood in Rango (2011) di Gore Verbinski

L’incontro con Lo spirito del West è la sequenza rivelatoria.

Rango, dopo essere finalmente riuscito a superare la prova finale dell’eroe, quella che aveva sempre temuto, incontra finalmente l’entità che rappresenta il West, nello specifico il genere western.

Ma è molto diversa da quella che si sarebbe aspettato.

Lo spirito del West è di fatto l’altra faccia di Jake Sonagli, un simbolo spogliato del suo sogno: non troviamo infatti un Clint Eastwood nei panni del suo iconico Uomo senza nome, ma piuttosto l’autore che indossa le vesti del suo personaggio, ma che è diventato qualcos’altro.

Lo Spirito del West è infatti l’Eastwood uomo, il regista e l’autore che ha collezionato diversi premi e che può godersi la ricchezza conquistata a bordo di un moderno golf card, ma che comunque non ha mai abbandonato il sogno del Far West.

No man can walk out of his own story.

Nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia.

Questa frase emblematica insegna a Rango come possa vivere anche come eroe dei due mondi: il mondo del sogno, del Far West ormai morente, e l’eroe invece più urbano, contemporaneo, che svela le macchinazioni politiche del sindaco e che, infine, salva la comunità.

E al contempo racconta come il protagonista non debba inseguire l’icona di un eroe di parole e simboli, ma piuttosto dimostrare il suo valore tramite azioni veramente risolutive, che lo definiranno effettivamente come il salvatore della città.

Riprendersi il finale

Il finale di Rango è prevedibile quanto inaspettato.

L’elemento inaspettato è rappresentato dall’improbabile alleanza fra Rango e Jake Sonagli, da cui infine il protagonista riceve l’approvazione – e quindi la validazione – come eroe, e che porta il bandito a rivoltarsi verso il vero nemico, il personaggio che vuole distruggere il sogno: il sindaco.

La conclusione prevedibile è il salvataggio della città, in maniera piuttosto rocambolesca, quasi eccessiva, che porta sostanzialmente ad un cambio del paesaggio: il deserto diventa una piacevole spiaggia.

E così, con un discorso esplicitamente metanarrativo, Rango si congeda dalla scena come eroe che deve lasciarsi alle spalle la comunità che ha salvato per cavalcare verso l’orizzonte, verso nuove avventure che consolidino la sua posizione.

Anche se…

Rango finale significato

Il finale di Rango si presta ad una lettura molto più onirica.

Ma non solo il finale: una primissima definizione del personaggio si vede quando, fra i vari salti fra le macchine, il protagonista finisce sul parabrezza di un personaggio molto peculiare, che non è altro che Johnny Depp in Paura e delirio a Las Vegas (1998)

E, proprio a livello metanarrativo, Rango nelle sue prime vesti indossa una camicia molto simile a quella del protagonista della suddetta pellicola, oltre ad essere doppiato proprio da Johnny Depp.

Questo confronto così diretto apre la possibilità ad una ulteriore lettura: e se tutta la storia di Rango non fosse altro che un sogno dello stesso protagonista?

Johnny Depp in Rango (2011) di Gore Verbinski

Secondo questa idea, la trama politica potrebbe derivare da una visione più semplicistica dei discorsi sentiti da Rango dalla bocca dei suoi padroni, la cavalcata sarebbe nient’altro che la messinscena delle visioni dal finestrino mentre in macchina si dirigono verso Las Vegas, che è fra l’altro il luogo rivelatorio dell’intrigo del sindaco.

Una visione confermata dal finale, dove i personaggi si muovono in ambiente che è evidentemente il terrario, sia per lo sfondo con le nuvolette, sia per la presenza degli elementi che definivano lo spazio all’inizio del film.

La palma di plastica, il manichino, il pesce…

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Shrek – Lo schiaffo dovuto

Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson è uno dei titoli più cult dell’animazione del nuovo millennio, una delle prime prove di animazione 3D della Dreamworks.

Non a caso, fu un successo incredibile: a fronte di 60 milioni di budget, incassò ben 484 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Shrek?

Shrek è un orco che vive in una serena solitudine in un mondo favolistico. Ma un nuovo decreto di Lord Farquaad metterà a rischio la sua isola felice…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Shrek?

Shrek in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

C’è da chiederlo?

Shrek è un cult non per caso, anche solo per l’importanza storica che ebbe per l’animazione: un approccio davvero rivoluzionario, con un protagonista totalmente fuori dagli schemi che il pubblico aveva visto fino a quel momento.

Fra l’altro, una pellicola dalla durata veramente limitata, ma che riesce perfettamente a bilanciare i tempi e raccontare tematiche di inedita profondità pur con un minutaggio ridotto.

Insomma, cosa state aspettando?

Meglio vedere Shrek in originale o in italiano

Meglio vedere Shrek doppiato o in originale?

Secondo me, entrambi.

Il doppiaggio italiano di Shrek è uno dei migliori di quegli anni, in particolare nel suo riuscire a rigirare frasi o termini fondamentalmente intraducibili con trovate assolutamente geniali e iconiche.

Fra queste, le più celebri sono sicuramente le scapolottine e l’uomo focaccina.

Tuttavia, se l’avete sempre visto in italiano, magari perché ci siete cresciuti, vi consiglio di provare a guardarlo in originale: il doppiaggio anche in quel caso è davvero ottimo, forte di un voice cast veramente pazzesco.

Lo schiaffo (dovuto)

Shrek in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

L’incipit di Shrek ha fatto la storia dell’animazione.

Sostanzialmente è la Dreamworks che prende sessanta e più anni di storia Disney e la distrugge, la deride, la usa come carta igienica – per non dire altro…

Così vediamo per la prima volta un protagonista animato che non è immediatamente positivo, anzi è a tratti veramente disgustoso per tutta la sequenza iniziale, con la sua iconica quanto sconvolgente routine mattutina.

Per non parlare di come vengano messi al bando i personaggi più iconici della concorrenza: da Geppetto che vende Pinocchio per due soldi a Peter con Trilli chiusa in gabbia, è tutto un programma…

Fra tradizione e modernità

Farquaad in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

L’altro elemento di grande novità lo vediamo chiaramente nella scena di introduzione di Farquaad.

L’interrogatorio, la tortura fisica che in altri contesti sarebbe disturbante, diventa una gustosissima miscela fra favola e modernità, con anche Farquaad che cestina Zenzy in un cestino di metallo che sembra veramente preso da uno scaffale dell’IKEA.

Shrek in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

Ancora più geniale l’iconica scena delle scapolottine con lo Specchio: la scelta della moglie diventa un programma televisivo con il voto da casa, a raccontare anche tutta la misoginia e pochezza del villain.

Ma probabilmente il picco è Duloc, che di fatto non è altro che un’evidentissima presa in giro di Disneyland: dalla fila con il tempo di attesa, ai tornelli all’ingresso, alla mascotte con la faccia di Farquaad…

Tutto così fuori luogo e improbabile, ma in realtà semplicemente geniale.

La metafora della cipolla

Shrek in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

La metafora della cipolla ci racconta già tutto su Shrek.

La cipolla puzza, fa piangere, ma è anche un alimento essenziale e composto da diversi strati, che nascondono altro rispetto a quanto appaia all’esterno.

E non si può addolcire la cipolla

Infatti, nonostante Ciuchino cerchi di mutare la metafora di Shrek, provando a paragonare gli orchi prima ad una torta, poi alle lasagne, ovvero cibi che piacciono a tutti, Shrek non ci sta.

Infatti, il protagonista non vuole assolutamente illudersi: proprio per la sua natura, è consapevole di non poter essere una persona che piace a tutti, quindi preferisce essere apprezzato per altro, ovvero quello che è meno evidente all’esterno.

E, per motivi diversi, trova due compagni che lo apprezzano proprio per questo: Ciuchino e, soprattutto, Fiona.

Il dramma di Fiona

Fiona in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

Fiona è uno dei più interessanti personaggi femminili portati in un prodotto di animazione.

Il suo dramma si scopre a poco a poco, ed è molto meno superficiale della semplice maledizione, ma piuttosto derivante dalle pressioni sociali per un certo tipo di comportamento che gli altri si aspettano da lei.

Fiona è una principessa, quindi deve comportarsi come tale, lasciandosi ubriacare ed illudere dalle promesse del vero amore che l’avrebbe portato ad un fantastico lieto fine – una ricompensa davanti ad una vita di reclusione sia fisica che mentale…

Fiona in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

In realtà, Fiona è aguzzina di sé stessa.

Come scopriamo durante la visione, Fiona non è per nulla la classica principessa illibata e ingenua, ma è anzi abile, piuttosto furba, e piena di risorse e capacità – fra cui il sapersi proteggere da sola.

Per cui appare evidente che la ragazza avrebbe potuto senza troppi problemi scappare dalla torre in cui era stata rinchiusa, ma ha costretto sé stessa a restarci proprio per seguire il preciso percorso da principessa da salvare a cui è stata indottrinata.

Quindi la maledizione è solo la punta dell’iceberg, una rappresentazione materiale di quello che Fiona realmente è – e non solamente perché è un’orchessa, ma perché non corrisponde allo stereotipo della donna in pericolo fino a quel momento proposto nella maggior parte dell’animazione.

L’amore con poco

Fiona e Shrek in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

Shrek è proprio la rappresentazione di come dei buoni sceneggiatori siano capaci di raccontare un rapporto efficace anche con poco tempo a disposizione.

Nonostante il minutaggio limitato, la costruzione dell’innamoramento funziona perfettamente.

Tanto più che di fatto Shrek e Fiona si salvano a vicenda: Fiona capisce che può essere sé stessa e trova qualcuno che la ama per questo – e non solo in quanto orchessa, perché Shrek si innamora di lei vedendola umana.

Al contempo, Shrek grazie a Fiona capisce che, per la cattiveria subita per tutta la sua vita, si è troppo chiuso in sé stesso, con la conseguenza di giudicare gli altri con la stessa superficialità a cui si sente condannato…

Un vero amico

Ciuchino e Shrek in una scena di Shrek (2001) di Andrew Adamson e Vicky Jenson

Ma l’effettiva consapevolezza viene da Ciuchino.

L’asino parlante è un personaggio incredibilmente positivo e funzionale, perché riesce veramente a far aprire Shrek alla possibilità di essere qualcos’altro rispetto all’orco odiato da tutti, al reietto sociale – in una auto reclusione non dissimile da quella di Fiona.

In primo luogo, dimostrando di essere qualcuno che non si lascia frenare dalla prima impressione, non scappando a gambe levate appena vede un orco, anzi seguendolo e cercando di diventare suo amico.

E così, pur con tutti i muri che Shrek mette fra di loro, Ciuchino riesce a scuotere il protagonista e portarlo al suo lieto fine, diventando di fatto l’imprescindibile motore dell’azione sul finale.

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Shrek 2 – Ti presento i miei

Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon è il sequel di uno dei titoli animati più di cult dell’inizio Anni Duemila.

Un successo commerciale veramente grandioso, che confermò il culto che si era già al tempo formato intorno al brand: con un budget di circa 150 milioni, incassò quasi un miliardo.

Di cosa parla Shrek 2?

