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10 cose che odio di te – In superficie

10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger è un cult del genere teen movie Anni Novanta, ma che ha avuto la sua fortuna soprattutto nel decennio successivo.

A fronte di un budget medio per questo tipo di prodotti – fra i 13 e i 16 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 53 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla 10 cose che odio di te?

Un ardito piano per conquistare una ragazza porterà due caratteri apparentemente inconciliabili ad incontrarsi in maniera inaspettata…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere 10 cose che odio di te?

Julia Stiles e Heath Leadger in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Dipende.

10 cose che odio di te è forse il titolo più debole del genere trattato finora: pur riprendendo un canovaccio narrativo piuttosto standard, la pellicola prova a dargli un maggiore spessore riflessivo, lasciando però tutto in una tristissima superficie.

Infatti, nonostante fosse potenzialmente un film che superava di diverse lunghezze il contemporaneo She’s all that (1999), finisce per perdersi in se stesso, risultando un prodotto con poco mordente, che segue una serie di step preimpostati senza riuscire ad aggiungere molto.

Però è un classico, quindi se volete farvi una cultura…

Diversa

L’introduzione della protagonista è uno dei pochi aspetti che mi ha veramente convinto della pellicola.

Un’ampia sezione introduttiva accompagna lo spettatore all’interno della storia, mostrando in prima battuta un gruppo piuttosto standard di ragazzine che si godono il ritmo pimpante di One week dei Barenaked Ladies

…per poi venire brutalmente interrotte dalla classica Bad Reputation di Joan Jett, con una breve carrellata che non solo ci mostra la protagonista, ma che ci racconta già moltissimo della sua personalità programmaticamente alternativa rispetto alle altre ragazze.

Così, anche l’introduzione degli altri due protagonisti è piuttosto esplicativa.

I personaggi sono subito raccontati come immersi in un ambiente ostile ed incontrollato, in cui gli adulti sono spesso del tutto incolori e assenti – in particolare Ms. Perky, più interessata al suo racconto erotico che agli studenti che dovrebbe aiutare…

– …e in cui un adolescente può o gettarsi nella gabbia dei leoni senza protezioni – come il disorientato Cameron – o rispondere in maniera insubordinata e creandosi una reputazione quasi leggendaria – come Patrick, fin da subito individuabile come l’alter ego della protagonista.

E l’ambiente è davvero opprimente.

Competizione

Joseph Gordon-Levitt, David Krumholtz e Heath Leadger in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Il clima della Padua High School è colorito quanto competitivo.

Tramite il racconto di Michael, veniamo accompagnati alla scoperta di un panorama con non pochi spunti interessanti – come i finti rapper neri e i cowboy – anche se non abbastanza esplorati come si meriterebbero – una dinamica ripresa e migliorata successivamente da Mean Girls (2006).

Ne emerge quindi un ambiente estremamente classista, in cui è fin troppo facile farsi escludere da un gruppo – come succede appunto al nostro cicerone – e in cui ragazzi più popolari sono talmente tanto influenti anche solo un loro saluto può diventare merce di scambio.

Joseph Gordon-Levitt e Larisa Oleynik in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Questo bizzarro quadretto viene chiuso dall’introduzione degli ultimi personaggi di rilievo: il viscido Joey Donner, che fin dalla sua prima apparizione racconta il suo obbiettivo, ovvero conquistare l’impossibile Bianca giusto per divertimento…

…e, appunto, la più giovane delle sorelle Stratford, graziosa quanto ingenua, e per questo facile preda delle maliziose attenzioni del top guy della situazione.

Ma la via è irta di ostacoli…

Divieti

Julia Stiles e Larisa Oleynik in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Walter Stratford è l’altro lato del mondo adulto.

Ormai abituato a vedere ogni giorno ragazzine che diventano madri troppo presto, e ancora ferito dall’abbandono della moglie, il suo personaggio cerca di comandare le sue figlie a bacchetta, nonostante siano entrambe molto meno ingenue di quanto pensi.

La situazione diventa sempre più paradossale nel raccontare una serie di limitazioni quasi da presa in giro: sicuro che Kat non avrà mai relazioni in vita sua, il padre mette come assurda condizione alla vita relazionale della figlia minore che la maggiore abbia un effettivo appuntamento.

Julia Stiles, Larry Miller e Larisa Oleynik in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Da qui parte l’intricato piano alle spalle della protagonista, che ha fra i punti di arrivo la confessione del padre, che ammette che i divieti derivino da una sua profonda insicurezza nel diventare solo spettatore della vita delle sue figlie, che invece vuole sempre più tenere legate a sé.

Uno dei tanti temi, purtroppo, lasciati a se stessi.

Ma il vero problema è altrove.

Relazione

Julia Stiles, Heath Leadger e Allison Janneyin una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Ogni racconto enemy to lovers di questo periodo segue una serie di step precisi.

Il confronto va ancora una volta a She’s all that, molto simile nelle sue dinamiche, ma che riesce molto meglio e in maniera molto più credibile – pur con tutti i suoi limiti – a raccontare lo sbocciare dell’amore fra i protagonisti e la parallela maturazione degli stessi.

Al contrario, forse anche per le capacità non eccellenti dell’attrice protagonista, l’intrecciarsi del rapporto con Patrick appare molto macchinoso, e del tutto incapace di integrare la loro relazione con un’esplorazione interessante dei caratteri dei personaggi.

Julia Stiles e Heath Leadger in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

Infatti, se almeno Kat gode di un momento di importante – quanto incolore – confessione sul perché è così scontrosa – interessantissimo spunto, ma lasciato a se stesso – il racconto della vera natura del personaggio di Heath Ledger è incredibilmente dispersivo e poco incisivo.

E si salva solo leggermente la poliedricità di questo interprete immortale, per quanto qui ancora acerbo.

Joseph Gordon-Levitt e Larisa Oleynik in una scena di 10 cose che odio di te (1999) di Gil Junger

E mi ha lasciato ancora più amareggiata la povertà di scrittura a fronte della ben più interessante maturazione di Bianca, che, per una volta, non ha bisogno di essere salvata dal personaggio maschile, ma arriva alla sua presa di consapevolezza in sostanziale autonomia.

Ma, ancora una volta, sono spunti che si perdono come lacrime nella pioggia…

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Midnight in Paris – La notte appartiene ai sognatori

Midnight in Paris (2011) è uno dei film più conosciuti della fase europea di Woody Allen.

A fronte di un budget medio – 17 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 150 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Midnight in Paris?

Gil è uno scrittore per il cinema che però ha un sogno nel cassetto: scrivere un romanzo. E Parigi lo saprà ispirare più di quanto immagina…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

https://www.youtube.com/watch?v=FAfR8omt-CY&t=1s

Vale la pena di vedere Midnight in Paris?

Owen Wilson e Marion Cotillard in una scena di Midnight in Paris (2011) di Woody Allen

In generale, sì.

Per quanto mi piaccia questa pellicola, non mi voglio eccessivamente sbilanciare nel consigliarvela, perché ammetto che non sia una delle opere più memorabili di Allen in questo periodo…

…ma, nonostante questo, Midnight in Paris risulta per me un’opera piacevolissima, in cui il regista statunitense sperimenta con il genere fantastico per raccontare la storia di un sognatore – e, forse, di sé stesso.

Pioggia

I titoli di testa di Midnight in Paris hanno un significato specifico.

Infatti gli stessi ci permettono non solo di immergerci nelle magiche atmosfere di Parigi, ma anche nella mente dello stesso Gil, così innamorato della città e, soprattutto del suo gusto decadente durante i giorni di pioggia.

Spazi aperti e ariosi che si oppongono invece alla sua angosciosa situazione familiare.

Owen Wilson e Rachel McAdams in una scena di Midnight in Paris (2011) di Woody Allen

Infatti appare fin da subito chiaro come la sua futura moglie cerchi di ancorarlo ad una professione sicura e redditizia, ma molto meno artisticamente appagante – lo scrittore cinematografico – e di portarlo il più lontano possibile dalla sua città dei sogni.

Altrettanto sgradevoli sono i futuri suoceri – borghesi arricchiti che fin da subito mettono dubbi sulla bontà del protagonista – e, soprattutto, il borioso Paul, il vero uomo dei sogni di Inez, così interessante e colmo di nozioni che non vede l’ora di dispensare.

Ma c’è una via di fuga.

Esclusiva

Adrien Brody in una scena di Midnight in Paris (2011) di Woody Allen

La magia di Parigi non è per tutti.

La simpatica passerella dei grandi artisti degli Anni Venti – nonostante probabilmente molto banalizzata – è la concretizzazione di tutti i sogni di Gil, che finalmente trova degli interlocutori interessanti, persino qualcuno a cui sente di fare leggere il suo romanzo.

E così, quando infine si convince di non star sognando ad occhi aperti, il protagonista prova a coinvolgere la fidanzata in questa magica esperienza, ma la stessa si autoesclude, non avendo la pazienza di aspettare che l’incantesimo faccia il suo corso.

Da qui, i due viaggiano su due lunghezze diverse.

Da una parte Inez si immerge con sempre più convinzione e testardia nel sogno d’amore con l’uomo che veramente trova attraente e interessante, preoccupandosi progressivamente sempre meno di coinvolgere Gil, anzi accettando senza particolari remore le sue scuse.

Dall’altra, Gil non solo si innamora sempre di più del suo sogno nostalgico, ma anche di un’altra donna, Adriana, una figura capace veramente di amare un sognatore sfortunato come lui proprio per i suoi slanci artistici.

Per questo, la presa di consapevolezza è duplice.

Consapevolezza

Owen Wilson e Marion Cotillard in una scena di Midnight in Paris (2011) di Woody Allen

Il sogno della Parigi d’annata è molto più incisivo di quanto il protagonista possa immaginare.

La consapevolezza più importante riguarda la sua relazione con Inez: trovando terreno fertile per dare libero sfogo al suo lato artistico, Gil si rende progressivamente sempre più conto di quanto la sua fidanzata sia insostenibilmente allergica alla persona che sta diventando.

Per questo, il tradimento non è che quasi una scusa, una conferma di una rottura già scritta…

Owen Wilson e Léa Seydoux in una scena di Midnight in Paris (2011) di Woody Allen

Allo stesso modo, Gil impara a vivere nel presente: confrontandosi con Adriana, il protagonista comprende la limitatezza e ingenuità di vivere nel sogno di un passato idealizzato, tanto romantico quando invivibile per un uomo del XXI sec…

Quindi, lasciandosi alle spalle la sua testarda compagna di viaggio, Gil ritorna nel presente per scoprire che un’altra strada è possibile: una parigina che si nutre della stessa nostalgia e, soprattutto, delle romantiche atmosfere di una Parigi immersa nella pioggia.

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Scoop – La summa

Scoop (2006) può essere considerato per certi versi una summa della carriera di Woody Allen fino a quel momento.

A fronte di un budget molto piccolo – appena 4 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 39 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Scoop?

Sondra è una giovane studentessa di giornalismo che si trova fra le mani lo scoop del secolo. Ma la fonte non è quella che vi potreste aspettare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Scoop?

Scarlett Johansson e Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Assolutamente sì.

Scoop è un film che porto particolarmente nel cuore: un poMisterioso omicidio a Manhattan (1993), un po’ Criminali da strapazzo (2000), la pellicola risulta un ottimo incontro fra la linea comica piuttosto classica di Allen e il poco esplorato genere thriller.

Fra l’altro, scegliere nuovamente come protagonista un’interprete così versatile come Scarlett Johansson, ed affiancarla ad un ottimo Hugh Jackman, è stata l’idea vincente per creare una piacevolissima commedia investigativa, che non manca comunque di toni più cupi.

Insomma, da vedere.

Casuali

Ian McShane in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

I personaggi in scena sono del tutto improbabili.

La pellicola si apre con il funerale dello scaltro Joe Strombel, con un vivace dialogo fra i suoi amici che, ricordandone le imprese, ci offrono una prima, fondamentale infarinatura sul personaggio prima ancora che entri in scena – tecnica già ben sperimentata in Hollywood Ending (2002).

Così, non perdendo mai il vizio di rincorrere la prossima notizia da prima pagina, neanche da morto, il personaggio si interessa fin troppo all’indiscrezione della ex segretaria di Peter Lyman, tanto da scegliere di passare il testimone a qualcuno che possa farne buon uso.

Ma forse non il candidato che si aspettava…

Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Già frustata per aver scelto una carriera così diversa da quella prospettata dalla sua famiglia, la Sondra all’inizio del film sembra trovarsi ad un vergognoso capolinea, quando dal suo intervistato non riesce a ricavare nient’altro che una poco spendibile notte di fuoco.

Così il racconto dello spettacolo a cui partecipa sembra in prima battuta fine a se stesso, ma invece è del tutto fondamentale per introdurre l’ultimo membro di questo improbabile terzetto di investigatori, con il suo repertorio di trucchi magici di livello davvero infimo.

Eppure, proprio durante lo spettacolo le loro strade si incroceranno.

Principiante

Scarlett Johansson e Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

La coppia di protagonisti si dimostra fin da subito fin troppo improvvisata.

Pur molto scettico all’inizio, Sid si lascia infine coinvolgere nei primi passi di una Sondra che procede a tentoni, arrivando persino a pedinare l’uomo sbagliato – riuscendo a non mandare a gambe all’aria i suoi piani solo grazie ad amicizie in comune.

Da qui prende piede la gustosissima trama comica della pellicola, costellata da infinite gag di un Woody Allen in splendida forma, che riescono nel complesso ben a dialogare con il personaggio della Johansson.

Scarlett Johansson, Hugh Jackman e Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

E paradossalmente, proprio nel suo essere chiassoso, Sid crea la faccia perfetta.

Infatti risulta del tutto credibile che la giovane Jade abbia al suo fianco un padre così strambo, che non può fare a meno di divulgare i più intimi ed improbabili dettagli dell’infanzia della figlia – anche perché, col tempo, comincia davvero a considerarla tale.

Fra l’altro, questo taglio quasi surreale del personaggio ben si accompagna al continuo dell’investigazione che sembra sempre sull’orlo della catastrofe, anche grazie anche ad un montaggio incalzante che accompagna splendidamente la costruzione della tensione.