Poco dopo il matrimonio, Shrek e Fiona tornano alla palude, ma una sorpresa è lì ad aspettarli…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Shrek 2?

Shrek in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

Ovviamente sì.

Shrek 2 è la conferma del successo del brand, e anche la sua maturazione, dove il misto fra fiaba e modernità è definitivamente scatenato, con delle trovate veramente incredibili e geniali.

Inoltre, racconta un’ulteriore, quanto essenziale, maturazione di Shrek e del suo rapporto con Fiona, forte di un primo capitolo che ha posto delle basi molto solide per la relazione fra i due protagonisti, così da poter esplorare nuove strade nel suo seguito.

Insomma, non potete perdervelo.

Innamorarsi ancora

Shrek e Fiona in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

La sequenza del viaggio di nozze di Fiona e Shrek riesce al contempo a rinsaldare il rapporto fra i due – che sarà al centro della vicenda – sia ad essere meravigliosamente ironico.

In questo caso, con delle sequenze di pura cattiveria – in particolare quella con la Sirenetta – ma anche davvero esilaranti, come il quadretto idilliaco dei due sposini che corrono nel campo inseguiti dalle folle inferocite.

E funziona proprio grazie al primo film.

Infatti, dal momento che avevo trovato così convincente la costruzione del rapporto fra i protagonisti nella pellicola precedente, sono riuscita davvero ad innamorarmi di nuovo della loro relazione – ed era essenziale che fosse così.

Di nuovo Disneyland?

Una delle parti per me più convincenti in Shrek (2001) era Duloc.

E per questo Molto molto lontano è ancora più geniale.

Una rappresentazione che riesce a riscrivere nuovamente la fiaba e incasellarla in un preciso contesto moderno e commerciale come quello di Hollywood, grazie anche ad un’introduzione veramente perfetta nella sequenza di arrivo.

Così le principesse delle fiabe diventano le star del cinema – pur essendo introdotte effettivamente solo nel prossimo film – le taverne diventano fast-food e i balli reali sono niente di meno dei red carpet.

E il tutto senza alcuna sbavatura.

Ti presento i miei

Harold in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

Tutta la sequenza di incontro con i genitori è indubbiamente ispirata a quel piccolo – quanto recente al tempo – cult di Ti presento i miei (2000).

E funziona ottimamente.

I veri protagonisti della storia, di fatto, sono Shrek e Harold: entrambi compiono un percorso con motivazioni simili – riuscire a rimettersi in discussione – e di fatto il padre di Fiona rivede sé stesso nell’odiato marito della figlia.

Non a caso Harold si è piegato veramente a fare qualunque cosa pur di superare quell’aspetto che, ne era certo, l’avrebbe reso un emarginato sociale, senza poter mai raggiungere lo status – e la relazione – tanto agognato.

Da parte sua Shrek è nuovamente messo davanti alle sue paure, dopo averle temporaneamente superate grazie al rapporto con Fiona: di nuovo i forconi, di nuovo il disprezzo, di nuovo il sentirsi fuori posto.

Il femminile secondario

Fiona in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

Rivedendo Shrek 2 mi sono resa conto di quanto i personaggi femminili positivi siano di fatto secondari.

Eppure, sono assolutamente essenziali.

Il ruolo più appartato, almeno sulle prime, è quello di Lillian: per tutto il tempo cerca di riportare alla ragione il marito, tentando di assumere immediatamente un ruolo conciliante fra le parti.

Al contempo Fiona, nonostante sia poco presente in scena, rappresenta, come la madre, il punto di arrivo dell’eroe maschile, riuscendo di fatto a portare ad una interessante chiusura della storia proprio grazie alla maturazione che ha vissuto nel primo film.

Infatti, la Fiona che troviamo in questo secondo capitolo non è più la principessa che viveva nel sogno del Principe Azzurro, ma è una donna che è finalmente maturata e che ha compreso quanto la bellezza sia di fatto secondaria rispetto all’interno di un rapporto duraturo.

Distruggere la fiaba

Fiona e la Fata Madrina in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

La distruzione dei topoi della fiaba in Shrek 2 è definitiva.

Di fatto si rompe quella sorta di patto narrativo per cui dovremmo credere all’amore a prima vista, all’amore predestinato, riducendo il tutto ad una transazione commerciale.

E così il salvataggio di Fiona non era altro che un matrimonio combinato.

Per questo il personaggio della Fata Madrina è così tanto interessante: va a colpire la Disney ancora sul vivo, distruggendo un caposaldo della fiaba, da sempre rappresentante della maternità e della cura.

In questo caso invece il suo personaggio è di fatto il motore dell’azione, l’abile villain che tira i fili nell’ombra, grazie al potere di poter dettare le regole e sconvolgere a suo piacimento le sorti dei personaggi.

Il principe nell’ombra

Azzurro in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

La rappresentazione del Principe Azzurro è sottilmente geniale.

Shrek 2 gioca abilmente sul fatto che questo principe non sia un eroe qualunque che si identifica sotto questo topos narrativo, ma proprio un uomo che si chiama Azzurro.

Di conseguenza, il destino di Fiona era già scritto senza che se ne rendesse conto, proprio giocando su questa ambiguità del nome. E, per l’appunto, nessuno tranne Harold e la Fata Madrina conosce effettivamente il personaggio.

Azzurro in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

E, incredibilmente, Shrek 2 è riuscito a dare tridimensionalità ad un personaggio spesso totalmente vuoto.

Infatti, soprattutto se si guarda alla Disney dei primi tempi, l’eroe maschile era anche più insipido della protagonista femminile. In questo senso, Azzurro mi ha ricordato una sorta di Flynn di Rapunzel (2010) – in senso negativo, ovviamente.

Così, proprio per la sua posizione e bellezza, Azzurro è incredibilmente vanesio e pieno di sé stesso, anche opportunamente viziato dalla madre, raggiungendo una maturazione da villain solo nel film successivo.

Shrek, tocca a te!

Shrek e Fiona in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

Il motore dell’azione per il viaggio di Shrek è di fatto la sua consapevolezza del debito nei confronti di Fiona.

Infatti, come lei stessa gli ricorda, la moglie ha fatto diversi e importanti sacrifici – la sua posizione sociale, il suo aspetto – per amore di Shrek. E invece il marito si è mostrato del tutto egoista nel fare un passo avanti nei suoi confronti.

Al punto che Shrek arriva a rinunciare alla sua stessa identità – o così sembra – pur di poter garantire a Fiona una vita effettivamente felice – o almeno quella che potrebbe sembrare apparentemente tale.

Tuttavia, proprio per questo il punto di arrivo di Shrek e Harold è il medesimo: entrambi si rendono conto che gli sforzi che hanno fatto verso le loro compagne non era tanto importanti di per sé, ma per quello che hanno in questo modo dimostrato.

Doris Shrek 2

Non voglio arrivare a giudicare con i parametri odierni un film del 2004, ma la presenza del personaggio di Doris mi offre inevitabilmente uno spunto di riflessione.

La sorellastra è una rappresentazione poco chiara, ma sicuramente molto stereotipata, di una drag queen, ma più che altro una donna transgender – non a caso è doppiata da un uomo.

Doris in una scena di Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

Molte delle battute girano intorno al suo essere poco attraente, quasi repellente – anche dovuta dalla sua natura – in maniera abbastanza sciocca, ma sicuramente molto coerente con lo spirito del periodo.

E mi stupisce vedere una rappresentazione di questo tipo all’interno di un film che promuove così evidentemente la diversità, la bellezza interiore e lo sradicare i ruoli sociali.

Ma era il 2004, appunto.

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Shrek Terzo – La grande debolezza

Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller è il terzo capitolo della saga cult di Shrek, nonché il film considerato più debole fra quelli prodotti finora per questo personaggio…

Con un budget leggermente superiore al precedente – 160 milioni – fu sempre un grande successo, ma non riuscì ad avvicinarsi alla soglia del miliardo come Shrek 2, con appena 813 milioni di incasso.

Di cosa parla Shrek Terzo?

Dopo essere riuscito a tornare in buoni rapporti con i genitori di Fiona, Shrek cerca una via d’uscita dalla soffocante vita di corte…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Shrek Terzo?

Ciuchino e Shrek in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

In generale, sì.

Per quanto Shrek Terzo manchi assolutamente della brillantezza dei precedenti, è complessivamente un capitolo piacevole, che riesce, pur con molta difficoltà, a rimanere sui binari della saga, cercando di introdurre qualche novità…

È anche il capitolo in cui si punta di più sull’ironia, con però, ancora una volta, un umorismo molto meno interessante e originale rispetto a quello a cui ci aveva abituato fino a questo momento…

Insomma, se siete innamorati di Shrek, potreste amarlo quanto odiarlo…

Un nuovo ostacolo

Ciuchino, Shrek, Fiona e Il gatto con gli stivali in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Come ogni film di Shrek, anche in questo caso il protagonista si deve trovare davanti ad un ulteriore ostacolo che metta in discussione il suo status quo.

E, a fronte di tutte le possibili strade che si sarebbero potute intraprendere, si è preferito portare Shrek sui binari dell’uomo medio, ovvero alle medesime problematiche che affliggono i protagonisti della maggior parte delle sitcom e delle commedie romantiche.

Shrek in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Prima il matrimonio, poi i figli.

E purtroppo non si sono resi conto di quando questa scelta non faccia altro che allontanare il personaggio da sé stesso, mentre aveva potenzialmente la strada spianata per mettersi veramente alla prova, non tanto come padre, ma piuttosto come regnante.

Invece questa possibilità viene subito tolta dal tavolo.

La banalità

Per due film Shrek ci aveva stupito con delle location profondamente originali, incontri vincenti fra il vecchio e il nuovo.

Purtroppo, non si può dire lo stesso di Worcestershire.

La high school in stile medievale di per sé non è malvagia, ma personalmente ho visto video fanmade su Facebook più riusciti. Fra l’altro, un’idea veramente vista e rivista, poco originale, e che è stata replicata in tutte le salse anche troppe volte.

Shrek in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Al contempo portare Shrek in questo contesto così da teen movie l’ho trovato abbastanza fuori luogo per il personaggio, unicamente finalizzato all’inserimento di momenti di comicità spicciola e slapstick – alcuni anche vagamente indovinati, altri veramente poco interessanti…

E parlando di Artie…

La strada obbligata

Artie in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Come per Shrek, anche Artie imbocca una strada obbligata dalla sceneggiatura.

Uno dei punti di forza di Shrek è sempre stato di riuscire a costruire i rapporti fra i personaggi e i loro archi evolutivi in breve tempo. In Shrek Terzo, anche per una narrazione estremamente spezzettata, l’evoluzione di Artie funziona fino ad un certo punto.

Infatti, se tutto sommato il personaggio riesce a compiere la sua maturazione e diventare più sicuro di sé, appare molto più forzato invece il fatto che riesca così facilmente a prendersi sulle spalle una responsabilità come quella di essere un re per un paese sconosciuto…

L’esasperante girl power

In Shrek Terzo sembrano improvvisamente essersi resi conto che Fiona era un personaggio più secondario del dovuto.

Indubbiamente la scena della rivolta delle principesse è la parte più iconica del film e di per sé non è neanche un’idea scadente, ma ho anche sempre avuto la sensazione che fosse qualcosa di molto raffazzonato, e che andasse persino a banalizzare il senso dell’evoluzione di Fiona.