Delle dinamiche che mi ricordano qualcosa…

Eredità

Scarlett Johansson e Hugh Jackman in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Scoop è, in ultima analisi, una riscrittura di Notorious (1946).

Così, se Alicia doveva stanare una famiglia di nazisti in fuga con un matrimonio combinato, allo stesso modo Sondra deve entrare nelle grazie di Peter per poter sciogliere il mistero del Killer dei Tarocchi, finendo però per innamorarsene e per cadere nella sua rete di inganni.

Scarlett Johansson e Hugh Jackman in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Il punto d’arrivo sembra la rivelazione del vero serial killer, che fa cadere ogni accusa nei confronti di Lyman, confermando la sua insospettabilità, con un Sid che però non ci crede e si intestardisce a tal punto da finire per passare da salvatore a vittima.

Fra l’altro, con una conclusione perfetta per il personaggio di Peter, il cui racconto di compagno fin troppo affettuoso e dal comportamento impeccabile, ma nondimeno piuttosto possessivo nei confronti di Sondra, infine ben si sposa con la rivelazione invece del suo oscuro segreto…

…con una chiusura a sorpresa in cui Sondra che, a differenza di Alicia, riesce ad ingannare Peter fino alla fine.

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She’s all that – La vendetta…dovuta?

She’s all that (1999) di Robert Iscove, noto anche come Kiss me, è un classico del genere teen movie Anni Novanta.

A fronte di un budget piccolino – 10 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: 103 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla She’s all that?

Zach e Laney sembrano due adolescenti totalmente agli antipodi: il ragazzo più popolare della scuola e la sfigata che vive rinchiusa nella classe d’arte. Eppure qualcosa li permetterà di ritrovarsi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere She’s all that?

Rachael Leigh Cook e Freddie Prinze Jr. in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

In generale, sì.

Ammetto che mi aspettavo decisamente peggio da questo classico della commedia adolescenziale, che in effetti è in tutto e per tutto uno spaccato degli Anni Novanta, con al centro un topos narrativo che ha fatto veramente scuola nel genere…

…ma che nondimeno risulta per nulla banale nella sua esecuzione, anzi riesce meglio nel suo lato più riflessivo, pur risultando un po’ debole negli snodi narrativi fondamentali e nel racconto di alcuni personaggi chiave.

Ma, nel complesso, vale una visione.

Scommessa

Jodi Lyn O'Keefe e Freddie Prinze Jr. in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Tutto nacque con una scommessa…

Fin da subito She’s all that mostra il suo lato più ingenuamente crudele: il protagonista maschile, Zach, viene scaricato da Taylor, riducendolo a mero accessorio della sua vita ormai passato di moda, utile solamente per avere un compagno per il ballo scolastico.

E la scelta così superficiale delle relazioni si manifesta in senso più ampio nella considerazione che fin da subito Zach dimostra verso genere femminile, basato unicamente sul mero lato estetico, che definisce tutta l’importanza di un individuo.

Freddie Prinze Jr. in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Così nasce questa crudele scommessa in cui il protagonista si fa coinvolgere senza troppe remore, pur dimostrandosi piuttosto restio a dover fare un sostanziale miracolo nei confronti di una ragazza così apparentemente irrecuperabile come Laney.

Quello che succede dopo, però, mi ha stupito.

Dietro le quinte

Rachael Leigh Cook in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Era per me assolutamente prevedibile che il film avrebbe cercato di riscrivere Zach in senso positivo, così da renderlo infine un compagno accettabile per lo scontatissimo esito romantico del finale della storia.

E invece She’s all that gioca d’anticipo.

Bastano poche scene per scoprire come in realtà il protagonista sia molto più di quella maledetta scommessa, nient’altro che l’ultima manifestazione di una peer pressure devastante proveniente ora dal padre, ora dai suoi compagni di scuola – particolarmente Dean.

Rachael Leigh Cook in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Per questo l’inizio della relazione con Laney non è con la scommessa, ma bensì con lo spettacolo teatrale, in cui Zach viene un po’ maldestramente coinvolto, ma in cui dimostra la sua insospettabile verve interpretativa, e, di conseguenza, di essere meglio di quanto sembra.

Ma il secondo atto è quello decisivo.

Aprirsi

Rachael Leigh Cook in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Il problema di Laney non è il suo essere brutta, ma piuttosto il suo arrendersi alla vita.

Del tutto convinta del suo destino di ragazza sfigata e isolata da tutti, vivendo rinchiusa ora nel contesto familiare – di cui prende totalmente le redini, andando a colmare il vuoto della madre defunta – ora nell’aula di arte, dove il suo unico modo per avere successo sembra la morte artistica.

Rachael Leigh Cook e Freddie Prinze Jr. in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Invece, proprio con la giornata in spiaggia, la protagonista scopre conto di poter essere molto più incisiva di quanto potesse credere: se sulle prime le ragazze sembrano intenzionate solo a prendere il sole, è proprio la scelta di Laney di giocare invece coi ragazzi a svoltare la giornata.

La stessa incisività si vede anche durante la festa di Taylor, che la bullizza e la fa scappare in lacrime, ma non prima che la protagonista le risponda a tono, sottolineando la cattiveria della regina del ballo ancora non spodestata.

In conclusione, è ora di aprire una parentesi dovuta.

Vendetta

Un elemento chiave di She’s all that è la vendetta.

Il film, forse neanche consapevolmente, ci insegna che l’unico modo per rispondere al bullismo è con altrettanta, se non maggiore, cattiveria: così Laney ha la sua rivalsa sulle umiliazioni di Misty, pitturandole la faccia come quella di un pagliaccio e umiliando davanti a tutti…

…e, soprattutto, così Zach si dimostra come salvatore degli ultimi non solo proteggendo il fratello di Laney dai bulli, ma sottoponendoli alla loro stessa medicina, in una scena rivoltante che anticipa ben più altre vette che vedremo nel cinema popolare negli anni successivi.

Rachael Leigh Cook e Jodi Lyn O'Keefe in una scena di She's all that (1999) di Robert Iscove

Di mio preferisco decisamente altri tipi di narrazioni che, per quanto più consapevolmente cattive nel mostrare certi temi, si concludono in ogni caso con visioni più positive, volte a spezzare questa catena del distruggersi a vicenda – specificamente, Mean girls (2004) e Heathers (1989).

Così anche il fatto che con tanta leggerezza Laney renda sostanzialmente sordo Dean per evitare uno stupro mi lascia qualche dubbio…

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Melinda e Melinda – Punti di vista

Melinda e Melinda (2004) è, al pari di Crimini e misfatti (1989), è una delle opere più sperimentali della carriera di Woody Allen.

A fronte di un budget sconosciuto, ha avuto un discreto riscontro al botteghino: 30 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Melinda e Melinda?

Due autori di teatro si sfidano a trovare la differenza fondamentale fra commedia e tragedia, partendo dalla stessa storia…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Melinda e Melinda?

Radha Mitchell e Chloë Sevigny in una scena di Melinda e Melinda (2004) di Woody Allen

In generale, sì.

Melinda e Melinda appare a suo modo una riflessione molto intima di Allen sulla sua carriera fino a quel momento, ricalcando dinamiche comiche ormai consolidate nella sua produzione, ma anche esplorando nuovi versanti drammatici…

…proprio alla soglia di prodotti più rivolti in questa direzioneMatch Point (2005) e Blue Jasmine (2013), ma anche Scoop (2006) a suo modo – quasi come se il regista se sdoppiasse, portando in scena due tendenze opposte che sentiva in quel momento.

Melinda e Melinda prende spunto da due visioni diverse.

I due autori dibattono su quale sia il favore del pubblico, se verso la commedia o la tragedia, risolvendosi ad andare a cercare quell’elemento che effettivamente cambia il tono e il taglio di una storia, mettendola da l’una o l’altra parte.

Ma, fin da subito, la differenza di visione è quella fondamentale.

Visione

Il medesimo evento – il racconto del passato – assume un tono diverso a seconda del diverso punto di vista dell’autore: se la Melinda tragica porta in scena un doloroso monologo sul suo passato, il racconto della Melinda comica non appare per intero, ma riassunto solo nei suoi punti salienti.

Per lo stesso evento, cambia moltissimo anche la regia della scena: il monologo tragico appare particolarmente emotivo perché Melinda è l’unica protagonista della scena, mentre il racconto comico code di una visione più ampia su tutti i personaggi della scena.

Radha Mitchell in una scena di Melinda e Melinda (2004) di Woody Allen

Lo stesso discorso si può fare anche per il tentativo di suicidio.

Essendo un elemento proprio del racconto tragico, Max nella sua versione la abbraccia totalmente, mostrandolo come un evento inevitabile della sfortunata vita di Melinda, come ben sottolineato dalla voce fuori campo di Laurel che chiude la storia.

Al contrario, nel racconto comico, l’elemento del suicidio è relegato ad un personaggio di contorno, che sceglie di togliersi la vita in una bizzarra escalation del suo flusso di pensieri – che ha molti parallelismi col primo monologo della Melinda tragica.

E il riferimento agli stilemi classici non è casuale…

Destino

I due racconti sembrano rifarsi ai dettami classici dei due generi.

Infatti la Melinda tragica è come se fosse destinata ad avere una conclusione infelice, tanto più straziante quando nella sua vita si affaccia la possibilità di una seconda occasione relazionale, che fra l’altro gli viene sottratta da quella che credeva sua amica.

Al contrario, il racconto della Melinda comica sembra voler a tutti i costi avere una conclusione positiva, andando fortuitamente ad fare corrispondere la fine del matrimonio di Hobie con la nascita del suo interessamento per la protagonista.

Ma infine una domanda rimane…

Perché?

Wallace Shawn in una scena di Melinda e Melinda (2004) di Woody Allen

Perché Melinda e Melinda?

Pur non essendo la prima volta che Allen sperimenta con la metanarrativa – come nel già citato Crimini e misfatti – è la prima volta che Allen si affaccia al genere drammatico in senso stretto, ed è come se con questo film volesse riproporsi al pubblico in una veste nuova…

…e, al contempo, riflettere con sé stesso sul cinema, e chiedersi come e se potrebbe sperimentare con un racconto strettamente drammatico, arrivando alla conclusione che non sono i temi a definire il taglio di un film, ma la mano stessa dell’autore.

Non a caso, il successivo Match Point ha alla base un racconto più e più volte portato in scena da Allen…

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Clueless – Il risveglio

Clueless (1995) di Amy Heckerling, noto anche come Ragazze di Beverly Hills, è un cult del genere teen movie.

A fronte di un budget piccolino – 12 milioni di dollari – fu un grande successo commerciale: 88 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Clueless?

Cher è una ragazza ricca e popolare, ma che usa la sua influenza per aiutare gli altri. Ma la sua ingenuità sarà la sua rovina…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Clueless?

Assolutamente sì.

Clueless rappresenta davvero una perla del genere, anticipando fortemente i tempi con una narrazione dell’adolescenza femminile più collaborativa che vendicativa – come invece si vede in molte occasioni… – e un racconto della sessualità piuttosto dirompente.

Oltretutto, a differenza di film più difficilmente digeribili – per quanto magnifici – come Heathers (1989), è anche un prodotto piacevolissimo da guardare, che comunque non si risparmia in una serie di battute piuttosto sottili e non sempre a portata di adolescente…

Ingenuità

Alicia Silverstone e Stacey Dash in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Cher è totalmente ignara della sua condizione.

Intraprendendo fin da subito un intenso dialogo con lo spettatore – ottimo metodo, se ben pensato, per potenziare la narrazione, che sarà poi ripreso anche il Mean girls (2004) – ci racconta già moltissimo del suo personaggio – e della sua totale ingenuità.

Pur godendo di un armadio gigantesco, addirittura di un sistema di matching per gli outfit – una delle scene più iconiche, riprese, fra gli altri, in Barbie (2023) – Cher non è la classica adolescente ricca e viziata come ci si potrebbe aspettare.

Fin dalla prima scena viene infatti svelata la sua – seppur ingenua – buona volontà nell’aiutare gli altri, soprattutto il padre, così immerso nella sua turbolenta professione da non essere capace di prendersi cura di sé stesso.

Ma non è finita qui.

Bivio

Alicia Silverstone e Stacey Dash in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Clueless si trova in più momenti davanti ad una serie di bivi.

Cher è un personaggio che fin da subito si distingue dagli altri personaggi femminili dal punto di vista relazionale: genuinamente disgustata dai ragazzi della sua generazione, racconta fra il divertito e l’apprensivo la relazione fra la sua migliore amica, Dionne, e Murray.

E se questo poteva essere un buon momento per far partire la classica divisione fra ragazze buone e cattive…

Stacey Dash in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

…e invece Clueless stupisce: non vi è mai un giudizio negativo nei confronti della libertà sessuale delle protagoniste, se non quello che talvolta i personaggi mettono su sé stessi – come quando Donnie dice, quasi con sprezzo, di essere tecnicamente ancora vergine.

E anche la stessa posizione di verginità della protagonista è piuttosto aleatoria…

Buone azioni

Alicia Silverstone in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Anche durante la classe di dibattito, Cher dimostra la sua deliziosa ingenuità.

La sua posizione sull’immigrazione è una piccola zampata nei confronti della totale cecità della borghesia statunitense nei confronti dei problemi reali del paese, ma anche un ulteriore momento per sottolineare la sostanziale bontà della protagonista.

Alicia Silverstone e Stacey Dash in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Infatti, come Cher potrebbe utilizzare la sua posizione per vendicarsi dei brutti voti di Mr. Hall, invece sceglie di prendere il meglio di quanto ha imparato da suo padre e di ammorbidire il carattere burbero del professore, facendolo innamorare.

Così, anche se un motivo assolutamente egoistico, Cher riesce a far ritrovare due persone molto sole.

Ed è solo l’inizio.

Makeover!

Brittany Murphy in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Fatta la prima buona azione, Cher non ne può più fare a meno.