Fiona e Mildred in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Infatti il significato della sua emancipazione non era tanto quello di potersi salvare da sola – cosa di cui, come abbiamo detto, era capacissima di fare – ma più che altro di liberarsi da quella prigione mentale autoimposta dell’essere la principessa perfetta.

Al contrario qui le principesse sembrano rendersi conto di quanto sia stupido essere del tutto dipendenti dalla figura del principe, mostrando scene veramente interessanti come quella di Biancaneve, ma complessivamente un ragionamento molto più superficiale rispetto a quanto visto nel primo capitolo.

Il tema di fondo

Artie e Merlino in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Il tema di fondo di Shrek Terzo è fondamentalmente l’idea di emanciparsi dalla posizione sociale (auto)imposta.

Quindi si distribuisce la tematica comune di tutti e tre i film su più personaggi, idea che potrebbe essere anche complessivamente interessante, ma che in realtà ho trovato una scelta, arrivati a questo punto, francamente ridondante.

Nonostante questo, Azzurro non mi dispiace come villain.

Azzurro in una scena di Shrek Terzo (2007) di Raman Hui e Chris Miller

Per quanto preferisca i precedenti antagonisti, recuperare un personaggio negativo ma non troppo esplorato del secondo film e renderlo un villain in tutto e per tutto è stata secondo me la scelta migliore di tutta la pellicola.

Tanto più che Azzurro si autoproclama il paladino della diversità, ma in realtà agisce per motivi puramente egoistici, ovvero riuscire a recuperare lo status sociale che gli è stato tolto, facendo leva sull’insoddisfazione di personaggi che avrebbe disprezzato fino al giorno prima…

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Spider-Man: Into the Spider-Verse – Un inizio inaspettato

Spider-Man: into the Spider-Verse (2018) di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman è un lungometraggio animato di produzione Sony, con protagonista l’Uomo Ragno in una veste inedita.

Un prodotto che ebbe maggior successo nel suo rilascio in streaming, a fronte di un riscontro economico non eccellente: con un budget di 90 milioni, incassò appena 375 milioni – meno del prodotto più debole della Marvel lo stesso anno, Antman and the Wasp.

Di cosa parla Spider-Man: into the Spider-Verse?

Miles Morales è un ragazzino di quattordici anni, che vive stressato dalle aspettative del padre poliziotto e nell’ammirazione dello zio, non sapendo quali strade prendere nella sua vita. Un incidente gli cambierà per sempre la vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Spider-Man: into the Spider-Verse?

Miles Morales in una scena di Spider-Man: into the Spider-Verse (2018) di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

Assolutamente sì.

Spider-Man: into the Spider-Verse è stata una grande sorpresa per molti, soprattutto dopo il recente successo dello Spiderman di Tom Holland, e quando il multiverso al cinema era ancora solo timidamente esplorato.

Io non lo vidi in sala – per colpa anche di una distribuzione piuttosto anomala in Italia – ma lo riscoprì grazie all’ottimo passaparola un paio di anni dopo.

E ne rimasi estremamente soddisfatta: un film veramente ben scritto, con una tecnica d’animazione pazzesca ed originale, che gioca fra l’altro in maniera perfetta con l’elemento metanarrativo.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Un inizio (non) ridondante

Raccontare le origini di Spiderman non è affare da nulla.

La sua origin story è nota tanto quanto quella di Batman, e raccontarla identica per l’ennesima volta poteva apparire incredibilmente ridondante e – di fatto – noioso. Per questo Spider-Man: into the Spider-Verse ha scelto la via più intelligente.

L’autoironia.

Collegandosi direttamente – ma non troppo – a Spiderman (2002) di Raimi, riassume in prima battuta la storia dello Spiderman più canonico, per poi passare a raccontare Miles prima di tutto come personaggio e, solo dopo, come l’Uomo Ragno.

Ma c’è di più.

Non il solito Spiderman

Peter B Parker e Miles Morales in una scena di Spider-Man: into the Spider-Verse (2018) di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

L’altro elemento di grande novità di Spider-Man: into the Spider-Verse è che Miles non è Peter Parker.

Anche se le origini sono simili, il fatto che non si tratti del medesimo personaggio permette di spaziare nella scoperta di poteri altri oltre a quelli canonici dell’Uomo Ragno, e, soprattutto, di giocare in maniera davvero interessante con la figura di Peter Parker stesso.

Se infatti Miles si aspettava di avere come mentore il suo eroe del cuore, in realtà si trova in mezzo allo psicodramma di un Peter Parker nella sua versione più fallimentare, che ha preso tutte le scelte sbagliate nella vita.

Sapore di verità

Miles Morales in una scena di Spider-Man: into the Spider-Verse (2018) di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

L’altro elemento che ho particolarmente apprezzato è quanto Miles sia un eroe molto quotidiano.

Un aspetto che avevo già adorato in Spiderman: Homecoming (2017), prodotto però mancante – per ovvi motivi – di tutta la parte del primo approccio ai poteri del protagonista.

Una sezione invece presente sia in Spiderman (2002), sia in The Amazing Spider-Man (2012), ma che non mi aveva mai veramente soddisfatto.

In questo caso la scoperta delle nuove abilità non solo ha un taglio molto realistico e piacevole, ma è riuscita anche ad avvicinarmi emotivamente al protagonista, nella sua confusione per questa inedita situazione…

Scoprire sé stessi

Miles Morales in una scena di Spider-Man: into the Spider-Verse (2018) di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

A primo impatto il modo in cui Miles accetta i suoi poteri potrebbe apparire forzato.

In realtà, è perfettamente coerente col personaggio.

La figura di Spiderman è legata all’istinto e ai sensi ragneschi. Per questo è del tutto comprensibile che, per riuscire a diventare effettivamente l’Uomo Ragno, il protagonista debba riuscire a fare questo salto di fede e accettare istintivamente questi poteri come propri.

E, sempre per i motivi di cui sopra, ho amato il fatto che l’estetica del suo costume è perfettamente coerente con il suo personaggio e, soprattutto, che Miles non debba crearsi – come in The Amazing Spiderman – il costume da solo, ma solo renderlo suo.

Fantastici secondari

Peni Parker, Gwen Stacy, Peter B Parker, Spiderman Noir e Piggy Parker Miles Morales in una scena di Spider-Man: into the Spider-Verse (2018) di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

Uno dei punti di forza di Spider-Man: into the Spider-Verse sono le versioni alternative dell’Uomo Ragno.

Elemento che probabilmente – e felicemente – si confermerà anche in Spider-Man: across the Spider-Verse (2023).

Particolarmente vincente l’idea di portare in scena personaggi così tanto diversi da loro, ma pur sempre legati al canone. E un grande successo è stato anche scrivere così bene Spider-Woman, quando c’erano tutti i presupposti per renderla una Mary Sue

Ma il mio preferito è sicuramente Spiderman Noir, la versione alternativa più iconica e rimasta nel cuore degli spettatori.

Parlando invece di Peni Parker…

Peni Parker Spider-Man: Into the Spider-Verse

Capisco tutto di Peni Parker.

Capisco la necessità di inserire un ulteriore personaggio femminile in un team principalmente maschile, di fare ancora una volta un passo verso il pubblico orientale…

Ma il suo personaggio è veramente l’unica cosa che non mi è piaciuta del film.

Oltre ad essere una versione troppo diversa dal personaggio di partenza, l’ho trovata davvero di troppo, non riuscendo a comunicarmi granché, se non un sincero fastidio…

Spider-Man: into the Spider-Verse animazione

Spider-Man: into the Spider-Verse è ricordato anche per la tecnica veramente rivoluzionaria.

Un incredibile incontro fra animazione 3D e 2D, in questo caso particolarmente azzeccata per rendere – anche metanarrativamente – la dimensione fumettistica.

Una boccata d’aria fresca all’interno di produzioni animate ormai abbastanza standardizzate, che ha aperto la porta anche ad altre interessanti sperimentazioni in questo senso.

Fra le più interessanti, la serie Arcane (2021 – …) e Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio (2022).

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Neon Genesis Evangelion – Uno, nessuno, l’umanità tutta

Neon Genesis Evangelion (1995 – 1996) di Hideaki Anno è una delle serie tv anime più di culto della storia della serialità giapponese (e non solo). Un prodotto con una gestazione molto complessa, con diversi prodotti successivi e derivativi.

In Italia ebbe diverse versioni di doppiaggio, la prima nel 1997.

Articolo scritto con il prezioso contributo – diretto e indiretto – di Carmelo.

Di cosa parla Neon Genesis Evangelion?

2015, Giappone. Il quattordicenne Shinji Ikari, dopo aver perso i contatti col padre per anni, viene scelto come pilota dell’EVA-01, uno dei mecha dall’origine misteriosa, col solo obbiettivo di combattere gli Angeli…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Neon Genesis Evangelion?

EVA-01 in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Assolutamente sì.

Ma arrivateci preparati.

Non è un caso che Evangelion sia diventata una serie così tanto di culto: rappresenta un incontro veramente peculiare fra una trama fantascientifica e con diversi momenti d’azione, con una riflessione profonda sulla natura umana.

Infatti, si alternano momenti intensamente riflessivi, non poche volte assai sibillini, a sequenze puramente comiche e di passaggio, che riescono però a rendere la narrazione meno pesante e complessivamente molto godibile.

Cos’è per me Evangelion

A cura di Carmelo

È un esperimento televisivo, una lezione di filosofia e psicologia fatta ad animazione, che a detta del suo creatore tende a trasformare lo spettatore medio passivo, che guarda un determinato programma accettando quello che vede e sente passivamente seguendo l’arco narrativo fatto di causa ed effetto, azione e reazione.

In Evangelion lo spettatore diventa attivo cerca delle sue spiegazioni ed interpretazioni a quello che vede, creando un proprio mondo all’interno dell’anime stesso, oltre a riflettere sulle tematiche profonde che vengono proposte.

Evangelion è una sorta di puzzle.

Qualsiasi persona può vederlo e darne una propria interpretazione. In altre parole, stiamo offrendo agli spettatori [la possibilità] di pensare da soli, in modo che ogni persona possa immaginare il proprio mondo.

Hideaki Anno

Se avrete – come prevedibile – dubbi alla fine della visione, potrete tornare qui.

Troverete tutte le risposte.

Ma ce ne sono un paio a cui posso già rispondere…

Come guardare Evangelion

La visione di Neon Genesis Evangelion non può che – ovviamente – partire dalla serie tv originale, che trovate completa su Netflix (se avete dubbi sul doppiaggio, da qui potete passare alla parte dedicata).

Si compone di 26 episodi della durata di circa 20 minuti, i cui due finali sono stati riscritti in parte dal primo dei film successivi, The End of Evangelion (1997).

The End of Evangelion (1997)

EVA-01 in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Dal momento che gli ultimi due episodi della serie tv originale vennero prodotti a seguito di un importante taglio di budget, si nota subito l’evidente differenza rispetto al resto della serie.

Si tratta infatti di una coppia di episodi più che altro verbale, con una struttura narrativa per così dire nulla, che racconta principalmente a parole il concetto conclusivo che Anno, il creatore, voleva comunicare.