Dopo uno sguardo piuttosto ironico sul panorama adolescenziale di Beverly Hills e le sue ragazze ricche, viziate e piene di botulino, viene introdotta la preda perfetta, la totale outsider che la protagonista può prendere sotto la sua ala per una nuova buona azione.

Qui Clueless raccoglie particolarmente l’eredità del romanzo da cui si ispiraEmma di Jane Austen – con un arguto parallelismo fra la società iper-classista della Regency e il panorama sociale non meno spinoso dell’alta società californiana.

Per questo, Tai è la via del risveglio.

Brittany Murphy, Alicia Silverstone e Stacey Dash in una scena di Cluless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Cher cerca fin da subito di catturare la sua nuova amica nel complesso sistema della scuola, partendo dal più classico momento di passaggio – il makeover – che viene però totalmente stravolto, riducendolo – al pari di tutte le indicazioni di Cher – in una mania senza significato.

Ed infatti è piuttosto interessante che fin da subito Tai tende a sottrarsi ai tentativi di Cher di incasellarla, prima di tutto negando la sua verginità – elemento estremamente raro in un personaggio di questo tipo – e interessandosi ad un ragazzo che Cher considera inadeguato.

Ma l’alternativa non è migliore…

Voltafaccia

Brittany Murphy e Alicia Silverstone
 in una scena di Clueless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Il piano di Cher è un disastro.

Proprio come una matchmaker d’altri tempi, la protagonista trova subito il candidato perfetto che Tai può usare come accessorio per riuscire ad imporsi definitivamente con la sua rinnovata immagine e posizione.

E se i tentativi nel complesso sembrano portare nella direzione giusta, con un Elton che si dimostra interessato ad avvicinarsi alla ragazza, infine scoppiano come bolle di sapone quando il personaggio rivela tutta la sua arroganza e classismo, cercando di saltare addosso a Cher.

E così, la caccia ha di nuovo inizio…

…aprendo la sezione che io personalmente considero più geniale della pellicola.

Seduzione

Alicia Silverstone in una scena di Clueless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Per quanto ingenua, Cher è molto più furba di quanto potrebbe apparire.

Appena posati gli occhi su Christian, prende subito le redini della seduzione, con tutta l’intenzione di dimostrarsi interessante agli occhi di questo fascinoso ragazzo, in una scena che mima sottilmente l’atto sessuale, come ben rivela la battuta di Mr. Hall:

It’s time for your oral!

È ora del tuo orale.

Tutta la dinamica successiva continua a calcare su questo fine racconto erotico, in cui Cher si rende sempre di più desiderabile e desiderata, in particolare portando l’attenzione sulla sua bocca sempre impegnata:

And anything you can do to draw attention to your mouth is good.

E qualsiasi cosa che attiri l’attenzione sulla tua bocca è una buona idea.

Ma la realizzazione infine che Christian non potrai mai essere il suo fidanzato – con una rivelazione molto figlia di tempi, ma perlomeno non offensiva nei toni – è il primo passo per la graduale presa di consapevolezza di Cher di non aver mai avuto il controllo sulla situazione…

…e di aver guardato sempre dalla parte sbagliata.

Insomma, è ora di parlare di Josh.

Realtà

Alicia Silverstone e Paul Rudd in una scena di Clueless (1995) anche noto come Ragazze di Beverly Hills

Josh è la chiave di volta per la maturazione della protagonista.

Sulle prime il loro rapporto sembra il classico enemy to lovers, ma è una dinamica abbandonata non appena il personaggio ha modo di mostrare il suo vero carattere: non uno sfaccendato collegiale, ma un ragazzo timido e insicuro, che cerca rifugio in un’altra famiglia…

…e che, come Cher, ha a cuore gli altri: particolarmente dolce e significativo il momento in cui, alla festa con Christian, la protagonista si rende conto che Tai si senta escluso, ma si rassicura quando vede l’intervento di Josh, che la fa meno sentire fuori posto.

E proprio la realizzazione di essere innamorata del suo ex-fratello, apparentemente improvvisa, invece mette un punto molto interessante al personaggio: non la classica protagonista che cerca il vero amore, ma piuttosto una ragazza che sa cosa è meglio per sé, e che vuole accanto una persona che senta vicina.

Allo stesso modo, Clueless getta una nuova luce su tutti i personaggi – e stereotipi che li accompagnano, svelando una realtà molto più complessa e variegata da quella che viene solitamente raccontata in prodotti similari.

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Hollywood Ending – Sulla via del tramonto

Hollywood Ending (2002) è uno dei film forse più personali e lungimiranti della carriera di Woody Allen.

A fronte di un budget piccolino – 16 milioni di dollari – è stato uno dei tanti e disastrosi flop commerciali di questo periodo per Allen, non riuscendo a coprire neanche i costi di produzione…

Di cosa parla Hollywood Ending?

Val è un regista in disgrazia, per via del suo carattere molto difficile. Eppure sarà proprio la sua ex moglie a dargli una seconda occasione…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Hollywood Ending?

Woody Allen e Téa Leoni in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

Assolutamente sì.

Hollywood Ending è uno dei miei film preferiti di Allen in questo periodo, anche per la sua ottima performance comica, con cui evade la macchinetta che già al tempo rischiava di diventare, per invece impreziosire la sua performance con un irresistibile taglio surreale.

Oltretutto, se si considera il momento artistico del regista statunitense – al tempo si cominciava a pensare che la sua carriera fosse ormai sulla via del tramonto – il film assume ancora più significato, soprattutto visto che ci troviamo a pochi anni di distanza da uno dei suoi più grandi successi: Match Point (2005).

Disgrazia

Woody Allen e Treat Williams in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

Il personaggio di Val nasce fuori scena.

Uno dei lati che più apprezzo della scrittura di Hollywood Ending è proprio il modo in cui introduce il protagonista: un’animata discussione fra Ellie e gli altri produttori, in cui si abbozza già il carattere imprevedibile di Val, nonostante questo non sia presente.

Così scopriamo come Val sia un regista ormai caduto in disgrazia, nonostante tutti i presenti ne riconoscano l’innegabile verve artistica, che lo distingue dai più incolori yes man che invece dirigerebbero la pellicola in maniera molto meno ispirata. 

Woody Allen e Mark Rydelli in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

E infine Ellie dà la punchline che chiude questa ottima costruzione:

I’m told that he is in no position to be fussy.

Mi è giunta voce che non è proprio nelle condizioni di fare lo schizzinoso.

Ed infatti vediamo un Val ormai costretto ad accettare i lavori più improbabili, nonostante non riesca ad a mantenere neanche quelli, rendendo l’offerta di Ellie davvero la sua ultima occasione per rilanciarsi – senza che questo, però, gli impedisca di continuare ad essere ingestibile…

Follia

Woody Allen,Téa Leoni, Treat Williams e Debra Messing in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

Come prevedibile, Val è totalmente incontrollabile.

Ma non è solo.

La sequenza dedicata al breve incontro con la sua ex moglie è una delle migliori prove comiche di Allen dai tempi di Prendi i soldi e scappa (1969), mostrando un comportamento quasi bipolare, che passa da una serena discussione sulla sceneggiatura fino alle più aspre rivendicazioni sul suo matrimonio fallito.

Come se questo non bastasse, la follia sembra perseguitarlo.

Tutti i personaggi di cui si circonda nella fase di pre-produzione dimostrano a più riprese tutta la loro assurdità – addirittura nel voler ricreare interi palazzi di New York – che dimostra come Val scelga, forse inconsapevolmente, di lavorare con figure ancora più improbabili di lui.

Ma all’apice della follia, della realizzazione dei suoi capricci…

Isteria

Debra Messing in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

La cecità di Val è frutto esclusivamente della sua isteria.

Pur essendo sano come un pesce, fra l’ipocondria galoppante, la vicinanza con l’odiata ex-moglie e una produzione assurda ancora prima di cominciare a girare, il protagonista esprime il suo disagio irrisolto in una malattia apparentemente incomprensibile.

Uno spunto comico che poteva facilmente essere sprecato in battute piuttosto scontate, ma che invece si articola in una serie di gag comunque piuttosto semplici, ma nondimeno anche brillanti e gustose nella loro esecuzione.

Woody Allen e Mark Rydell in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

Fra l’altro, la cecità improvvisa è anche l’occasione per riflettere sulla propria vita, sul suo intestardirsi sulle sue manie, in particolare nell’essere un grande artista incompreso dalla sua stessa famiglia – con cui invece gradualmente riesce a riconciliarsi.

Quasi una…profezia?

Presagio

Woody Allen e Téa Leoni in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

Come anticipato, Hollywood Ending è probabilmente uno dei film più autobiografici di Allen.

Così la già citata situazione della sua carriera – considerata ormai alle sue battute al tempo dell’uscita del film – e l’inizio dei finali più positivi e concilianti per le sue commedie – già in Criminali da strapazzo (2000) – che raccontano il recente matrimonio con Soon-yi Previn.

Woody Allen e Téa Leoni in una scena di Hollywood Ending (2002) di Woody Allen

Allo stesso modo, questa pellicola è una previsione fin troppo lucida del suo destino registico: il suo progressivo allontanamento dal cinema americano per invece affacciarsi al panorama europeo, ben più pronto – proprio come nel film – ad accettare la sua arte.

E proprio a Parigi, meno di dieci anni dopo, avrebbe ambientato Midnight in Paris (2011)…

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Criminali da strapazzo – What if…

Criminali da strapazzo (2000) è il film con cui Woody Allen inaugurò il nuovo millennio – oltre ad un decennio artistico incredibilmente interessante.

A fronte di un budget di circa 18 milioni, fu un incredibile insuccesso commerciale, riuscendo a malapena a coprire le spese di produzione: quasi 30 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Criminali da strapazzo?

Ray è un criminale fallito che sceglie di tentare il colpo della vita: rapinare una banca. Ma le vie del successo sono assolutamente inaspettate…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Criminali da strapazzo?

Woody Allen in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

In generale, sì.

Criminali da strapazzo è una sorta di what if… di uno dei miei film preferiti di Allen – Prendi i soldi e scappa (1969) – che si presenta come la naturale sintesi dei due decenni precedenti – idee ridondanti e trame semplici…

…ma anche come lo spunto per risultati artistici ben più interessanti – in particolare, molte delle idee qui presenti saranno riportate in scena con ben più intelligenza qualche anno dopo in Scoop (2006).

Antipodi

Woody Allen e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

Ray e Frenchy sono agli antipodi.

Il personaggio di Allen si presenta subito in scena nel tentativo di prendere le redini della relazione, millantando con i propri amici di essere totalmente in controllo di sua moglie e di poter prendere liberamente la decisione di sperperare i loro risparmi…

…quando è esattamente il contrario.

Woody Allen e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

A differenza del marito, Frenchy è una donna con la testa sulle spalle: nonostante abbia un lavoro molto umile e non sia particolarmente sveglia, è riuscita comunque a mettere da parte una discreta somma, mostrandosi la figura lungimirante della coppia.

Inoltre, il suo carattere salace, continuamente combattuto da Ray, è fonte di infinite battute e gag, anche e soprattutto con gli amici intrusivi del marito, che la donna mette fin da subito al loro posto.

Eppure, si lascia fin troppo facilmente travolgere…

Copertura

La rapina è una catastrofe da entrambe le parti.

Per quanto Frenchy sia fra i due quella più intelligente, si dimostra del tutto impreparata nel gestire il negozio e il suo inaspettato successo, facendosi trascinare dalla totale improvvisazione del marito in una copertura che fin da subito da acqua da tutte le parti.

Woody Allen in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

E, alle sue spalle il piano si articola in una serie di momenti comici al limite del surreale, in cui Allen riprende il personaggio comico che segnerà il suo cinema in maniera consistente da qui in avanti, e chiude il cerchio di un disastro annunciato.

A meno che…

Presenza

Hugh Grant e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

Dopo una conclusione piuttosto brillante del primo atto, la fase centrale definisce più sottilmente il dramma della relazione fra i due protagonisti, già anticipato dai loro scambi piuttosto alacri del primo atto, in due direzioni: presenza e mancanza.

Da una parte, Francy è sempre presente – anche troppo: essendo la proprietaria e l’ideatrice della fortuna della famiglia, la sua figura è in scena in ogni momento – nelle decisioni sulla famiglia, nel prossimo menù e anche e soprattutto nella scelta dell’arredamento degli spazi.

Woody Allen e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

Ne emerge così una volontà sempre più insistente di prendere parte alla buona società in cui finalmente può avere accesso, nonostante fin da questa fase agisca in maniera piuttosto disordinata e sostanzialmente prona alle scelte dei suoi fidati collaboratori.

Al contrario, Ray è sempre più messo da parte, ridotto sempre di più ad una figurina sullo sfondo, impossibilitato a spendere quei soldi come vorrebbe, ovvero in maniera del tutto opposta a Franchy: non per integrarsi, ma per allontanarsi, per cercare una vita migliore altrove.

Alternativa

Woody Allen, Hugh Grant e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

Nel finire del secondo atto, entrambi i personaggi cercano un’alternativa al loro matrimonio.

Franchy, profondamente ferita nel non essere considerata all’altezza da quel circolo di cui vorrebbe far parte, si affida alle cure disinteressate di David, cercando inizialmente di coinvolgere anche Ray, ma infine accettando fin troppo facilmente che si faccia da parte.

Infatti la donna vede in questo filantropo la sua occasione per avere la vita dei suoi sogni, accompagnandosi ad un uomo ben più giovane e presentabile rispetto a Ray, che gli offre tutte le chiavi giuste per integrarsi in maniera vincente nell’alta società.

Woody Allen in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

Al contrario, una volta trovata l’occasione per defilarsi dai progetti della moglie, Ray cerca sempre di più una via alternativa per la ricchezza, scegliendo ancora una volta il furto che possa sistemarlo a vita, con un piano tanto semplice quanto facilmente fallibile.

E se questo poteva davvero salvare la sua famiglia…

Status

Hugh Grant e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

La chiusura della pellicola è per certi versi atipica per il cinema di Allen finora.