Quindi è meglio vedere The End of Evangelion?

Una scena di The End of Evangelion di Hideaki Anno

In generale, sì.

Ma solamente perché è interessante vedere la conclusione vera – o, almeno, come era stata concepita originariamente dal suo creatore. Tuttavia, io personalmente preferisco la chiusura della serie: più immediata e francamente anche più chiara.

Al contrario, questo film (che in realtà sono due episodi più lunghi e uniti in un lungometraggio) è quasi saturo di elementi, volendo mostrare con immagini quello che di fatto il finale di serie racconta a parole, ma con anche diverse aggiunte.

E gli altri film successivi?

A dieci anni di distanza (2007-2021), uscì un quartetto di film chiamato Rebuild of Evangelion.

Gli stessi propongono una narrazione alternativa della storia (per i primi tre) e una conclusione diversa sia dalla serie che da End of Evangelion. Non avendoli visti non so cosa consigliarvi, anche perché le opinioni in merito sono molto miste.

Tuttavia, se questo tipo di progetto vi ispira e volete ancora altro di Evangelion, provate a dargli una chance.

Il doppiaggio di Evangelion

La questione del doppiaggio di Evangelion è tutt’oggi un tema molto caldo.

Quindi cerchiamo di fare il punto.

Il primo doppiaggio (1997)

EVA-01 in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Il primo doppiaggio italiano di Evangelion venne fatto sotto la doppia direzione di Fabrizio Mazzotta e Paolo Cortese nel 1997, con anche il coinvolgimento di Cannarsi.

Un doppiaggio molto fedele all’originale, che non manca di qualche linea di dialogo che appare un po’ arcaica e forzata, ma nel complesso è molto godibile e rende bene tutti i concetti della serie.

Il caso Cannarsi (2018)

Misato in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Nel 2018 Netflix acquisì i diritti di tutti i prodotti del brand, e per questo portò un doppiaggio nuovo di zecca, sotto ancora la direzione di Fabrizio Mazzotta e, soprattutto, di Gualtiero Cannarsi.

Ed è qui che il Cannarsiometro impazzisce.

Con questa nuova edizione infatti scoppiò Il caso Cannarsi, per cui fu spernacchiato a destra e a manca da tutti, persino da chi non sapeva neanche cosa fosse Evangelion – in quanto, oltretutto il problema era presente da anni.

E Netflix corse ai ripari.

Il nuovissimo doppiaggio (2020)

Shinji, Misato e  in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Proprio per via di queste polemiche, Netflix lo stesso anno dello scandalo annunciò un nuovo doppiaggio, che venne pubblicato due anni dopo.

Personalmente considero questo doppiaggio per certi versi più godibile, perché evidentemente più semplice rispetto ad entrambe le precedenti edizioni, ma che rischia anche di andare troppo a semplificare l’opera stessa…

Quale doppiaggio scegliere?

Ikari in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Dopo aver visto la serie sia col doppiaggio originale, sia con il doppiaggio del 1997, per un primo impatto all’opera io vi consiglio il primo doppiaggio – se riuscite a recuperarlo, per esempio un’edizione home video.

Tuttavia, anche il doppiaggio che trovate su Netflix è accettabile.

Ecco un video per avere un colpo d’occhio sulla situazione:

La depressione

Shinji in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Shinji è un protagonista imperfetto.

Viene improvvisamente trascinato in una vita nuova, una missione per cui non si sente pronto, ma che accetta per pena verso Rei, che nel loro primo incontro è ancora in un evidente recupero fisico dopo l’incidente che ha dovuto affrontare.

E infatti il primo contatto è già un trauma.

Ma la bellezza di Shinji sta proprio nel suo essere tremendamente fallibile: è un eroe incredibilmente quotidiano, realistico, in cui Anno è riuscito a raccontare la profonda depressione che aveva vissuto.

Ed infatti il suo percorso racconta l’uscita da questo stato di angoscia.

Shinji in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Lo stato mentale di Shinji può essere meglio spiegato considerando le tesi de La malattia mortale, opera fondamentale della filosofia di Kierkegaard.

Non a caso l’Episodio 16 porta il titolo della suddetta opera -「死に至る病、そして」, ovvero la malattia mortale, e…

In questo caso l’Angelo da sconfiggere è Leliel, la cui realtà fisica è la sua ombra, identificata come Mare di Dirac, che si rifà ad una teoria effettivamente esistente del fisico omonimo: il vuoto fisico è un mare infinito di particelle di energia negativa.

E proprio al suo interno Shinji viene assorbito.

Shinji Evangelion

Shinji in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Le persone che odiano sé stesse non sono in grado di amare né di credere nel loro prossimo.

All’interno di questa realtà parallela, che rappresenta fondamentalmente il Nulla, il protagonista viene costretto a rivivere una serie di eventi che lo porteranno alla disperazione, la malattia mortale, che uccide lo spirito.

E questa disperazione nel suo caso si articola nella sua seconda declinazione secondo Kierkegaard: il disperatamente non voler essere sé stessi.

E infatti Shinji racconta in più momenti nel corso della serie il suo odiare sé stesso, arrivando al punto – soprattutto in The End of Evangelion – di voler fuggire da tutto quello che gli sta attorno – e facendolo effettivamente per ben due volte.

Il suo sopravvivere alla malattia mortale avviene in due momenti: la prima volta appunto nell’Episodio 16, quando viene salvato dalla madre stessa – che poi corrisponde all’EVA-01. La seconda, nel finale – sia della serie, sia del film.

Infatti, in conclusione l’unico modo in cui Shinji può salvarsi è non solo accettare il suo essere, ma anche l’idea che lo stesso è definito dal suo rapporto con gli altri. Un relazionarsi che può avere effetti sia negativi che positivi, entrambi essenziali per la definizione del suo Io.

E infine il nostro eroe grida felice:

Per me è possibile esistere!

Il complesso del riccio Evangelion

Il complesso del riccio è esplicato all’interno della serie stessa nell’Episodio 4, ed è il collegamento fondamentale fra Shinji e il concetto generale della serie.

Secondo questa teoria, formulata dal filosofo Schopenhauer, che due esseri umani si avvicinano tra loro, molto più probabilmente si feriranno l’uno con l’altro. Proprio all’interno dell’episodio, Shinji scappa perché, avendo ferito la sorella di Suzuhara, e si sente ferito a sua volta.

E infatti Misato dice:

 Lo stesso capita ad alcune persone: Shinji in fondo al suo cuore è spaventato dal dolore che potrebbe provare e questo lo rende freddo e riservato.

Misato in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Per questo vaga per la città, e riesce solo parzialmente a ritornare in sé stesso grazie all’incontro con Kensuke, che gli permette di ritrovare il calore umano che gli mancava.

Ma, nonostante tutto, decide comunque di abbandonare la Nerv.

Solo alla fine dell’episodio ci ripensa, facendo un piccolo passo avanti nella sua maturazione, ovvero quello che aveva predetto Ritsuko:

Presto si renderà conto anche lui che crescere in fondo è un continuo provare ad avvicinarsi e allontanarsi l’un l’altro, finché non si trova la distanza giusta per non ferirsi a vicenda. 

Schopenhauer Evangelion

Shinji in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Infatti, la risoluzione di questo dilemma in Evangelion è diversa da quella proposta da Schopenhauer: il filosofo tedesco conclude che l’unica salvezza da questa solitudine è ricercare quel calore umano tanto desiderato dentro sé stessi.

Quindi non l’Uomo non bisogno niente di più che di sé stesso.

Invece, secondo la risoluzione di Evangelion, il progetto del Perfezionamento dell’uomo prevede la distruzione dell’individualità e l’unione di tutte le anime per riuscire a colmare quei vuoti causati da questo senso di solitudine insolvibile che condanna l’umanità al dolore.

Shinji e Asuka in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Ma in entrambi i finali Shinji – e quindi Anno – si oppone a questa visione.

La scelta finale è quella di accettare il dolore che la propria individualità provoca, soprattutto nello scontrarsi con altre individualità diverse: un incontro che può provocare sia gioia che dolore, ma che anche definisce l’Uomo stesso.

E lo spiega bene lo stesso creatore:

È la storia della risoluzione, della volontà di stare insieme agli altri anche se si è bloccati dalla paura di toccare il prossimo, al costo di sopportare una vaga solitudine.

Hideaki Anno

La vendetta?

Misato in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Come ogni personaggio di Evangelion, anche Misato ha un trauma importante alle spalle.

Sulle prime viene presentato come una donna allegra, quasi comica – e infatti su di lei grava molta parte dell’elemento umoristico dell’intera serie. Tuttavia, i suoi comportamenti così rozzi e disordinati vengono meglio spiegati quando scopriamo il suo passato.

La giovane Misato è infatti l’unica sopravvissuta al Second Impact, salvata proprio dal padre che aveva odiato per gran parte della sua vita. A questo trauma era seguito un periodo di stallo di ben due anni, di totale mutismo.

Ma anche di rinascita.

Infatti, come racconta la stessa Ritsuko:

Pare che per qualche tempo abbia sofferto di afasia, e adesso non fa che chiacchierare, come a voler colmare il vuoto di parole nel suo passato.

Misato e Ryoji in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Ma, per come Misato si impegna a lasciarsi alle palle il passato, lo stesso è sempre in agguato.

Anzitutto, con il suo rapporto con Ryōji.

La donna intraprende una relazione importante con quest’uomo piuttosto affascinante e carismatico, arrivando quasi ad annullare la sua stessa vita – mancando per un’intera settimana da scuola per stare insieme a lui.

Tuttavia, sceglie di troncare la relazione, perché si rende conto di essersi intrappolata nel complesso di Elettra. Infatti, Misato sente di star ricercando il suo stesso padre perduto in Ryōji, sentendosi anche in colpa per essersi approfittata di lui – sempre seguendo il medesimo complesso, che porta anche alla volontà di distruzione del genitore.

Misato Neon Genesis Evangelion

Misato in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

La Misato sul lavoro è un personaggio totalmente diverso.

Forte, autoritaria, in continuo conflitto con Ritsuko, determinata a portare a termine la sua missione: ottenere la sua vendetta contro gli Angeli che gli hanno portato via quel padre tanto amato ed odiato.

Ma riesce anche ad essere la madre di Shinji, una guida ma anche – sempre secondo lo stesso complesso di Edipo – un oggetto del desiderio sessuale del ragazzo.

Il dramma personale

Asuka in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Asuka presenta una caratterizzazione non tanto diversa da quella di Misato.

Anche il Second Children mostra all’esterno una facciata che serve a nascondere ciò che si cela nel suo animo. E, di nuovo, un trauma ha definito la sua personalità: la madre, ormai impazzita, che non la riconosceva, che non la guardava più…

Da cui l’ossessione di Asuka non solo di crescere in fretta, senza mostrare alcuna fragilità, ma di voler continuamente essere vista, riconosciuta come la migliore.

E da questo si sviluppa il conflitto con Shinji.

Asuka e Shinji in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

È solo da me stessa che voglio essere apprezzata.

Per molti versi Shinji neanche capisce il motivo dell’odio di Asuka nei suoi confronti, ma i suoi rimproveri gli rimbombano continuamente nelle orecchie…

Asuka è banalmente gelosa di Shinji, gelosa del suo riuscire così facilmente ad avere tutte le attenzioni, senza di fatto impegnarsi allo stesso modo in cui fa lei – perché gli viene tutto troppo naturale, dal momento che l’EVA è stato costruito su misura per lui.

Infatti, la ragazza rappresenta la terza declinazione della malattia mortale secondo Kierkegaard: la volontà di voler essere sé stessi, ma senza riuscirci. E la sua disperazione aumenta con il diminuire del tasso di sincronizzazione con l’Eva, e, di conseguenza, della sua importanza per la missione della NERV.

Una seconda vita

Rei in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Rei è il personaggio più enigmatico della serie.

Solo sul finale scopriamo che sostanzialmente si tratta di un essere creato artificialmente, con misto fra la coscienza di Yui e Lilith – con cui alla fine si ricongiunge, andando a creare una versione della madre di Shinji potenziata, che lo accompagna nel suo ripensamento fondamentale.

Ma il dramma di Rei è un altro.

Il First Children vive la prima declinazione della malattia mortale di Kierkegaard: il non essere disperatamente consapevoli di avere un Io. E infatti la ragazza è costantemente alla ricerca di un’identità, che trova continuamente frammentata in più personalità diverse – che in effetti la compongono.

Il mio visibile, che però non percepisco come il mio io.

Rei in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Voglio tornare al nulla.

Infatti, Rei è fondamentalmente un mezzo per portare a termine la missione della NERV, un contenitore, un oggetto prodotto in serie, senza una propria identità. E anche per questo desidera la morte, davanti alla prospettiva dell’inevitabile abbandono, una volta che il progetto sarà concluso.

Anche per questo sceglie di legarsi così profondamente ad Ikari: non solo il suo creatore, ma anche l’unico che gli ha dimostrato veramente affetto – come gli occhiali le dimostrano. E, per soddisfarlo, si sottopone del tutto ai suoi ordini, anche deumanizzandosi.

Ma non fino alla fine.

Rei Evangelion

Rei in una scena di The End of Evangelion (1997)

Io sono me stessa.

Per questo Shinji e Rei si riescono a salvare vicendevolmente.

Tramite Shinji, il First Children riesce a capire il valore di un legame diverso da quello che lo lega artificiosamente all’EVA, e proprio secondo ancora il paradosso del riccio e la morale complessiva dell’opera: definire il proprio Io tramite il contatto con gli altri.

E infatti nel finale di The End of Evangelion si rifiuta di essere per l’ennesima volta il mezzo di Ikari per ritrovare la moglie perduta, ma sceglie invece di legarsi a Lilith – e quindi e liberare una parte del suo essere originario – per salvare Shinji.

Asuka e Shinji Evangelion

Asuka è il personaggio che più respinge Shinji, ma quello anche da cui il protagonista è più attratto.

Da questo punto di vista, a parte alcuni scivoloni soprattutto in The End of Evangelion, sono rimasta piuttosto soddisfatta dalla rappresentazione di questo lato della personalità del protagonista – quasi inevitabile trattandosi di un adolescente.

Come testimoniato da inquadrature dal sapore fortemente voyeuristico, Shinji scopre la sua sessualità proprio tramite Asuka, in particolare quando vorrebbe baciarla mentre è addormentata.

Ma Asuka è anche il personaggio da cui non riesce bene a prendere le distanze, ferendosi continuamente…

Rei in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Al contrario il rapporto con Rei non ha alcuna componente sessuale, ma rappresenta invece il desiderio di riavvicinarsi ai genitori.

Prima Ikari – per via dell’importante rapporto che la ragazza sembra avere con l’uomo – e poi alla madre stessa, che ritrova inconsapevolmente proprio nel First Children. Ma alla fine con Rei si crea un rapporto importante, che va oltre a tutto questo.

Anche solo per il gesto di umanità – uno dei pochi – che Shinji riesce a strappare alla ragazza: il sorriso alla fine del sesto episodio.

Il percorso tracciato

Ritsuko in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Ritsuko è un altro personaggio di difficile lettura.

Apparentemente una donna fredda e distaccata, concentrata unicamente sul suo lavoro, in realtà si rivela a poco a poco come un personaggio che vive nell’ombra dell’eredità materna.

Ritsuko infatti ha un rapporto molto conflittuale con la madre: se da una parte l’ammira come scienziata per le sue incredibili scoperte, dall’altra la biasima come madre e donna.

Ma, altrettanto inevitabilmente, segue il suo stesso percorso, ricalca i suoi stessi errori.

Ritsuko in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Infatti, diventa lei stessa quella donna distaccata e dedita solamente al lavoro, e allo stesso modo si lascia totalmente rapire dalle ambizioni di Ikari, divenendone il principale agente.

Allo stesso modo vive dell’invidia della posizione di Rei: come la madre aveva strangolato la bambina, così Ritsuko distrugge tutte le copie del First Children.

Ma le due si differenziano sul finale.

Se infatti Naoko sceglie di arrendersi davanti all’abbandono di Ikari, togliendosi la vita, al contrario Ritsuko sceglie di andarsene col botto, portando con sé tutto quello che ha creato.

Ma alla fine della sua vita deve anche accettare il tradimento della madre: il Magi Casper si rifiuta di seguire i suoi ordini, e dà ancora la vittoria a Ikari.

Mamma, hai scelto il tuo uomo invece che tua figlia?

Il volto rivelatorio

Ikari in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Ikari è un personaggio pieno di contraddizioni.

Inizialmente appare come il totale antagonista, in particolare del figlio, che ha allontanato per anni, e che per la maggior parte del tempo tratta sgarbatamente e con grande freddezza.

Durante la serie viene dipinto sempre di più come il cospiratore nell’ombra, un serpente che ha sempre agito unicamente per il proprio profitto.

Ma la sua umanità sta proprio in Shinji e Yui.

Ikari in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Ikari evidentemente aveva avvicinato la futura moglie per approfittarsi della sua posizione, ma col tempo, inevitabilmente, si era legato indissolubilmente a lei.

Al punto di fare qualsiasi cosa per riaverla al suo fianco.

Il trauma della perdita del suo unico amore è infatti stato rivelatore del significato e del peso che hanno le relazioni con gli altri, soprattutto quelle importanti.

E per questo ha allontanato Shinji: è consapevole che la sua vicinanza col figlio riporta alla luce domande sulla moglie a cui non vuole rispondere, è così del fatto che un rapporto così importante come quello col figlio gli porterebbe gioia, ma anche tanto dolore.

Ikari in una scena di Neon Genesis Evangelion (1995 - 1996) di Hideaki Anno

Tale padre, tale figlio insomma.

Da notare anche il suo cambiamento fisico: se nel passato era un uomo che stava sempre a volto scoperto, con dei lineamenti che già di per sé raccontavano la sua natura insidiosa, nel presente è invece una figura nell’ombra i cui occhi, specchio dell’anima, sono spesso celati…

E l’unico affetto che davvero si concede è quello verso Rei, ma solo perché la vede come il mezzo per riuscire, finalmente, a ricongiungersi con Yui.

L’eredità di Evangelion

A cura di Carmelo

Il 4 ottobre 1995 viene trasmesso su Tokyo Channel 12 alle 18:30 il primo episodio di Neon Genesis Evangelion, una serie che si rivelerà rivoluzionaria e innovatrici per il genere.

Fra le innovazioni più importanti, vanno citati i numerosi riferimenti religiosi, filosofici e psicologici, una profonda introspezione psicologica dei personaggi, portata avanti tramite diversi monologhi interiori dei protagonisti e i momenti di calma e silenzio.

Gli stessi sono molto importanti, come ricorda Makoto Shinkai, autore nipponico ancora in rampa di lancio per Your Name (2016):

Gli anime non devono avere per forza un sacco d’azione e di movimento. A volte si può parlare di parole, o, addirittura della mancanza di parole. E di queste cose solitamente non si parla mai.

Ma l’ innovazione più importante di Evangelion è stata di inaugurare un nuovo e duraturo periodo fertile per l’animazione televisiva indicato con il termine di nuova animazione seriale giapponese.

In particolare, ha portato ad una maggiore autorità dei produttori, una concentrazione delle risorse in un minor numero di episodi, un’impostazione registica più vicina alla cinematografia dal vero.

E infine ha portato anche ad un drastico ridimensionamento del rapporto di dipendenza dai soggetti manga e ad una maggior libertà dai vincoli del merchandising (inteso come fonte d’ ispirazione obbligatoria).

Tuttavia, nonostante l’incredibile successo della sua opera – anzi, forse proprio per quello, Anno nel 2006 affermò:

L’opera innanzitutto visiva nota come Evangelion è stata realizzata assecondando desideri diversi. Il desiderio di ricollegare l’animazione giapponese, in rovina, alle sue origini. Il desiderio di abbattere il dilagare della chiusura d’animo.

Ho riflettuto sulla ragione di rivolgersi, oggi, ad un titolo del passato, di oltre 10 anni fa. Sento che Eva ormai è vecchio.

Ma negli ultimi 12 anni non ci sono stati anime più nuovi di Eva.

E con queste parole presento la Rebuild of Evangelion.

In realtà, ad oggi possiamo modestamente affermare quanto si sbagliasse: basta guardarsi indietro per vedere quanti prodotti televisivi anime di altissimo livello siano nati sotto l’influenza di Evangelion, che ha contribuito alla maturazione del genere.

Fra questi, Serial Experiments Lain (1998), Cowboy bebop (1998-1999), Samurai Champloo (2004-2005), Ergo Proxy (2006), Time of Eve (2010), Steins;Gate (2011), Psycho Pass (2012-2013).

Evangelion finale spiegazione

Tutte le risposte alle domande più frequenti sul Neon Genesis Evangelion.

Cos’è successo durante il First Impact?

Il First Impact avvenne in un momento indefinito del passato, quando la Luna Nera si schiantò sulla Terra, precisamente nell’odierno Giappone. La stessa era stata inviata dalla Prima Razza Ancestrale, entità extraterrestri, avanzatissime tecnologicamente, e creatrici di vita.

La Luna Nera conteneva Lilith, uno dei Semi della Vita, entità extraterrestri inviate appunto dalla Prima Razza Ancestrale per portare la vita su diversi pianeti nell’Universo.

Ma l’arrivo di Lilith non è stato altro che un errore, perché sulla Terra era già presente un altro Seme della Vita, Adam.

Quest’ultimo venne neutralizzato tramite la Lancia di Longino, non potendo così procreare una progenie, cosa che fece invece Lilith: la sua progenie sono i Lilin, le creature della Terra, fra cui gli umani.

Chi sono gli angeli?

Generalmente parlando, gli Angeli di Evangelion sono i figli di Adam, che tornano sulla Terra e la attaccano per riottenere il possesso della stessa.

A questo fine vogliono rientrare in contatto con Lilith.

Per questo l’obbiettivo degli Evangelion è quello di distruggere gli Angeli ed impedire loro di compiere la loro missione – ovvero causare il Third Impact.

Cos’è successo durante il Second Impact?