L’angoscia per la conclusione sfortunata in ogni senso di Frenchy, gabbata e umiliata per essersi affidata alle persone sbagliate che credeva amiche – in particolare lo stesso David – si alterna alla piacevole comicità del piano del marito.

Tutta la dinamica verrà sostanzialmente ripresa, come già anticipato, nel successivo Scoop, ma nondimeno regala un comic relief quasi necessario in un finale che altrimenti sarebbe stato fin troppo amaro, ma che sorprendentemente si risolve nella ricomposizione della coppia.

Woody Allen e Tracey Ullman in una scena di Criminali da strapazzo (Small time croocks) (2000) di Woody Allen

Probabilmente in questo frangente si può intravedere un nuovo ottimismo di Allen dopo la fine del suo rapporto con Mia Farrow e il suo recente e forse più felice matrimonio con Soon-Yi Previn, che porta a ristabilire lo status iniziale del matrimonio senza, di fatto, troppi cambiamenti.

Infatti, a sorpresa, alla fine la più scaltra è sempre Franchy…

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Un compleanno da ricordare – Il desiderio edulcorato

Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes, noto anche come Sixteen candles, è un piccolo cult del genere teen movie, con protagonista la star del genere negli Anni Ottanta: Molly Ringwald, futura protagonista anche in The Breakfast club (1985) e in Pretty in Pink (1986).

A fronte di un budget piccolino – appena 6,5 milioni di dollari, circa 19 milioni oggi – fu un buon successo commerciale: 23 milioni di dollari in tutto il mondo, circa 65 oggi.

Di cosa parla Un compleanno da ricordare?

Sam è una ragazzina che ha appena compiuto sedici anni, ma a cui niente sembra essere cambiato. E invece sarà un compleanno pieno di sorprese…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Un compleanno da ricordare?

Molly Ringwald (Sam) e Michael Schoeffling (Jake) nel finale di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Assolutamente sì.

Mi sbilancio così tanto nel consigliarvi questa pellicola perché è un tuffo quasi alienante in una visione del mondo così ingenuamente stringente, con una classificazione dei personaggi – particolarmente quelli femminili – fra buoni e cattivi – e senza possibilità di replica.

Oltre a questo, Un compleanno da ricordare, nonostante voglia raccontarsi come una commedia romantica, è in realtà uno dei pochi teen movie che parla in maniera veramente poco edulcorata dell’esplosivo desiderio sessuale adolescenziale.

Insomma, vale la pena di riscoprirlo.

Desiderio

Molly Ringwald (Sam) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Per quanto il film cerchi di edulcorarlo, il desiderio della protagonista è chiarissimo.

All’inizio la sua sembra la più innocua fantasia di cambiamento, di crescita, di vedere davvero un mutamento così fondamentale, che ormai dovrebbe essere avvenuto, ma che invece sembra invisibile a tutti gli altri – tanto che nessuno sembra essersi ricordato del suo compleanno.

Poi, emergere il vero desiderio.

Molly Ringwald (Sam) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Tramite un piccolo questionario anonimo, ci immergiamo in tutti i dubbi più tipici della scoperta sessuale: la volontà di avere un rapporto, ma la paura di non riuscirci, di non sapere addirittura se qualcosa è già successo, nonostante l’oggetto del desiderio sia lampante.

E lo stesso ha dei risvolti quantomeno dubbi…

Interesse

Michael Schoeffling (Jake) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Fin da subito Jake è il protagonista di una dinamica leggermente inquietante, ma che ben inquadra la forse involontaria ambiguità del personaggio: come Sam lo guarda piena di desiderio, lo stesso sembra ricambiare l’interesse, impossessandosi avidamente delle sue risposte rivelatorie al questionario.

Ma, forse anche complice la scarsa interpretazione di Michael Schoeffling, appare poco chiara la nascita del suo desiderio verso Sam: se da una parte appare ormai stufo del suo attuale rapporto, vuoto e inconsistente su una ragazza che, come vedremo, neanche rispetta…

Michael Schoeffling (Jake) e Haviland Morris (Caroline) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

…dall’altra, è davvero poco trasparente il motivo per cui Sam le interessi così tanto: anche se afferma di voler cercare altro oltre al semplice rapporto sessuale, davvero basta che la protagonista dimostri un minimo di interesse nei suoi confronti per farlo innamorare?

Oppure…

Vergine

Molly Ringwald (Sam) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Un compleanno da ricordare appare per certi versi un goffo manuale della castità.

Infatti la positività della protagonista non è spiegabile al di fuori della sua verginità: volendosi rivolgere ad un pubblico molto giovane, il film racconta un’adolescente piuttosto tipica, con le sue insicurezze e il suo facile indispettirsi quando non ha tutte le attenzioni per sé.

Molly Ringwald (Sam) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Al contrario, non tanto la sua illibatezza, ma il suo desiderio di conservarsi per una persona in particolare la rendono evidentemente migliore di tutti gli altri personaggi femminili: Caroline, la tanto disprezzata ragazza di Jake, e Ginny, la sconsiderata sorella della protagonista.

Due donne con una sessualità fin troppo libera e che, per questo, devono essere punite.

E come vengono punite…

Punizione

Blanche Baker (Ginny) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Ginny e Caroline sono due personaggi sostanzialmente sovrapponibili.

Ginny è anzitutto colpevole di distogliere l’importante attenzione della famiglia di Sam dal compleanno della protagonista, per focalizzarsi invece su un’occasione che non determinata il coronamento di un sogno d’amore, ma solamente la conferma dell‘incosciente condotta del suo personaggio.

Infatti in non poche scene appare chiaro come la scelta del compagno non derivi da un effettivo interesse nei suoi confronti, ma piuttosto da un desiderio di riposizionamento sociale: non più come donna che salta da un letto all’altro, ma come una moglie da rispettare – anche se di un uomo insulso…

Haviland Morris (Caroline) e Anthony Michael Hall (Ted) in una scena di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Ed è inquietante quanto interessante come un momento in cui avrebbe dovuto essere estremamente presente, Ginny è invece totalmente in balia degli eventi proprio come Caroline, una donna di così poco conto da poter essere – a parole e nei fatti – violata più volte.

Il suo personaggio è infatti in assoluto il più bistrattato: preso sulle spalle come un sacco della spazzatura e portato in macchina di uno sconosciuto che non fa di fatto niente per evitare di essere colpevole di uno stupro – di cui, anzi, si compiace.

Perché, in verità, il personaggio maschile attivo sessualmente è sempre premiato.

Premio

Gedde Watanabe (Dong) nella scena del ballo di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

Oltre alla protagonista, due sono i personaggi che ricercano attivamente il sesso.

Da una parte lo strambo Dong, rappresentazione ingenuamente razzista di un apparente geek incapace di relazionarsi con le ragazze, ma che invece viene coinvolto nel party di Caroline, in cui può rivelare la sua sessualità veramente esplosiva, diventando il comic relief della storia.

In particolare a lui si devono i momenti più esplicitamente sessuali della pellicola: dal rapporto vestito con la sua nuova fiamma, fino al lento del ballo, in cui Dong si appoggia letteralmente sul seno della ragazza e dà adito ad una sfilza di battute a sfondo erotico anche piuttosto intraprendenti visto il tipo di target.

La scena delle mutande di Sam di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

L’altro geek premiato è Ted.

Il suo personaggio comincia una rincorsa impossibile verso Sam, in una maniera che lo definirebbe immediatamente come fuori dalla corsa del sesso, tanto sono viscidi e improvvisati i suoi tentativi di rimorchio, di rivalsa sociale – per cui è disposto a spendere fin troppo.

E, invece, assumendo il ruolo di aiutante della protagonista e di promotore della coppia, Ted non solo riesce ad ottenere la prova della sua vittoria sessuale, ma addirittura ad avere il suo primo rapporto con una ragazza apparentemente ancora più inavvicinabile di Sam.

E lo stupro è presto perdonato…

Sacro

Il finale di Un compleanno da ricordare (1984) di John Hughes

La dinamica del finale è pregna di un simbolismo veramente rivelatorio.

Sam viene rivestita di abiti incredibilmente verginali e idilliaci, tanto da prendere in qualche modo il posto della sorella come sposa – anche per il fraintendimento dello stesso Dong – e quindi venir ricondotta ad uno status sociale totalmente accettabile, anzi desiderabile.

Di fatto, proprio per quanto detto sopra, Sam viene premiata con una sorta di unione sacra con Jake, un dolce bacio scambiato al lume di candela che chiude la pellicola – apparentemente non lasciando trasparire altro dal loro rapporto.

Anche se…

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Pretty in Pink – Una pallida origine

Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch, in Italia noto anche come Bella in rosa, è un classico del genere teen movie Anni Ottanta.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 9 milioni di dollari, circa 25 oggi – è stato un ottimo successo commerciale: 40 milioni di dollari in tutto il mondo (circa 114 oggi).

Di cosa parla Pretty in Pink?

Con un’estrazione sociale bassissima e l’emarginazione sociale continua nel suo liceo per ricchi, Andie si trova coinvolta in un innamoramento pericoloso…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Pretty in Pink?

Molly Ringwald (Andie), Jon Cryer (Duckie) e Andrew McCarthy (Blane) in una scena di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

In generale, sì.

Pretty in Pink è un classico davvero in senso stretto: all’interno della pellicola ritroverete dinamiche piuttosto tipiche del genere, ma molto più all’acqua di rose, molto più con i piedi per terra, con pochi picchi drammatici davvero significativi.

Una visione che ci riporta agli albori del teen movie quando, positivamente o meno, queste pellicole erano molto più con i piedi per terra, e molto meno smaccati rispetto ai – forse – più godibili prodotti dei decenni successivi.

Però, dategli un’occasione.

Status

Molly Ringwald (Andie) in una scena di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

Andie vive in uno status quo da cui sembra impossibile evadere.

La protagonista è amaramente consapevole della sua disprezzabile estrazione sociale, del suo aspetto e abbigliamento stravagante – dovuto anche all’impossibilità di comprarsi abiti di prima mano – e al non avere un appuntamento per il ballo scolastico…

…ma, anche ampiamente spalleggiata da Duckie, mostra anche una certa superiorità nel non essere come quei ragazzi ricchi e viziati, che ora la punzecchiano per avere un appuntamento, ora la bullizzano apertamente.

Molly Ringwald (Andie) e Andrew McCarthy (Blane) nella scena del loro primo incontro di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

Eppure, un’alternativa è possibile.

Il primo approccio con Blane deriva proprio dalla situazione sociale della protagonista: nonostante sia evidentemente interessata a questo nuovo ragazzo, Andie si pone fin da subito sulla difensiva, lanciandosi in qualche battuta classista molto goffa.

Ma questo non ferma Blane, che comincia un dolcissimo corteggiamento della protagonista, rispettando i suoi spazi e avvicinandosi a lei con delicatezza e nei giusti tempi, mostrandosi totalmente ignaro della aspra contesa sociale in atto.

Intrusione

Molly Ringwald (Andie) e Jon Cryer (Duckie) in una scena di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

Con il loro primo appuntamento, è come se Blane e Andie volessero mettere alla prova i loro rispettivi spazi sociali.

Già tutta l’attesa di Blane racconta la profonda insicurezza della protagonista, continuamente intimorita dall’idea di essere solo un interesse passeggero, di essere in realtà una vergogna per questo fin troppo dolce ragazzo.

Ma l’effettivo arrivo di Blane è il trigger emotivo inevitabile di Duckie: in questa fase il suo personaggio è insopportabilmente chiassoso, incapace di comunicare serenamente il suo disappunto per la nuova relazione, tanto da tirare ridicolmente in mezzo la stessa Iona.

Molly Ringwald (Andie) e Andrew McCarthy (Blane) in una scena di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

E non è neanche la situazione peggiore.

L’intrusione nel party di Jeff è ingenua quanto disastrosa: non ancora consapevole del disprezzo del suo amico nei confronti della sua nuova fiamma, Blane introduce la protagonista in un panorama che le sta fin da subito stretto.

Così, il loro spazio intimo è da ricercare altrove: la conclusione del secondo atto è rappresentata dal picco drammatico e romantico della neonata coppia, con la confessione dolorosa quanto fondamentale di Andie, che infine porta al primo bacio.

Incubazione

Molly Ringwald (Andie) in una scena di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

Nell’atto finale, tutto si ribalta.

Al trionfo romantico della coppia si alterna invece al climax per l’inevitabile allontanamento, alimentato dai dubbi da entrambe le parti: le pressioni sociali di Blane da parte di Jeff e la concretizzazione delle paure di Andie dall’altra.

Un momento particolare della pellicola, che offre alla protagonista lo spazio per rinascere, per superare la sua quasi totale passività al quadro sociale – sopratutto alle sue recenti evoluzioni – e invece ritornando attiva proprio nella scelta di partecipare al ballo pure senza accompagnatore…

…ma non è la sola.

In questo momento di passaggio, anche altri personaggi trovano la conclusione della loro storia: anzitutto il padre di Andie, fin dall’inizio sferzato dalla figlia per migliorare la sua condizione lavorativa, che ammette finalmente il motivo del suo immobilismo.

Ma sopratutto assistiamo al punto di arrivo di un personaggio che ha vissuto sostanzialmente sullo sfondo: Iona, personaggio in cerca di un’identità che, pur in maniera un po’ discutibile, trova il suo punto di arrivo in un ragazzo con la testa sulle spalle, con cui trova finalmente la sua felicità.

Confronto

Molly Ringwald (Andie) e Andrew McCarthy (Blane) in una scena di Pretty in Pink (1986) di Howard Deutch

Lo scioglimento della vicenda è da manuale.

La ricomposizione della coppia è possibile solo se ognuno dei due personaggi risolva la situazione che in primo luogo ha rovinato la relazione: e se per Andie è una risoluzione costruttiva, con Duckie che finalmente accetta il nuovo fidanzato come un personaggio rispettabile…

…e invece per Blane è una risoluzione distruttiva, che segna il distacco definitivo da Jeff e dalla sua cricca, comprendendo le vere ragioni del disprezzo del suo ex-amico verso la sua amata, e chiudendo la pellicola con il più classico bacio risolutore dei due personaggi.