Il Second Impact avvenne il 13 Settembre 2000 in Antartide, e fu il risultato di un esperimento guidato dal Dr. Katsuragi, il padre di Misato, finalizzato al risveglio di Adam – il gigante di luce – e al suo contatto di quest’ultimo con DNA umano.

Di fronte all’imminente catastrofe, gli scienziati riuscirono a neutralizzare nuovamente Adam tramite la Lancia di Longino, riducendolo allo stato embrionale.

Ma era troppo tardi.

Le conseguenze furono terribili: scioglimento della calotta polare, un improvviso spostamento dell’asse terrestre, innalzamento del livello dei mari e conseguente cambiamento delle stagioni – in Giappone, un’estate eterna.

Tutti i partecipanti alla missione morirono, si salvò solo Misato Katsuragi salvata dal padre, mentre Gendō Ikari riuscì a scappare per tempo portando con sé tutti i materiali dell’esperimento.

Cosa sono gli Eva?

Gli EVA sono dei giganteschi automi da combattimento antropomorfi, creati grazie agli studi della Dr.ssa Yui Ikari, sotto la guida della SEELE, al fine di combattere gli Angeli e portare a termine il Progetto di Perfezionamento dell’Uomo.

Con l’eccezione dell’EVA-01, che è creata da Lilith, tutti gli EVA sono creati a partire da Adam. Anche se apparentemente sembrano dei robot giganti senz’anima, nel corso della serie si scopre che in realtà sono delle creature organiche, la cui armatura che li ricopre soffoca la loro volontà.

La stessa si libera quando l’EVA entra nella Modalità Berserk, e prende il sopravvento sul pilota, agendo autonomamente.

Chi è Rei Ayanami?

Rei Ayanami è il First Children e pilota dell’EVA-00.

Anche se viene presentata come la figlia di una conoscente, in realtà si sa poco sul suo passato: è sicuramente un essere artificiale, creato da quello che rimaneva dopo l’assorbimento di Yui Ikari dall’EVA-01 e da Lilith, con cui si ricongiunge in The End of Evangelion.

Il personaggio ha tre incarnazioni: Rei I, la bambina che si vede nel flashback, uccisa da Naoko Akagi nel 2010; Rei II, il personaggio che si vede nella maggior parte della serie; Rei III, dalla seconda parte dell’Episodio 23 fino al finale.

Cos’è la NERV?

La NERV è un’organizzazione creata dopo il Second Impact per combattere gli Angeli, essendo quindi responsabile della creazione degli Evangelion.

Per quanto sia sulla carta sotto il controllo delle Nazioni Unite, in realtà agisce in maniera abbastanza indipendente, in parte controllata dalla SEELE, col fine di portare a termine il Progetto di Perfezionamento dell’Uomo.

La NERV deriva anche da un assorbimento della Gehirn, organizzazione sempre nata dopo il Second Impact e responsabile della creazione dei Magi.

Cos’è la SEELE?

La SEELE è un’organizzazione segreta che lavora alle spalle della NERV, in parte controllandola e finanziandola.

La teoria alla base dell’organizzazione è che l’Umanità la stirpe sbagliata, in quanto nata da Lilith, mentre la vera stirpe che dovrebbe dominare la terra è quella dei figli di Adam, quindi gli Angeli.

Per questo lavorano ad un unico obbiettivo: il Perfezionamento dell’Uomo.

Cos’è il Progetto di Perfezionamento dell’Uomo?

Il Progetto di Perfezionamento dell’Uomo è l’obbiettivo segreto portato avanti dalla SEELE con l’aiuto della NERV.

Il fine ultimo di questo progetto è riuscire ad unire tutti i figli di Lilith, i Lilin – quindi l’umanità – nell’uovo di Lilith come un unico essere, così da portare ad un perfezionamento appunto dell’uomo, per colmare i vuoti del suo animo derivanti dall’individualità.

Cosa succede nel finale?

Esistono due finali di Evangelion: quello della serie e quello di The End of Evangelion – anche se per molti tratti sono simili.

Nel finale della serie tv i due episodi sono un momento di riflessione per tutti i personaggi, in particolare per Shinji: distrutto dopo aver ucciso Kaworu Nagisa, sente di odiarsi e voler scomparire.

Tuttavia, riesce in ultimo ad accettare di vivere in un mondo popolato da altre persone, le cui relazioni potrebbero anche ferirlo, ma che sono essenziali per definire la sua identità.

The End of Evangelion spiegazione

The End of Evangelion è più complesso.

La NERV ha sconfitto tutti gli Angeli, ma la SEELE scopre il tradimento di Ikari – che non vuole portare a termine il Progetto di Perfezionamento dell’Uomo come da loro richiesto – e quindi manda l’esercito per sterminare la base, in particolare i piloti degli EVA, e prenderne possesso.

Asuka combatte i nuovi EVA, riuscendo inizialmente a vincere, ma poi venendo sopraffatta. Shinji, distrutto dalla morte di Kaworu Nagisa, viene trascinato e messo in salvo da Misato – che muore nel tentativo – e sale sull’EVA-01.

Mentre gli EVA riescono a sconfiggere l’EVA-01, Rei si rifiuta di seguire il piano di Ikari – quello di fondersi con lui – e invece si fonde con Lilith, che diventa un essere gigantesco con le sembianze di Rei, che assorbe Shinji al suo interno.

A questo punto, contro i piani della SEELE, Shinji può decidere l’andamento del Piano di Perfezionamento.

Shinji desidera a questo punto che tutti muoiano, compreso sé stesso, ma viene aiutato nel suo processo di consapevolezza dall’anima di Yui contenuta dentro l’EVA-01, mentre le anime di tutta l’umanità si sono fuse in un’unica entità.

Quando Shinji accetta infine di vivere in un mondo popolato da individualità diverse – quindi rifiutando il Perfezionamento – gli EVA diventano di pietra precipitano sulla terra, mentre l’EVA-01 si smembra e si dirige verso lo spazio con l’anima di Yui.

Infine, Shinji si risveglia sulla spiaggia insieme ad Asuka, tenta di strozzarla, ma la mano della ragazza sulla sua guancia – primo gesto di vero affetto – lo fa scoppiare a piangere ed allentare la presa.

Il film si chiude con Asuka che dice Che schifo.

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Animazione Animazione giapponese Film Il film della maturità

Si alza il vento – Vivere un sogno

Si alza il vento (2013) rappresenta l’ultimo film di Miyazaki dopo al suo temporaneo ritiro dalle scene, per poi tornare 10 anni dopo con un altro film, Il ragazzo e l’airone (2023).

La seconda avventura italiana dopo Porco Rosso (1992).

A fronte di un budget piuttosto consistente – 30 milioni di dollari – incassò piuttosto bene: 136 milioni di dollari. In Italia è stato distribuito nel 2014.

Di cosa parla Si alza il vento?

Giappone, 1918. Il giovane Jiro vorrebbe diventare pilota aeronautico, ma la sua miopia glielo impedisce. Ispirato da un sogno con protagonista il leggendario ingegnere Caproni, capisce che il suo destino sarà invece quello di progettare gli aerei…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Si alza il vento?

Joro e Caproni in una scena di Si alza il vento (2013) di Hayao Miyazaki

Assolutamente sì.

Ma…

Si alza il vento è una pellicola da approcciare con la giusta mentalità: è un film assai atipico per la produzione di Miyazaki, in cui solitamente i personaggi si muovono in ambienti fantastici o immaginari, con storie dal sapore molto avventuroso.

Al contrario l’ultima (?) opera di Miyazaki è un film drammatico con un taglio fortemente realistico, che racconta il Giappone post-bellico con un’inedita lucidità e con un protagonista che vive nei suoi sogni, ma che al contempo vive in un mondo drammaticamente reale…

ovvero quanto è pericoloso vedere questo film doppiato.

Conoscerete sicuramente la follia di Cannarsi per lo scandalo del doppiaggio Evangelion, che è stato solo lo scoppio di un problema già interno e che ha guastato negli anni la bellezza di moltissimi prodotti dello studio Ghibli.

Nel caso di Si alza il vento il pericolo è incredibilmente basso.

Non so cosa sia successo a Cannarsi nel 2013, ma incredibilmente è riuscito a proporre un doppiaggio che, al netto di certi momenti che appaiono forzati, complessivamente è un risultato ascoltabile.

In ogni caso, il mio consiglio rimane sempre lo stesso:

Non guardate i film dello Studio Ghibli doppiati e sarete per sempre al sicuro.

Il sogno…

Joro in una scena di Si alza il vento (2013) di Hayao Miyazaki

Joro è quel tipo di persona che diremmo che ha sempre la testa fra le nuvole.

Letteralmente.

La concezione onirica degli aerei, come oggetto di libertà e fantasia, gliela offre Caproni proprio all’interno di un sogno. Un luogo dove la mente può viaggiare libera, sfrenata, senza limiti, dove tutto si crea e si distrugge in un attimo…

E sempre lì che Joro concepisce il mezzo perfetto, capace di rivaleggiare con quelli oltreoceano, semplice ma esemplare: l’aereo non come strumento commerciale o di conflitto, ma un sogno che diventa realtà.

…la realtà

Joro in una scena di Si alza il vento (2013) di Hayao Miyazaki

Ma la realtà è ben più dura.

Un Giappone distrutto dai disastri naturali, dall’arretratezza e dalla guerra passata e imminente, incapace di stare veramente al passo con il mondo che avanza. Un paese fragile e profondamente impoverito…

…proprio come l’Italia.

E in due realtà storiche non tanto dissimili, né Joro né Caproni si sono lasciati ingabbiare dalla ristrettezza di vedute o dal limite materiale che il mondo che li circondava voleva loro imporre, ma hanno continuato a vivere il loro sogno.

E a realizzarlo.

Infatti, proprio qui sta la morale di Si alza il vento.

Si alza il vento significato

Le vent se lève, il faut tenter de vivre

Si alza il vento, bisogna tentare di vivere

Il verso che appare prima dell’inizio della pellicola – e che dà il titolo al film stesso – è l’ultimo verso di un poemetto di Paul Valéry, Cimitero marino.

Il significato di questo passo è abbastanza evidente, soprattutto pensando alla storia raccontata nel film: la vita è come un vento impetuoso, è travolgente, intrattabile, ma dobbiamo imparare a cavalcarla, a viverla.

E infatti la vita di Jiro è una tempesta devastante, che lo sbatte di qua e di là, in Giappone, in Europa, dove tutto sembra sfuggire di mano, scomparire, niente è stabile e sicuro.

Ma non per questo il protagonista si arrende.

Un amore infelice?

 Nahoko in una scena di Si alza il vento (2013) di Hayao Miyazaki

L’elemento più sfuggente della vita di Joro è la relazione con Nahoko.

La donna è un elemento aleatorio della sua vita: conosciuta per caso durante il terremoto, ne perde subito e facilmente le tracce, per poi rincontrarsi tanti anni dopo.

Ma anche quella felicità sembra preclusa.

Infatti, Nahoko è gravemente malata, cerca costantemente di guarire per trovare la sua felicità con il suo amato, ma è tutto inutile. Alla fine, i due decidono di sposarsi, così da stare insieme fino alla fine.

Nahoko in una scena di Si alza il vento (2013) di Hayao Miyazaki

Un amore dolcissimo, che non vuole essere distrutto neanche dal destino infausto di Nahoko, che per questo decide infine di andarsene: non vuole che il sogno si spezzi, non vuole che il suo amato la veda addolorata e infelice.

Ma Joro percepisce comunque la sua morte: mentre si trova alla gara degli aerei, per un momento il tempo per lui si interrompe, sembra distaccato dal clima di festa che lo circonda. E così capisce che Nahoko se n’è andata.

La rincontra nel suo sogno, che è anche un contatto con una sorta di aldilà.

E Nahoko lo incoraggia a tentare ancora di vivere.

Chi è il tedesco Si alza il vento

Il misterioso amico tedesco di Joro sembra una sorta di indovino con una visione lucida ed esatta degli eventi imminenti sia per la Germania che per il Giappone.

Scoprendo il suo nome, tutto diventa più chiaro.

Il personaggio infatti si chiama Castorp, proprio come il protagonista de La montagna incantata (1924) di Thomas Mann, romanzo dal taglio fortemente simbolista, che di fatto racconta lo stato della Germania prima e dopo il primo conflitto mondiale.

Per questo il Castorp di Si alza il vento può essere considerato il personaggio alla fine del suo percorso di maturazione del romanzo, con una particolare consapevolezza dell’evolversi delle vicende mondiali…

Per Si alza il vento Miyazaki non mostra particolari evoluzioni del suo stile, anzi facendo dei – graditi – passi indietro rispetto al precedente Ponyo sulla scogliera (2008).

Anzitutto, ritornano gli sfondi con tecnica di pittura ad olio, che ho sempre adorato delle sue produzioni:

Mentre per i volti protagonisti rimane sui suoi modelli più tipici, non mancando di un tratto preciso e pulito:

Tuttavia, non mancano dei volti inediti, sia con Kurokawa, il capo di Jiro, che con Castorp:

Ma la vera punta di diamante della pellicola sono le splendide transizioni e animazioni che caratterizzano le scene più movimentate:

Interessante anche il fatto che con Jiro molto probabilmente Miyazaki abbia voluto rappresentare sé stesso da giovane:

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Ponyo sulla scogliera – Un disastro felice

Ponyo sulla scogliera (2008) è uno dei film forse più particolari della filmografia di Miyazaki, che arrivò dopo un’assenza dagli schermi del maestro nipponico di ben quattro anni.

Ancora una volta si confermò il successo commerciale della sua produzione: a fronte di un budget di 34 milioni di dollari (circa 3,4 miliardi di yen), incassò 200 milioni in tutto il mondo.

In Italia è stato distribuito nel 2009 dalla Lucky Red.

Di cosa parla Ponyo sulla scogliera?

Il mago Fujimoto vive sott’acqua insieme alle figlie e medita di distruggere il mondo umano. Ma la figlia più grande, Brunilde, riesce a scappare al suo controllo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Ponyo sulla scogliera?

In generale, sì.

Ammetto che questa pellicola è una di quelle che meno apprezzo della produzione di Miyazaki. Tuttavia, a differenza di Kiki – Consegne a domicilio (1989), in questo caso semplicemente non mi sento in target.

Infatti, Ponyo sulla scogliera è il prodotto più infantile di Miyazaki.

Un film che farà la felicità dei più piccoli, che sono gli assoluti protagonisti, anche per il punto di vista: nonostante, a livello più profondo, si possono intravedere delle tematiche ambientaliste per nulla scontate, lo sguardo della storia è proprio quello di un bambino.

Insomma, un modo per fare felici i vostri figli e nipoti.

ovvero quanto è pericoloso vedere questo film doppiato.

Conoscerete sicuramente la follia di Cannarsi per lo scandalo del doppiaggio Evangelion, che è stato solo lo scoppio di un problema già interno e che ha guastato negli anni la bellezza di moltissimi prodotti dello studio Ghibli.

Nel caso di Ponyo sulla scogliera il pericolo è altissimo.

Questo giudizio potrebbe apparire esagerato – e probabilmente lo è – ma per questa pellicola ho un particolare dente avvelenato con Cannarsi. Infatti Ponyo sulla scogliera fu uno dei primi film che guardai per ampliare la mia conoscenza di Miyazaki, al tempo molto limitata.

E fu anche il punto in cui mi sono bloccata per diversi anni.

Infatti, la pellicola si presta proprio ad un doppiaggio incredibilmente pedante e sinceramente insostenibile, che ha sicuramente fatto la felicità di Cannarsi – ma non la mia…

In ogni caso, il mio consiglio rimane sempre lo stesso:

Non guardate i film dello Studio Ghibli doppiati e sarete per sempre al sicuro.

Una storia di tutti i giorni

Ponyo sulla scogliera è il primo film di Miyazaki con un taglio così quotidiano.

Nonostante sia presente l’elemento magico, il mondo reale è presente ed integrato in esso senza troppi sconvolgimenti.

Non abbiamo infatti un protagonista che si scontra con un mondo fantastico e segreto come ne La città incantata (2001), ma un taglio più simile a Il mio vicino Totoro (1988).

Tuttavia, in questo caso il mondo reale e quotidiano è molto più presente, al punto che lo scheletro narrativo è una piccola avventura che potenzialmente ogni bambino ha vissuto: trovare un animale in difficoltà, salvarlo e volerlo adottare.

Il film cerca continuamente di dare una maggiore importanza e peso alla storia raccontata – con il piano di Fujimoto e il destino di Ponyo – ma complessivamente è un elemento che rimane costantemente in sottofondo, senza che ci sia mai un conflitto davvero forte in scena.

E, al contempo, il punto di arrivo è sostanzialmente un ripristino della quotidianità, con l’eliminazione dell’elemento magico in Ponyo, senza che in realtà la protagonista abbia avuto un’evoluzione importante o delle prove da affrontare.

La componente educativa

Un elemento che mi ha sempre stranito di Ponyo sulla scogliera è la sua sezione educativa.

Tutta la sequenza in cui Ponyo, ormai umana, viene accolta nella casa di Sōsuke, lo stesso la guida nella scoperta del mondo umano. Ma le loro interazioni sembrano uscite da un libro per bambini in cui si spiega come funziona l’economia domestica…

E diventa ancora più strano nell’incontro con la donna e il bebè, con cui Ponyo riesce a comunicare, andando anche a scontrarsi con la madre, che le spiega sostanzialmente come funziona l’allattamento, proprio come farebbe una madre con sua figlia…

E paradossalmente questi elementi sembrano più importanti del destino di Ponyo stessa…

Il disastro felice

Forse l’elemento più interessante di Ponyo sulla scogliera è il racconto ambientalista.

In questo caso Miyazaki sceglie di rappresentare una natura solo apparentemente minacciosa, facendo riferimento ad un disastro naturale molto presente nella mente del pubblico giapponese: gli tsunami – di cui uno dei più terribili avvenne pochi anni dopo.

L’apparente disastro si trasforma in realtà in un momento di convivenza pacifica con l’elemento naturale, sia in un’occasione per la comunità per rincontrarsi. Infatti, nonostante la città sia letteralmente sommersa, non si parla mai di vittime o di perdite.

Il punto di vista è quello di un bambino, che riesce a divertirsi moltissimo dopo questa apparente catastrofe naturale…

Con Ponyo sulla scogliera Miyazaki sceglie di fare diversi cambiamenti sul lato artistico – e devo dire che non sempre mi convincono…

Il cambiamento più evidente è la rappresentazione degli ambienti esterni: mentre fino a questi sembravano come se fosse dei dipinti ad olio, in questo caso sembrano invece dei disegni fatti a matita:

Nonostante siano sempre sfondi pieni di particolari e cornici perfette per le azioni dei protagonisti, non apprezzo particolarmente questa evoluzione.

Allo stesso modo, anche se ne capisco i motivi, non apprezzo moltissimo la scelta di utilizzare linee molti fluide e morbide, con disegni poco particolareggiati, molto spesso abbozzando i personaggi, soprattutto Ponyo:

Secondo la stessa idea, dopo i fantastici risultati dei film precedenti, non mi ha entusiasmato la rappresentazione delle donne anziane, nonostante siano ben differenziate fra loro.

Ma ci si basa su modelli già esistenti:

Interessante però sia la rappresentazione di Fujimoto, in cui si applica un modello di volto femminile ad un personaggio maschile:

sia il fantastico character design e l’animazione di Granmamare:

Interessante anche la rappresentazione del mondo subacqueo, prima sperimentazione di Miyazaki in questo senso:

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Il castello errante di Howl – Il gioco delle maschere

Il castello errante di Howl (2004) è uno dei miei prodotti preferiti di Miyazaki, nonché di uno dei progetti più ambiziosi del maestro nipponico.

A fronte di un budget non particolarmente sostanzioso – 2,4 miliardi di yen, circa 24 milioni dollari – fu un incredibile successo commerciale, incassando 236 milioni di dollari. In Italia uscì nel 2005 e in DVD nel 2006, il primo film Ghibli distribuito dalla Lucky Red.

Di cosa parla Il castello errante di Howl?

Sophie è una modesta cappellaia di paese, che sembra non voler abbandonare il negozio di famiglia. Ma la sua vita prenderà una via inaspettata…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il castello errante di Howl?

Testa di rapa e Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Assolutamente sì.

Ammetto che dopo una recente revisione de Il castello errante di Howl l’avevo un po’ rivalutato in negativo, per via di alcuni snodi di trama che mi sembravano poco chiari e comprensibili.

In realtà, rivedendolo, mi sono resa conto che, comprendendo la chiave di lettura, tutto assume un senso.

Oltre a questo è un superbo film di avventura, con un world building paragonabile per bellezza solo a La città incantata (2001), ma che prende strade nuove e anche più importanti, pur con temi comuni.

Insomma, non ve lo potete perdere.

ovvero quanto è pericoloso vedere questo film doppiato.

Conoscerete sicuramente la follia di Cannarsi per lo scandalo del doppiaggio Evangelion, che è stato solo lo scoppio di un problema già interno e che ha guastato negli anni la bellezza di moltissimi prodotti dello studio Ghibli.

Nel caso di Il castello errante di Howl è incredibilmente basso.

Come detto, questo fu il primo film distribuito dalla Lucky Red e anche il primo doppiaggio dello Studio Ghibli curato da Cannarsi. Proprio perché era agli inizi e non aveva neanche tutto questo potere decisionale, fece un lavoro incredibilmente accettabile.

Ovviamente non mancano gli arcaismi, i dialoghi che suonano a tratti artificiosi, ma niente che vi porterà a voler abbandonare la visione.

In ogni caso, il mio consiglio rimane sempre lo stesso:

Non guardate i film dello Studio Ghibli doppiati e sarete per sempre al sicuro.

Un’origine modesta

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

L’incipit racconta anche solo visivamente il carattere della protagonista.

Una ragazza dall’aspetto e dai comportamenti molto riservati e modesti, che si scontra continuamente con il carattere e l’estetica molto più chiassosa delle altre donne della sua vita, soprattutto la madre e la sorella.

In particolare la sorella, ragazza piacente e corteggiata da molti uomini, si oppone all’idea della sorella maggiore di rimanere per sempre ancorata al suo nido paterno, per condurre una vita riservata e senza grandi sorprese.

Howl e Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Per questo l’incontro con Howl è così sconvolgente.

Il mago è infatti un personaggio emotivo e travolgente, che trascina improvvisamente Sophie nella sua vita. Una vita fatta di fughe e di colpi di scena, in cui la protagonista sembra costantemente di star partecipando ad un gioco di cui tutti conoscono le regole, tranne lei.

Ovviamente Sophie è subito – comprensibilmente – folgorata, ma si lascia anche abbastanza facilmente l’accaduto alle spalle.

Una nuova maschera

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Il primo incontro-scontro con la Strega delle Lande è tanto più determinante.

Sophie mostra abbastanza in fretta di non essere così tanto docile come potrebbe apparire, reagendo piuttosto fermamente alla scortesia della donna. Potrebbe sembrare che questo suo comportamento sia il motivo della maledizione…

…ma non è così.

La strega, così come Howl, è un personaggio sfacciato e pieno di se stesso, così altrettanto indifferente delle conseguenze delle proprie azioni. Per questo, avrebbe comunque punito Sophie per aver aiutato il suo nemico.

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

In realtà, questa maledizione è un’opportunità.

Sia in senso positivo che negativo.

In senso positivo, Sophie può cambiare vita: la protagonista non ci mette molto ad accettare la sua nuova condizione, e si rifugia in realtà abbastanza divertita dietro una serie di luoghi comuni e battute frizzanti che il suo nuovo aspetto le permette.

In senso negativo, Sophie ha una nuova maschera dietro cui nascondersi: anche se riesce comunque a mostrarsi più intraprendente e decisa nel suo agire, in qualche modo finisce per trovare anche un altro rifugio per il suo tanto agognato quieto vivere.

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Per questo, Sophie non è tanto diversa da Howl.

Con queste nuove vesti da vecchietta innocua ma decisa, si ritaglia il suo spazio nella vita del mago, senza arrendersi mai neanche davanti alle proteste degli altri personaggi.

Ma è ancora una volta un’apparenza dietro cui nascondersi, per celare tutta la sua insicurezza e paura, che non a caso emerge di tanto in tanto, anzitutto col primo (ri)incontro con Howl, mentre sta cucinando…

Una sfacciata apparenza

Howl in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Howl è un giovane favoloso.

All’apparenza è un uomo attraente e sicuro di sé, che si muove abilmente in tutte le situazioni della vita con anche una certa giocosità, fin dalla sua primissima apparizione quando si trova tampinato dagli sgherri della Strega delle Lande.

Questo aspetto viene ancora confermato, anche se in senso diverso, dalla sua attività segreta: scegliere di non allearsi per principio con il Re per combattere la guerra, ma boicottarla segretamente, mettendo in pericolo la sua stessa vita.

E proprio qui avviene il punto di svolta.

Howl in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Da un errore apparentemente innocuo – una tinta per capelli andata male – Howl svela la sua prima insicurezza.

L’ossessione per la bellezza esteriore.

Infatti basta questo piccolo ostacolo per farlo crollare in una profonda depressione, tale da annientarlo completamente e fisicamente, oltre a mettere in pericolo anche chi gli sta intorno. E in questo momento la sfuriata di Sophie è più fondamentale di quanto sembri…

Una svolta inaspettata

Howl in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Come un bambino imbronciato, Howl si chiude in camera sua.

Un contesto già in apparenza assai infantile – con molti giocattoli che ricordano quelli di Bō, il figlio di Yubaba, ne La città incantata – ancora più sottolineato dal suo non voler parlare e non accettare le cure di Sophie.

Tuttavia, Howl ha già imparato qualcosa.

Ha accettato almeno una parte del suo aspetto, scegliendo di non tingersi più – neanche successivamente – i capelli, ma mantenere il suo aspetto originale. Insomma, la sfuriata di Sophie contro la sua vanità incontrollata ha avuto un inaspettato effetto positivo.

Howl e Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Inoltre, da questo momento Howl comincia a fidarsi di Sophie.

Per quanto sia probabile che Howl abbia riconosciuto subito la ragazza appena se l’è trovata in casa, proprio la notte che torna dal combattimento la vede addormentata col suo vero aspetto, e così conferma il suo sospetto.

E per questo, consapevole della determinazione della protagonista, le affida una missione importante per riuscire ad affrontare faccia a faccia Madame Sullivan, non essendo capace lui stesso di fronteggiare le trappole della maga.

Howl e Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

E infatti, in un gioco delle parti piuttosto intraprendente, Howl entra nel luogo che aveva da così tanto tempo avuto paura di penetrare.

Sia lui che Sullivan sono fin da subito consapevoli di star giocando – Howl sa che Sullivan l’ha riconosciuto – ma è l’unico modo per cui il mago riesce finalmente a dire alla sua ex-maestra che non vuole prendere parte a questa guerra.

Ovviamente la maga non si arrende così facilmente, e cerca di insidiarlo con diverse e spaventose illusioni, in cui lui rischia inevitabilmente di soccombere, se non fosse ancora una volta per l’intervento di Sophie.

La lenta trasformazione

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

La prova del palazzo è un punto di svolta anche per Sophie.

È infatti il primo momento in cui la protagonista esprime apertamente i suoi sentimenti felici, che la fanno ritornare improvvisamente al suo vero aspetto. Aspetto che è per tutto il tempo sotto gli occhi di tutti, ma che lei è l’unica a non voler accettare.

Dal rientro al castello, Sophie comincia piano piano ad abbandonare la sua maschera, ringiovanendo lentamente, ma visibilmente:

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Da questo momento Howl comincia sempre di più a mostrare il suo amore e la sua riconoscenza verso la ragazza: non solo col trasloco le dà una stanza tutta per sé, ma con lo stesso ricrea la casa natale della protagonista.

Ma il picco è il rifugio nella natura.

Il mago le fa questo meraviglioso regalo, che la fa scoppiare di felicità, facendola ritornare improvvisamente al suo aspetto reale. Nella stessa occasione Sophie prova anche ad esternare le sue paure, e Howl le risponde con forza per rassicurarla, ma riuscendo solo a farla rinchiudere di nuovo in se stessa.

Sophie  e Howl in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Il momento effettivo è quando Sophie si rende conto delle intenzioni di Howl.

Quando infatti la protagonista accetta finalmente l’amore del mago, accetta di essere amata nonostante non sia bella, e quando altresì la paura la domina definitivamente, si ribella ai suoi stessi timori e prende in mano la situazione.

E ritorna definitivamente al suo aspetto.

Distruzione e costruzione

Sophie in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Pur armata di grande determinazione sulle prime, Sophie è un personaggio umano, che quindi può sbagliare.

Anzitutto la protagonista accetta la sua vera forma, anzi sceglie di prenderne una nuova: regalare la sua treccia a Calcifer, e cambiando del tutto aspetto. Ed è anche il primo momento di distruzione di Howl, tramite il castello stesso, che rappresenta questa apparenza dietro a cui il mago continua a nascondersi.

Ma l’inseguimento non va a buon fine.

Howl in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Questo momento di apparente sconfitta – Sophie è convinta di aver ucciso Howl gettando l’acqua su Calcifer – in realtà è il momento della rivelazione. Grazie all’anello che l’amato le aveva regalato, la ragazza riesce a trovare Howl, scoprendo il suo segreto.

Sophie capisce così come salvare il mago da se stesso, ridonandogli quella vera natura che ha cercato di fuggire per tutta la vita – ovvero il suo cuore. E Howl è ancora più felice quando vede Sophie nella sua splendida, migliore forma.

La strega delle lande spiegazione

Nel terzo atto, le azioni della Strega delle Lande e Heel, il cane di Madame Sullivan sono apparentemente incomprensibili.

In realtà, sono facilmente spiegabili.

La Strega delle Lande ha vissuto tutta la vita con un solo obbiettivo: possedere Howl – le interpretazioni sul come vuole possederlo le lascio alla vostra immaginazione.

E neanche quando è privata dei suoi poteri, non si arrende.

Cerca infatti giocosamente di boicottare Howl, in modo da indebolirlo e potersene impossessare. Per questo dà in pasto l’insetto spione a Calcifer – che viene annientato e non può più proteggere la casa.

Infatti per questo il castello viene preso di mira, portando Howl a tornare e ad intestardirsi nel difenderlo, ma essendo anche in costante difficoltà.

E infatti alla fine riesce a prendere possesso del cuore.

Strega delle lande il castello errante di Howl

Perché Howl non la caccia?

Ci possono essere varie motivazioni, ma una in particolare è la più comprensibile: come Chihiro in La città incantata, Howl ha la capacità di vedere la vera natura delle persone – e non solo.

Per questo si rende conto che la Strega, ormai senza poteri, non può fargli del male e che non ha neanche effettive cattive intenzioni: è semplicemente ossessionata, ma anche pronta ad arrendersi per il bene di Howl stesso.

Heel il castello errante di Howl

Heel in una scena di Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Per lo stesso motivo, Howl non caccia Heel.

Per quanto abbia paura di Sullivan, Howl è anzitutto sicuro di essere protetto dalla sua magia e da Calsifer, quindi accetta quasi giocosamente di avere la maga alle calcagna – avendo fra l’altro la testa su tutt’altro obbiettivo.

Ma, soprattutto, Howl capisce le vere intenzioni del cagnolino, che è naturalmente riconoscente a Sophie, di cui ha visto la natura generosa e temeraria, e che per questo non vuole boicottare – e infatti non lo fa.

Il castello errante di Howl rapa

Una storia molto secondaria è quella di Testa di Rapa.

Un personaggio apparentemente molto di contorno, in realtà fondamentale in molti momenti: dopo che Sophie l’ha salvato, le fornisce un aiuto per camminare, le trova una casa e le recupera anche lo scialle.

E, oltre alla tenerissima scenetta in cui la aiuta col bucato, è il personaggio che di fatto salva la vita a tutti i personaggi quando stanno per cadere in un dirupo, mettendosi lui stesso in pericolo…

E, proprio in quel momento, Sophie gli dimostra finalmente affetto e lui può tornare alla sua vera forma così da fermare la guerra, pur dovendo accettare un amore non ricambiato…

Anche dal punto di vista artistico, Il castello errante di Howl è uno dei prodotti che più apprezzo della filmografia di Miyazaki.

Insieme a Yubaba, Sophie nella sua versione anziana è uno dei migliori visi anziani gestiti nella filmografia del maestro, ricchissimo di particolari e con delle animazioni stupefacenti:

Nonostante per i personaggi di Howl e Sophie – da giovane – Miyazaki utilizza dei modelli piuttosto standardizzati, senza particolari note di merito, non manca una cura particolare nei dettagli e nell’uso delle ombre, oltre che nel loro cambiamento durante il film:

Ma uno dei punti più alti è sicuramente la rappresentazione degli ambienti, sia esterni che interni.

Il castello in particolare è pieno zeppo di particolari, sia nella sua visione esterna che interna, sopratutto nei momenti di distruzione e cambiamento:

Così mi ha sempre fatto sognare la bellezza e la profondità con cui Miyazaki è riuscito a raccontare visivamente gli spazi esterni, in particolare la città reale:

Ma forse quello che mi piace di più di questo film è la rappresentazione del cibo e soprattutto dei personaggi che lo mangiano: