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Piccole donne – Che chiasso!

Piccole donne (2019) di Greta Gerwig è un period drama tratto dal celebre romanzo omonimo.

Un prodotto che ebbe anche un buon riscontro di pubblico: a fronte di un budget di appena 40 milioni, ne incassò complessivamente 206 in tutto il mondo.

Di cosa parla Piccole donne?

Inghilterra, seconda metà dell’Ottocento. La vicenda ruota intorno alle quattro sorelle March, con caratteri molto diversi ma che incarnano i topos delle eroine romantiche tipiche di quel periodo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Piccole donne?

Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh e Eliza Scanlen in una scena di Piccole donne (2019) di Greta Gerwig

Dipende.

Dal mio personale punto di vista, Piccole Donne non ha un grande valore artistico, ma potrebbe essere un film molto coinvolgente se siete pronti a farvi catturare da certi ganci emotivi – io, personalmente, mi sono lasciata agganciare.

Infatti si tratta di una storia molto emotiva, con una profonda esplorazione della psicologia dei personaggi, riuscendo, pur con qualche sbavatura, a riscrivere in chiave contemporanea la storia di Louisa May Alcott.

Luce

Saoirse Ronan in una scena di Piccole donne (2019) di Greta Gerwig

Greta Gerwig è perdutamente innamorata della sua protagonista.

L’ottima Saroise Ronan era stata la sua attrice feticcio già fin dai suoi esordi registici in Lady Bird (2017), e qui diventa la protagonista assoluta della scena, sempre premiata sia dalla scrittura piuttosto compiacente, sia dalla fotografica disegnata sul suo personaggio.

E per me è stato tanto più difficile – non ai livelli di The Whale (2022), ma poco ci manca – abbracciare questa visione, che mi è parsa a tratti quasi forzata nel voler raccontare una protagonista che si ribella alle convenzioni sociali.

E, per quanto il suo comportamento sia più volte problematizzato, non lo è mai fino in fondo: Jo prima si lega profondamente a Laurie, poi lo respinge e scappa per trovare fortuna altrove, per finire in un dovutissimo bagno di realtà.

Di fatto, pur con le sue ingenuità, Jo racconta il passaggio dalla spensierata infanzia alla durezza della vita adulta, in cui il successo non è scontato, in cui le altre persone non vivono in nostra funzione, ma anzi la posizione di predominanza si ottiene fra insuccessi e dolorosissime fatiche.

Ma la vera vittima è un’altra.

Seconda

Florence Pugh in una scena di Piccole donne (2019) di Greta Gerwig

Amy è l’eterna seconda…

…anche metanarrativamente parlando.

Come Saoirse Ronan è la grande protagonista della scena, al contrario Florence Pugh è costantemente penalizzata da trucco e costumi: dalla frangetta improbabile nella giovinezza ai vestiti stretti fino alla gola in età adulta, tutto sembra imbastito per imbruttirla.

E così anche i suoi capricci giovanili, nonostante siano decisamente meno gravi rispetto ai comportamenti di Jo, infestano costantemente il suo personaggio, che sia presente in scena o meno – ovviamente, tramite la durezza delle parole della sorella meritevole.

Florence Pugh e Thimothee Chalamet in una scena di Piccole donne (2019) di Greta Gerwig

E invece io personalmente mi sento più vicina alla mediocrità di Amy, che cerca di disegnarsi il suo spazio nell’ingombrante ombra della sorella maggiore, che si arrende davanti al suo non-genio, davanti al triste destino di una donna del suo tempo – ben più consapevole di discorsi analoghi della stessa Jo. 

Per questo esce vittoriosa infine ottenendo una piccola felicità personale, ricambiata dal suo amore segreto, costruendosi una vita familiare con una persona con cui potrebbe davvero avere una esistenza complessivamente serena, forse non dovendo del tutto abbandonare le sue passioni…

…che escono ovviamente dalla scena in favore della ben più meritevole Jo.

Ma non è l’unica femminilità possibile.

Accontentarsi

Saroise Ronan e Emma Watson in una scena di Piccole donne (2019) di Greta Gerwig

Nonostante il totale protagonismo di Jo, Piccole donne lascia spazio anche ad altre femminilità.

Meg è rappresentazione a suo modo di un’eroina romantica che abbraccia la nascente tendenza del matrimonio non più per motivi politici, ma per un sincero innamoramento, che la costringe ad abbandonare ogni prospettiva di ricchezza e di vita mondana a favore di una più frugale esistenza.

Infatti, nonostante le preoccupazioni di Jo siano nei confronti del matrimonio di per sé – proiezione dei suoi stessi timori – la vera angoscia di Meg riguarda il dover rimanere in un’amara povertà, di doversi privare delle bellezze di una vita più frivola e con meno preoccupazioni economiche.

Insomma il suo personaggio è tormentato dall’idea di lasciarsi tentare da un mondo più attraente, per quanto più insidioso, dove un giorno sei la favorita dell’ape regina di turno – il suo pet, il suo animaletto da compagnia – in un altro sei vittima di pettegolezzi che rappresentano il fulcro della sua esistenza.

Per questo per me è tanto più soddisfacente vedere la maturazione di Meg, che capisce quanto può essere più felice in una vita anche più modesta, ma con a fianco una persona che davvero può fare la sua felicità, anche se nella ristrettezza inevitabile dei mezzi.

Ma manca un fondamentale pezzo a questo puzzle.

Tragedia

L’ultima faccia della storia è Beth.

Personaggio apparentemente di contorno, apparentemente solo il nucleo tragico della vicenda, è in realtà il perno fondamentale della vicenda intorno a cui ruota tutto il passaggio fra passato e presente, nella continua angoscia per la malattia che potrebbe strapparla dal mondo ancora così giovane e innocente.

In questo senso Beth è in tutto e per tutto un’eroina tragica che, nonostante la sua bontà, non può pensare al suo futuro, ma solo ad un limitato presente, in cui viene premiata proprio per la sua innocente bontà e curiosità verso una passione che è anche indice della sua innata capacità musicale.

E così, per quanto lacrimevole, il momento sia della salvezza che della morte è anche il punto di arrivo di una ricongiunzione di un nucleo familiare che si rimette in discussione in tutte le sue parti e che infine si ritrova felicemente nella medesima eredità dell’arcigna zia March…

…dove ognuno sembra aver trovato il suo posto.

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Il Grinta – Un simpatico western

Il Grinta (2010) è il remake dell’omonimo film del 1969, questa volta sotto la direzione dei Fratelli Coen nell’ultima fase della loro carriera di coppia.

A fronte di un budget medio – 38 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 252 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Il Grinta?

Mattie Ross, rimasta orfana di padre, cerca giustizia. Ma la sua giovane età potrebbe essere un ostacolo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il Grinta?

Jeff Bridges in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

In generale, sì.

Il Grinta è il classico Coen minore, che si inserisce nel loro avvicinamento al genere western – già sperimentato in Non è un paese per vecchi (2007) e confermato nel successivo La ballata di Buster Scruggs (2018)…

…e che contiene al suo interno i classici elementi tipici della filmografia coeniana – specificatamente, il criminale inetto e l’ironia surreale – senza brillare particolarmente, ma rimanendo un film nel complesso piuttosto gradevole.

Insomma, non imperdibile, ma vale una visione.

Vantaggio

Hailee Steinfeld in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

Mattie è limitata solo dalla sua età.

L’elemento più profondamente coeniano è infatti la brillantezza e intelligenza della protagonista, che risulta così inusuale nel suo costante scontro con la becera ignoranza degli altri personaggi, che cercano costantemente di ingannarla e limitarla nel suo agire.

Hailee Steinfeld in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

Infatti il suo personaggio si muove all’interno di un ambiente definito dalla fama e dalla furbizia del singolo, dove l’unica legge è quella della forza e dov’è il valore dell’individuo è definito dalla sua autorità ed esperienza con il mondo…

…che deve piegarsi davanti a questi concetti così estranei di giustizia, contratti e avvocati, così misteriosi da incutere un certo timore nei personaggi con cui Mattie si interfaccia, che infine, volente o nolente, devono piegarsi alla sua volontà.

In questo senso, Rooster è l’esatto opposto.

Imbrigliare

Jeff Bridges in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

Mattie non è la prima a cercare di imbrigliare Rooster.

L’introduzione del personaggio avviene in un panorama del tutto anomalo: un tribunale in cui è torchiato dalle domande di un avvocato che cerca di chiedergli il conto dei suoi crimini, dei suoi omicidi, in un mondo selvaggio in cui le regole sono messe al bando. 

Jeff Bridges in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

E infatti il vecchio giustiziere arranca fra particolari, sentito dire e una legge sotterranea che non gli ha mai chiesto il conto, ma ha solamente preteso da lui risultati che bene o male, più o meno legalmente, è riuscito infine ad ottenere.

Ma se in quel contesto Mattie potrebbe anche rivalersi, il mondo esterno è ben diverso.

Evasione

Jeff Bridges in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

Come in altri contesti – specificamente Fargo (1996) – è evidente che anche qui i Coen volessero riscrivere un genere. 

Ovvero, il buddy movie – o, meglio, il sottogenere che coinvolge una coppia formata da un giovane e un vecchio. 

E proprio per questo, il duo registico si impegna nell’evadere la classica dinamica che costruisce un certo affetto fra i protagonisti, partendo da una condizione di assoluto antagonismo – per quanto, anche qui, ce ne fossero tutti i presupposti.

Hailee Steinfeld e Jeff Bridges in una scena di Il Grinta (2010) dei Fratelli Coen

Sostanzialmente Rooster all’inizio mette più volte Mattie alla prova, finché – attraversando intrepida il fiume a cavallo pur di inseguirlo – la protagonista si guadagna il suo rispetto, concedendole di seguirlo all’interno di un panorama selvaggio ed indomabile.

Infatti la passerella di personaggi che si alterna sulla scena racconta un mondo definito dall’astuzia e dalla prevaricazione, dal guadagno ricercato ovunque – persino in un cadavere, che può essere rivenduto per non pochi soldi.

Un mondo in realtà anche piuttosto meschino e mediocre, come lo stesso Chaney si dimostra, evadendo del tutto il modello del villain temibile e irrefrenabile tipico del genere western, che, insieme alla mancanza di un esplicito happy ending, è la massima evasione del film.

Tuttavia, nel loro voler a tutti i costi cambiare il modello i Coen rischiano di non centrare il punto, arrivando ad un finale che vorrebbe essere amaro e riflessivo come in Fargo, ma che finisce solo per essere insipido e insoddisfacente.

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Inland Empire – Liberarsi dell’ego

Inland Empire (2006) è (finora) l’ultimo film della prospera ed enigmatica carriera di David Lynch.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 3 milioni di dollari – è stato, come prevedibile, un importante insuccesso commerciale, riuscendo appena a coprire le spese di produzione.

Di cosa parla Inland Empire?

Nikki Grace sta per cominciare la produzione cinematografica che sempre sognava, ma che sembra fin troppo simile alla sua vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Inland Empire?

Laura Dern in una scena di Inland Empire (2006) di David Lynch

Assolutamente sì.

Inland Empire rappresenta un punto di arrivo fondamentale per la carriera di Lynch, del tutto estraneo – come la sua protagonista – ad ogni costrizione produttiva – e di trama – libero di poter girare il più complesso e incomprensibile film della sua produzione.

Ne consegue un’opera profondamente introspettiva, in cui è sostanzialmente inutile cercare un briciolo di trama, ma ben più importante è comprendere la linea tematica in scena, e solo da lì, provare ad ipotizzare un’interpretazione.

Domani

Grace Zabriskie in una scena di Inland Empire (2006) di David Lynch

La cornice narrativa di Inland Empire è inaspettata.

E quasi immediatamente si introduce uno dei temi preferiti di Lynch: il doppio, che scopriremo poco dopo incarnato dalla stessa protagonista, che comincia a sdoppiarsi fin dalla prima lettura del copione, quando una figura misteriosa – lei stessa dal futuro – si intrufola nel dietro le quinte.

Attendendo un po’ disillusa la notizia sulla sua prossima parte, Nikki viene stregata dalla sua misteriosa vicina, che apre una finestra verso il giorno successivo, in cui l’ottenimento del tanto agognato ruolo è solo l’inizio di un viaggio introspettivo molto ben più profondo e doloroso.

Laura Dern in una scena di Inland Empire (2006) di David Lynch

Protetta ancora dalla sua illusione, Nikki comincia ad approcciarsi alla parte con sincera curiosità, cominciando gradualmente a riconoscersi nella sua protagonista, le cui reali vicende vengono alternate alle disperazioni della stessa Sue.

Ed è qui che le figure delle prostitute diventano così essenziali.

Libera

Laura Dern in una scena di Inland Empire (2006) di David Lynch

La libertà interiore e, soprattutto, la libertà femminile non è cosa nuova per Lynch.

Il cineasta statunitense nel corso della sua carriera si è sempre più concentrato su enigmatiche figure femminili assoggettate sessualmente, ma che si riappropriavano della loro identità proprio tramite il sesso – specificatamente Dorothy in Velluto Blu (1986).

In questo caso la figura della prostituta, che potrebbe molto banalmente essere considerata come l’ultimo gradino della degradazione femminile, è in realtà più volte racconto di ribellione e di libertà, di utilizzo del proprio corpo per riappropriarsi del potere che le figure maschili le hanno tolto.

Insomma, queste donne così disinibite nella loro sessualità disordinata, sono in realtà il punto di arrivo per Nikki/Sue, intrappolata in diversi modi all’interno di relazioni che hanno come ultimo obbiettivo la degradazione e il controllo della sua figura.

Così, anche se Nikki non è fisicamente bloccata all’interno di una stanza come Sue, in realtà ritorna costantemente nella stessa, non riuscendo a comunicare con l’esterno ma rimanendo isolata dal mondo – specificatamente nella prima scena in cui si intrufola nel set dove l’altra sé stava facendo il provino.

E il controllo non è solo fisico, ma soprattutto mentale: l’elemento della maledizione, ridotto a termini più terreni, è simbolo del totale controllo psicologico del maschile sul femminile, che ha il suo apice drammatico con il suo essere infine pugnalata con un cacciavite per volontà del Fantasma…

…figura per sua natura evanescente, ma costantemente presente in scena. 

Indifferenza

Il vero nemico delle protagoniste è l’indifferenza.

Nonostante il turbamento di Nikki/Sue e la sua relazione violenta siano sotto gli occhi di tutti, nonostante ci siano tracce evidenti sul suo viso, le stesse vengono trattate con totale indifferenza, in particolare nelle diverse scene in cui la protagonista cerca di raccontare il suo dramma al suo silenzioso ascoltatore.

E ancora di più l’indifferenza è insostenibile quando infine Nikki dovrebbe uscire dal suo personaggio, ma è così sconvolta da non essere evidentemente più se stessa, ma viene lasciata da sola a sconfiggere il suo dramma, a sconfiggere il suo Fantasma.

Laura Dern in una scena di Inland Empire (2006) di David Lynch

E così l’orribile deformazione a cui Nikki si trova davanti è solo l’ultimo atto di apparizione della vera natura del Fantasma – che solo lei sembra vedere – riuscendo infine ad annientarlo con la pistola dei conigli/polacchi – forse rappresentazione di un’interiorità battagliera che emerge a tratti nella protagonista.

Potendo così infine riabbracciare il suo sé, finalmente se ne libera, prospettando un futuro più luminoso per entrambe le donne, ormai libere dai loro persecutori, ben rappresentato dal lungo ballo finale delle prostitute, che rimarcano ancora una volta la loro felice libertà sessuale e mentale. 

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Non è un paese per vecchi – Cosa resta di noi

Non è un paese per vecchi (2007) è probabilmente l’opera più nota e apprezzata della filmografia di Joel e Ethan Coen.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 25 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 117 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Non è un paese per vecchi?

Llewelyn Moss è un veterano del Vietnam ormai in pensione, che, approfittandosi di una faida fra gang, riesce ad impossessarsi di una grossa somma . Ma è un denaro fin troppo pericolosa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Non è un paese per vecchi?

Javier Bardem in una scena di Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan Coen

Assolutamente sì.

Non è un paese per vecchi nasce da una riflessione lunga un decennio, partita dall’opera prima del duo registico, Fargo (1996) e riproposta all’interno di un contesto amaramente drammatico, segnando uno dei loro maggiori successi cinematografici.

Un’opera sicuramente complessa, quasi respingente per la sua crudeltà, per la sua scrittura che vive di sottrazione, di simboli, di non detti, dove tutto è lasciato alla messinscena e agli incredibili interpreti coinvolti.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Incontrollabile

Non è un paese per vecchi si apre con l’illusione del controllo.

Non conosciamo ancora le capacità di questo misterioso criminale, ma ci limitiamo ad osservarlo mentre viene caricato su una macchina della polizia, mentre è relegato alle retrovie della scena, mentre ci viene raccontato come sia un personaggio del tutto innocuo, sotto controllo…

…finché non si si riappropria prepotentemente della scena tagliando la gola al poliziotto per cominciare il proprio viaggio.

E la stessa illusione è anche propria di Llewelyn Moss, che si trova fin troppo facilmente fra le mani i soldi del cartello, e che inciamperà nei suoi stessi errori scena dopo scena, riuscendo a sfuggire solo per un soffio dal morso di uno dei cani sguinzagliati contro di lui.

E ancora, il protagonista si illude di aver totale controllo della situazione quando elabora un piano in realtà facilmente fallibile, fatto di cambi di macchine, di stanze in squallidi motel, di nascondigli astutamente ideati, pensando di sfuggire alla furia di Anton Chigurh.

Ma Moss non ha idea del pericolo che ha davanti.

Macchina

Javier Bardem in una scena di Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan Coen

Anton è un nemico imperscrutabile.

Nonostante gli altri personaggi cerchino più volte di ridurlo alle proprie regole, lo spietato killer segue costantemente una sua personale linea di condotta che non può mai essere messa in discussione, che non può essere in alcun modo frenata, neanche con le richieste più semplici.

Ma la chiave della sua figura si trova proprio in una delle scene in cui esercita il suo opprimente controllo contro un altro personaggio: sfidando l’ingenuo negoziante a scommettere sul lancio della moneta, Anton sta in realtà raccontando la sua visione del mondo.

Javier Bardem in una scena di Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan Coen

Di fatto, lo spietato killer disprezza profondamente la realtà mediocre che lo circonda, in cui ogni individuo è soggetto ad una continua scommessa contro una vita irragionevole ed incontrollabile, vivendo nell’illusione di un poco credibile libero arbitrio.

E il suo controllo invece Anton lo esercita aggredendo la vita con un taglio chirurgico ed ineluttabile, come un colpo di pistola che trafora usci e volti senza possibilità di replica, senza possibilità di sottrarsi al suo indiscutibile giudizio.

E allora, cosa rimane?

Ineluttabile

Il più illuso e disilluso insieme è proprio lo sceriffo. 

Vedendo l’occasione per trovare un briciolo di giustizia in un mondo feroce e incontrollabile, si intestardisce sempre di più sull’idea di portare non una condanna, ma una salvezza in un duello che può avere come esito solo la morte dell’illuso veterano.

E quel briciolo di speranza che ci offre la sua presenza è infine strozzata da un climax interrotto, che prima ci illude che sarà possibile uno scontro alla pari fra i due duellanti, ma che invece porta all’ennesimo fuoco incrociato che, ancora una volta, Bell non è riuscito ad evitare.

E così tutte le morti significative avvengono fuori scena, fuori dal nostro controllo: non vediamo neanche il corpo di Moss, non abbiamo certezza del destino di Carla, e non sappiamo neanche nulla sulla sorte di Anton stesso, reso infine molto meno inarrestabile di quanto credessimo.

Ci restano solo le amare parole dello sceriffo, che riassume nel suo sogno la flebile speranza rappresentata dal defunto genitore nelle vesti di un cowboy di un’epoca ormai tramontata, con cui riesce a trovare ancora una scintilla di speranza in un mondo arido e crudele.

Ma poi…

But then I woke up.

Ma poi mi sono svegliato.
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Mulholland Drive – La storia sparsa

Mulholland Drive (2001) è da molti considerato il capolavoro di David Lynch – ed è anche il penultimo della sua produzione dopo la lunga pausa tutt’ora in corso.

A fronte di un budget come sempre molto piccolo – appena 15 milioni di dollari – nonostante sia stato un pesante insuccesso commerciale – 20 milioni in tutto il mondo – nel tempo è diventato un incredibile cult cinematografico.

Di cosa parla Mulholland Drive?

Betty è un’aspirante attrice piena di sogni, che un giorno si trova in casa una sconosciuta. Ma forse non è tutto così lineare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mulholland Drive?

Naomi Watts in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

Assolutamente sì.

Mulholland Drive è indubbiamente uno dei film più incredibili della già inarrivabile filmografia di Lynch, distinguendosi per un racconto onirico ed enigmatico sottile quanto complessivamente comprensibile nei suoi contorni…

…ma ancora più sfocato nei particolari, nei piccoli elementi che continuamente sfuggono, in una storia che è sparsa in scena fra personaggi che sembrano non avere collegamento fra loro – e forse non ce l’hanno effettivamente.

Incontro

Laura Harring in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

Rita è in difficoltà.

E deve esserlo.

Fin dalle prime battute della sua fantasia Diane riscrive la sua vita, la sua eterna frustrazione in un’ottica nuova : non più una sosta improvvisa per una sorpresa per nulla piacevole, non una crudele illusione che la vera Camilla ha orchestrato ai suoi danni…

Naomi Watts in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

…ma bensì un effettivo incidente, un inganno da cui Rita si è salvata per un pelo, andando a rifugiarsi proprio nelle braccia di Betty, figura riscritta al limite dell’inquietante, come testimoniamo i sorrisi tirati dei due vecchi che fungono da introduzione del personaggio.

Ed è un inganno ben consegnato…

Bontà

Naomi Watts e Laura Harring in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

Betty è un personaggio anche troppo positivo.

Ogni elemento della sua figura, a partire dai colori morbidi e pastello, fino alla dolce curva del suo caschetto, raccontano una ragazza amabile, che non ha remore ad accettare di mettersi in pericolo pur di difendere la sua nuova amica.

Ancora di più, la protagonista è un’interprete straordinaria, come ben dimostra la scena della sua audizione, in cui incanta tutti con le sue doti fuori dal comune, ma che non può essere scelta per il ruolo solamente per un inganno ai suoi danni.

Così Diane crea un universo sotterraneo di potenti e infidi macchinatori, di disgustosi personaggi che, per motivi incomprensibili, impongono la scelta di un’attrice che il regista, Adam Kesher, nonostante le sue proteste, è costretto ad accettare.

Eppure questo non impedisce al suo personaggio di notare con interesse Betty, quasi come fosse destinata ad essere scelta…

Ricerca

Laura Harring in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

Rita deve ritrovare la sua identità.

Cercando con difficoltà di definirsi tramite gli elementi che la circondano – fra cui il poster da cui prende il nome – si muove continuamente a tentoni per prendersi uno spazio in un mondo dove davvero Betty sembra la sua unica ancora di salvezza.

Ma in un certo senso persino Rita è consapevole dell’inganno.

Così l’enigmatica scena dello spettacolo canoro, tutto cantato in playback, è in realtà un indizio per raccontare la falsità delle vicende raccontate, anzi lo stesso crollo della cantante è indice della condizione stessa del sogno che esiste nonostante la morte di Diane/Betty.

Sulla stessa china, la ricerca disperata di Diane, altro nome che rimbomba costantemente nella mente di Rita, è una naturale spinta per trovare la chiave per comprendere la trama, il cui fulcro è rappresentato proprio dal cadavere in putrefazione della donna.

E, allora, dov’è il reale?

Reale

Laura Harring in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

Il reale è il paradosso.

Il ritorno alla realtà è dettato dall’entrata nella scatola, che ci catapulta in un mondo ben diverso da quello a cui eravamo abituati finora: una Betty/Diane con un aspetto ed un comportamento aspro ed insostenibile, che non riesce ad accettare la fine della storia con Rita/Camilla.

Ed è ancora più doloroso assistere alla cruda realtà in cui Diane non è così meritevole da essere scelta né come interprete, né come compagna di vita, trovandosi anzi continuamente ad assistere al suo irrimediabile fallimento.

Naomi Watts in una scena di Mulholland Drive (2001) di David Lynch

E allora Diane non vuole semplicemente eliminare Rita, ma bensì rinchiuderla in una piccola scatola a cui solamente lei ha accesso, un piccolo mondo felice che conservi il sogno di una relazione che è ormai uscita dalla sua vita…

…tanto da togliersi la stessa per preservare un ricordo appagante, per quanto fittizio.

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2024 Avventura Comico Dramma romantico Drammatico Fantastico Film Musical Nuove Uscite Film Oscar 2025

Wicked – Il coraggio di essere un musical

Wicked (2024) di Jon M. Chu, più correttamente noto come Wicked: Parte I, è appunto la prima parte di una duologia tratta dall’omonimo musical.

A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 145 milioni di dollari – è già un successo commerciale: 455 milioni in tutto il mondo.

Candidature Oscar 2025 per Wicked (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore attrice protagonista per Cynthia Erivo
Miglior attrice non protagonista per Ariana Grande
Miglior montaggio
Migliore colonna sonora originale
Miglior scenografia
Migliori costumi
Miglior trucco e acconciatura
Migliori effetti visivi
Miglior sonoro

Di cosa parla Wicked?

La malvagia Strega dell’Ovest è sempre stata malvagia? O la storia è più complessa di come Il mago di Oz (1938) ci volesse far credere?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wicked?

In generale, sì.

Per quanto abbia indubbiamente apprezzato Wicked, mi rendo conto che non sia un prodotto per tutti i palati: nonostante la parte musicale sia a mio parere gestita ottimamente, integrata in maniera molto naturale nella storia…

…al contempo rimane un musical che inciampa in piccole forzature ed ingenuità narrative, con una parte cantata fondamentale all’interno della narrazione stessa, che comunque è riuscita a incantare persino una non amante del genere come me.

Insomma, se fossi in voi gli darei una possibilità.

Fine?

Ariana Grande in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

L’inizio di Wicked è tanto più importante…

…proprio perché arriviamo alla fine.

Ricollegandosi direttamente al classico del 1938, l’attacco del film racconta la conclusione più classica della storia: la malvagia Strega dell’Ovest è stata uccisa e finalmente il regno può vivere in pace sotto le amorevoli cure della Strega dell’Est.

Ma, nonostante la gioia si diffonda in tutto il reame, nonostante la storia dominante si presenti con ben poche sfumature, una domanda dal pubblico diventa fondamentale per raccontare la vera storia dell’antagonista.

Ed è fondamentale avere già in mente il punto di arrivo sia per una dinamica molto classica del creare curiosità nella mente dello spettatore – che vuole ora scoprire come si è arrivati ad un finale tanto cruento…

…sia perché è necessario per il film giungere a conclusioni simili alla trama originale, ma con delle premesse ed un racconto ben diverso, che porti in scena le diverse sfumature di una storia altrimenti molto semplice e favolistica.

Ed è sempre su questi toni che si sviluppa anche il personaggio di Elphaba.

Mostro

Cynthia Erivo in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

Elphaba è un mostro.

E non viene mai messo in dubbio.

La sua nascita avviene sotto il segno dell’inganno, da un tradimento ed un sorso di troppo, così che la bambina sia fin da subito posta ai margini, nascosta, continuamente maltrattata solamente per il suo aspetto – e per i pregiudizi che ne conseguono.

Un odio che ci accompagna fino all’arrivo all’università della sorella, in cui Ephalba si dimostra ben poco propensa a lasciarsi ulteriormente maltrattare, anticipando le battute che le verranno rivolte, e subendo irremovibile gli sguardi di disgusto dei presenti.

E proprio in questo frangente il film mostra le sue carte.

Da una parte, una certa debolezza narrativa: la scelta della protagonista come pupilla da parte Madame Morrible avviene davvero in un battito di ciglia, mentre poteva essere meglio costruita ed approfondita – nonostante le premesse ci fossero assolutamente tutte.

Dall’altra, un ottimo uso dell’elemento musicale: come poteva essere un patchwork di momenti musical, Wicked utilizza le canzoni per dare particolare enfasi ai pensieri e ai discorsi dei personaggi, tramite climax ben controllati che rendono più naturale il passaggio dal parlato al cantato.

In questo caso, Ephalba canta il suo sogno.

Ma non è l’unica ad averne uno…

Influenza

Ariana Grande in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

Glinda è figlia del suo tempo.

Un personaggio che potrebbe sembrare la classica Regina George, ma che in realtà fin da subito si dimostra il prodotto della cultura che l’ha cresciuta con l’idea di essere la migliore, la più bella e, soprattutto, la più meritevole…

…come viene confermato anche dagli altri personaggi che la circondano e che vivono di luce riflessa.

Ariana Grande in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

Proprio su questa china Glinda continua a raccontarsi e riraccontarsi come personaggio di buon cuore, che concede alla sua compagna di stanza persino un angolino per vivere, e che per la sua bontà viene costantemente elevata…

…persino quando mette in mostra i suoi tratti apertamente manipolatori, particolarmente quando induce l’ingenuo Boq ad invitare Nessarose, la sorella di Glinda, alla festa segreta.

E la sua evoluzione si riflette molto bene anche nella sua controparte, Fiyero.

Risveglio

Ariana Grande in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

Glinda e Fiyero vivono un risveglio simile.

La presa di consapevolezza di entrambe queste figure di privilegiati, fino a quel momento ciechi davanti alla complessa realtà che li circonda, passa attraverso la visione di ingiustizie a cui, nonostante il loro passato, non riescono ad essere indifferenti.

Il percorso finora più completo è sicuramente quello di Glinda, che assiste ad una cattiveria che non può veramente sopportare, quando, in risposta alle ulteriori prese in giro dei suoi compagni, Ephelba improvvisa uno strano ballo in cui mette ancora più in mostra la sua stranezza.

Ariana Grande e Cynthia Erivo in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

E così unirsi a lei in questo momento è solo il primo passo per fare davvero qualcosa di altruista, e ha il suo apice nell’iconica Popular, – canzone che non cambia di fatto niente, se non aiutare la sua nuova amica ad essere un po’ più sicura di sé stessa e protetta dalle angherie altrui.

Ma non è un cambiamento del tutto positivo: rimane un’amarezza di fondo nell’assistere al cambio di passo degli altri personaggi solo per l’intervento benefico di Glinda nei confronti di Elphaba – la stessa, che fino ad un attimo prima era vittima di cattiverie del tutto gratuite…

Risveglio

Il cambiamento di Fiyero percorre invece altre strade.

Il ragazzo è fin da subito mostrato come l’alter ego di Glinda, forse pure più ingenuo nel bearsi della sua condizione, e anche di più nel non trovare alcun ribrezzo figura di Ephelba, ma anzi accettarla con amicizia e curiosità fin da subito.

La sua consapevolezza avviene davanti alla messa al bando del Dottor Dillamond e al cucciolo in gabbia portato a lezione, che Fiyero coglie la prima occasione per liberare, capendo, pur non avendo lo stesso background di Ephelba, di non poter accettare questa ingiustizia.

Ma la sua maturazione sta ancora muovendo i primi passi quando ci lasciamo alle spalle Shiz per avviarci verso la Città di Smeraldo, quando finalmente Glinda fa il primo passo indietro lasciando spazio a Ephelba per avere il suo meritato successo.

E a questo punto vale la pena di aprire una parentesi sulla trama politica.

Contorno

La trama politica di Wicked è quasi un contorno.

Per quanto sia fondamentale – e lo diventerà ancora di più probabilmente nella seconda parte – le viene concesso ben poco spazio, anzi è ridotta proprio agli elementi essenziali, svelando solo parte della macchinazione da parte del Mago di Oz.

Lo stesso Mago è raccontato fin da subito come un affabulatore, e neanche particolarmente scaltro, che, per dinamiche ancora tutte da chiarire – e che speriamo siano chiarire nella seconda parte – è riuscito a prendere posto a capo del regno, nonostante non abbia alcuna capacità magica.

E tornando proprio sull’argomento della debolezza narrativa, non si può dire che sia del tutto centrato il totale cambio di passo del Mago quanto di Madame Morrible, affrontato con fin troppa leggerezza, per quanto sia svelato nei suoi tratti essenziali.

E allora è il momento di ribellarsi.

Ribellione

Cynthia Erivo in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

La ribellione di Ephelba è il punto di arrivo naturale del suo personaggio.

Vivendo tutta la vita sotto l’egida della discriminazione e dell’isolamento sociale, le sta tanto più stretto il ruolo di simbolo di un sistema che vive dell’oppressione degli ultimi, che entrambi i villain avevano fin da subito preparato per lei.

Per questo la sua rivolta è tanto più importante in quanto racconta una riappropriazione di simboli più o meno imposti – il cappello, il mantello e, soprattutto, la pelle verde – tutti caricati di un valore negativo solo perché ormai propri della sua persona.

Cynthia Erivo in una scena di Wicked (2024) di Jon M. Chu

E se Ephelba non vuole più far parte di un sistema che la ribalta a suo piacimento, Glinda ne rimane succube, anche se con una consapevolezza aggiuntiva: la futura Strega dell’Est, per quanto finalmente realizzi il suo sogno di essere effettivamente una figura importante del panorama politico di Oz…

… è anche internamente consapevole di essere nient’altro che una pedina scelta per convenienza a fronte del voltafaccia della sua amica, verso cui si rivolge con poche parole estremamente significative per la definizione del loro rapporto:

Spero tu sia felice.

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Strade perdute – Il fulcro

Strade perdute (1997) è uno dei film più tipicamente lynchiani della carriera di Lynch, nonché uno dei più iconici della sua produzione.

A fronte di un budget piccolino – 15 milioni di dollari – è stato un disastro commerciale: appena 3 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Strade perdute?

Fred è un musicista jazz che vive insieme alla moglie Renée, di cui sospetta un tradimento. E farebbe di tutto per averla con sé…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Strade perdute?

Bill Pullman in una scena di Strade Perdute (1997) di David Lynch

Assolutamente sì.

A differenza di Velluto blu (1986), Strade perdute si presenta fin da subito come una pellicola estremamente enigmatica, sostanzialmente impossibile da decifrare, ma che lascia tutto lo spazio allo spettatore per lasciarsi leggere a suo piacimento.

Insomma, se vi appassiona il cinema di Lynch e la continua sfida allo spettatore nel far correre libera la fantasia e l’interpretazione, nell’ultima opera lynchiana del secolo scorso troverete pane per i vostri denti. 

Presagio

Bill Pullman in una scena di Strade Perdute (1997) di David Lynch

Fred è tormentato da presagi imperscrutabili.

Proprio come in Velluto blu, sembra esserci una trama nascosta che il protagonista non riesce ad afferrare, e che ha il suo fulcro proprio dalla morte annunciata di Dick Laurent, che sul momento sembra senza significato, ma che è un indizio che Fred lascia a sé stesso.

Bill Pullman e Patricia Arquette in una scena di Strade Perdute (1997) di David Lynch

Infatti il protagonista è vittima della sua stessa ottusità, della sua assoluta convinzione nel voler vivere la propria vita, i propri ricordi, dal suo inaffidabile punto di vista, che è costantemente contrastato proprio tramite l’elemento che il Fred più odia:

la pellicola.

Mente

L'Uomo Misterioso in una scena di Strade Perdute (1997) di David Lynch

I ricordi di Fred sono imposti.

Tutta la dinamica delle videocassette è essenziale per raccontare una memoria molto selettiva da parte del protagonista, che conserva solamente parte della realtà e lascia che tutto il resto venga inghiottito dalla angosciante oscurità che infesta la sua casa – e, per estensione, la sua mente.

L’abitazione di Fred è infatti facilmente interpretabile come rappresentazione della sua stessa mente, della sua interiorità in cui rinchiude se stesso e la sua fascinosa moglie, per essere gradualmente penetrato da una presenza oscura e incomprensibile: l’Uomo Misterioso.

Una figura che si fa gradualmente strada nell’abitazione, prima intromettendosi con una visione oggettiva e chiara dell’esterno, per poi cominciare ad introdursi per svelare il cuore della stessa, il vero segreto che si nasconde al suo interno.

Ovvero, l’amore geloso, ossessivo e, infine, violento verso Renée.

Ma la moglie è solo un pretesto.

Dialogo

Fred vuole dialogare con sé stesso.

Ormai imprigionato nella claustrofobica realtà della sua condizione – e casa – tramite Pete il protagonista costringe se stesso ad abbandonare la sicurezza della sua dimora, a cominciare a vederla dall’esterno, a svelarne le dinamiche che, anche in condizioni diverse, si ripeteranno sempre uguali. 

Un’esperienza che viaggia in due direzioni: prima la visione costretta dall’omicidio di Renée, che racconta la natura instabile e frustata del protagonista, poi la rinascita tramite l’alter-ego, che lo porta nella medesima condizione relazionale iniziale, ma ancora più complicata.

Di fatto Pere vuole la stessa donna di prima, ma è minacciato dalla sua futura vittima, Dick Laurent, un boss del crimine che non ha nessuna remora a dimostrare la sua spropositata violenza sul primo malcapitato che gli ha tagliato la strada.

Ma questo non impedisce a Pete di instaurare una relazione proibita e pericolosa con la nuova – e vecchia – donna del desiderio, progettando persino una fuga d’amore per ricominciare davvero la propria vita altrove.

Ed è proprio in questo frangente che è possibile dare un’interpretazione del film.

Ricordo

Come ogni film di Lynch che si rispetti, anche Strade Perdute presenta un forte uso dell’elemento onirico.

Di fatto Pete/Fred vive all’interno della realtà non-reale, quella del sogno, quella dei presagi e delle verità nascoste, in cui gli eventi da conservare sono custoditi gelosamente nella sua mente, mentre tutto il resto – il vero reale – è lasciato fuori.

Ma è impossibile che la realtà vera non venga a bussare alla porta e a mostrarsi in tutta la sua crudeltà, forzando il protagonista ad accettare degli eventi – l’incidente in auto e l’omicidio di Renée, ma anche i film porno della moglie – che ha scelto di non ricordare, ma che sono per sempre impressi sulla pellicola.

Per questo infine il protagonista cade in un paradosso, in cui si trova dall’altra parte, in cui diventa l’amante di un fidanzato geloso, e in ogni caso non riesce ad ottenere il suo oggetto del desiderio, arrivando per questo ad uccidere l’altro se stesso – Dick Laurent.

E così è infine bloccato in una trappola personale senza via d’uscita, senza via di salvezza, in cui può solamente continuare a cambiare faccia in preda a crisi distruttive e deliranti, ma senza mai riuscire a mutare effettivamente nulla della sua esistenza.

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La stanza accanto – L’ombra viva

La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, è un film drammatico con protagoniste Tilda Swinton e Julianne Moore.

A fronte di un budget veramente minuscolo – circa 5 milioni di dollari – forte anche della sua vittoria al Festival di Venezia, potrebbe rivelarsi un buon successo commerciale.

Di cosa parla La stanza accanto?

Ingrid e Martha sono due vecchie amiche che si ritrovano in una situazione non semplice da affrontare: il tumore. Ma Ingrid non è persona da arrendersi così facilmente…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La stanza accanto?

Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

Assolutamente sì.

È stato davvero sorprendente assistere ad un autore ormai con diversi anni sulle spalle come Almodóvar riuscire, al pari di Scorsese in Killers of the Flower Moon (2023), a raccontare con così tanta lucidità un tema così importante e contemporaneo.

Infatti il cineasta spagnolo riesce a portare in scena la morte non più, come spesso accade, come un passaggio esclusivamente tragico e distruttivo, ma bensì come un’occasione di autodeterminazione, di dignità e, paradossalmente, di rinascita.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Improvvisa

Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

Il primo atto basta per raccontare perfettamente il personaggio di Martha.

Per esorcizzare la sua profonda fobia – la morte, e, soprattutto, la morte improvvisa – la protagonista riversa i suoi timori in un’opera che, al pari del film stesso, diventa un dialogo intergenerazionale – come ben racconta il breve scambio con la ragazza al firmacopie.

Julianne Moore e John Turturro in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

E il suo desiderio di allontanare la morte da sé stessa è tanto più evidente con il primo incontro con Ingrid, quando la donna insiste più volte sulla possibilità, anzi la certezza di una cura, di un lieto fine a tutti i costi.

Ma le protagoniste di La stanza accanto sono divise da una distanza incolmabile.

Futuro

Ingrid e Martha vivono due tempi diversi.

Martha è vestita di colori forti e importanti, si riempie la bocca di prospettive future, di libri ancora da scrivere, di storie ancora da raccontare, di un corpo da curare, di un inquantificabile tempo ancora da vivere.

Una tendenza che si può trovare anche nello scontro con il pessimismo con Damian, che ribadisce più volte la sua disillusione verso un presente – ed un futuro – sempre più catastrofico, a cui la protagonista ribatte con il suo attaccamento alla vita e al poco rimasto in cui sperare.

Tilda Swinton in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

Al contrario, Ingrid vive nei suoi ricordi, nel suo glorioso passato, ad una serie di suggestioni che hanno definito la sua intera esistenza, costantemente ribadite come ultimo baluardo a cui aggrapparsi… 

…davanti ad un presente che sembra sempre più sgretolarsi, davanti ad un corpo che non le risponde le più, come se fosse già pronto a morire, come ben riassume una battuta piuttosto angosciante quanto rappresentativa della sua condizione:

I am reduced to a very little of myself.

Ormai sono solo un’ombra di me stessa.

Avventura

Tilda Swinton e Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

La morte è un’avventura che Ingrid non può vivere da sola.

Nonostante infatti sembri così sicura della sua scelta, così convinta nel suo nichilismo, nel suo voler lasciarsi ormai alle spalle la bellezza di una vita tutto sommato soddisfacente, percependosi come un fantasma in un presente che ormai sembra solo infestare…

…la protagonista custodisce dentro di sé il terrore primordiale di morire da sola, ma anche di non riuscire a morire, ma di rimanere bloccata in questo limbo infernale in cui è costretta alla vita.

Tilda Swinton e Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

E non era scontato che Almodovar riuscisse ad evadere la narrazione a suo modo più confortante di una morte tragica, lacrimosa e squalificante, non riducendola ad un momento di chiusura, di colpa, ma bensì di rinascita.

Infatti infine Ingrid sceglie di morire da sola, ma non nascosta nella vergogna della sua camera, dietro la definitività della porta chiusa, ma bensì immersa nella piacevolezza della luce del sole, vestita di colori caldi, ancora piena di vita, diventando un tutt’uno con l’universo.

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Avventura David Lynch Dramma romantico Drammatico Film Giallo Grottesco Surreale Thriller

Velluto Blu – La trama nascosta

Velluto Blu (1986) segnò il ritorno di David Lynch, dopo due film più hollywoodiani Elephant man (1980) e, soprattutto, Dune (1984) – ai fasti della sua opera prima.

A fronte di un budget piccolissimo – 6 milioni di dollari, circa 18 oggi – è stato un discreto insuccesso commerciale: 8,5 milioni in tutto il mondo (circa 24 oggi).

Di cosa parla Velluto blu?

Per una pura casualità, la vita del giovane Jeffrey si intreccia con le turbolente vicende della enigmatica Dorothy Vallens e del suo aguzzino, Frank Booth.

O, almeno, questo è quello che sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Velluto blu?

David Lynch e Isabella Rossellini sul set di Velluto Blu (1986) di David Lynch

Assolutamente sì.

Con Velluto blu Lynch è riuscito nuovamente a sorprendermi, anche se questa volta in maniera meno plateale: un thriller con una trama apparentemente lineare, in realtà disseminato di piccoli indizi che raccontano una storia ben diversa.

Infatti, se avrete voglia davvero di ascoltare la pellicola, rimarrete rapiti dall’enigmatico simbolismo sotterraneo, che, come ogni film di Lynch che si rispetti, non vuole veramente farsi capire, ma piuttosto lasciar libera la fantasia e l’interpretazione dello spettatore.

Insomma, non potete perdervelo.

MacGuffin

L’inizio di Velluto blu è un classico McGuffin…

…oppure no?

Il malore del padre del protagonista sembra davvero pretestuoso, tanta è la velocità con cui questo personaggio esce ed entra di scena, diventando semplicemente l’occasione per dare modo a Jeffrey di trovare l’orecchio tranciato e scoprire di Dorothy.

L'orecchio di Velluto Blu (1986) di David Lynch

E questa sensazione pervade anche il resto del primo atto, in cui personaggi utili alla prosecuzione della storia sembrano apparire molto convenientemente per dare al protagonista tutti i motivi e i mezzi per avvicinarsi alla misteriosa cantante.

Altrettanto conveniente è l’ottenimento della chiave, per chi basta una banalissima scusa per introdursi nella casa di Dorothy, riuscendo nel frattempo già a mettere insieme i primi pezzi del puzzle con la breve comparsa di Frank.

E quindi…

Specchio

Kyle MacLachlan nascosto nell'armadio in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

L’aggressione di Jeffrey è un grottesco specchio.

Sorpreso a nascondersi nell’armadio della donna, sembra inizialmente Dorothy lo voglia umiliare, cominciando poi in realtà a sedurlo, a condurlo al suo letto, pur intimandolo ogni volta di non guardarla, come se volesse vivere all’interno di una fantasia di cui non fa veramente parte.

Una scena apparentemente incomprensibile, in realtà più chiara assistendo alle dinamiche che si susseguono in scena con l’arrivo di Frank e la sua grottesca violenza nei confronti di Dorothy, basata su un contrasto piuttosto curioso fra i protagonisti della scena.

Isabella Rossellini e Dennis Hopper in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

Da una parte Frank, il classico, odioso villain, che sembra spremere le sue ultime forze vitali – come testimonia il respiratore di cui fa spesso uso – e che vuole essere considerato come un bambino, che richiede le attenzioni materne, in una sorta di rituale.

E così Dorothy, a cui è stata negata la vita familiare con il rapimento del figlio e del marito, è invece costretta a tornare nel ruolo materno, e a sopportare tutti i capricci del suo aguzzino – che, fra l’altro, non vuole essere visto in queste particolari vesti.

Ma in questo delizioso delirio onirico, ci sono due elementi che possono aiutarci a comprendere cosa davvero Lynch ci vuole raccontare.

Fantasma

Don e Donnie sono due figure evanescenti.

Come l’uno non compare mai in scena, ma rimane vincolato dietro ad una porta, per sempre nascosto dalla vista di Jeffrey – e dalla nostra – il secondo appare unicamente sul finale, come fantoccio ormai senza vita che racconta l’ultimo atto della furia omicida di Frank.

Ma proprio questa loro fumosa presenza potrebbe favorire anzitutto l’interpretazione onirica, ma soprattutto far ipotizzare che in realtà Don, Donnie e Jeffrey siano di fatto la stessa persona, la stessa figura positiva che il protagonista spalma su più personaggi con cui non condivide mai la scena.

Isabella Rossellini e Kyle MacLachlan in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

Un’idea confermata sia dal fatto che ad un certo punto è proprio Dorothy a chiamare il suo giovane amante con il nome del figlio, sia dal fatto che nella stessa scena la donna lo implora di tenerla prima che crolli in questa oscurità ripetutamente evocata:

Now it’s dark…

E ora le tenebre…

Frasi apparentemente senza significato, ma che ben si incastrano con un altro elemento significativo del film.

L’orecchio.

Orecchio

Isabella Rossellini, Kyle MacLachlan  e Laura Dern in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

L’orecchio è la chiave della storia.

Proprio nella sua funzione di far entrare Jeffrey nella vita di Dorothy, con il suo eloquente avvicinamento nel cavo uditivo, la regia ci suggerisce come se il protagonista penetrasse in una realtà sotterranea, oscura, di cui non ha veramente il controllo, ma di cui vuole disperatamente essere l’eroe.

Lo stesso orecchio è richiamato nel finale del film, ma questa volta è un orecchio vivo e parte del protagonista che si gode una giornata luminosa disteso nel giardino di casa, dove sembrano essersi raggruppati tutti i personaggi, ormai estranei ad ogni pensiero negativo e immersi in un sogno primaverile.

Così il simbolismo dell’orecchio è ribaltato con l’arrivo della rondine, che porta in bocca proprio un insettaccio nero, simile alle formiche che apprestavano l’entrata del mondo segreto che Jeffrey ormai sembra aver abbandonato, confermando la profezia che la stessa Sandy.

Ci troviamo quindi forse fra due mondi, entrambi onirici e misteriosi, fatti di simboli e precisi rituali, nessuno dei due veramente concreto se non all’interno dei limiti dell’immaginazione di Jeffrey, che, proprio come un sogno, riesce a ricollegare solo debolmente le figure in scena…

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L’uomo che non c’era – Una realtà frammentata

L’uomo che non c’era (2001) di Joel e Ethan Coen è un film neo-noir con protagonista Billy Bob Thornton.

A fronte di un budget di circa 20 milioni di dollari, è stato un terrificante flop commerciale, non riuscendo neanche a coprire le spese di produzione.

Di cosa parla L’uomo che non c’era?

Ed è un barbiere totalmente alienato dalla vita e, soprattutto, dal suo matrimonio. E infatti è l’ultima persona che accuseresti di omicidio…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere L’uomo che non c’era?

Billy Bob Thornton in una scena di L'uomo che non c'era (2001) di Joel e Ethan Coen

In generale, sì.

Con L’uomo che non c’era i fratelli Coen si trovano in una fase in cui la loro produzione, nonostante conservi indubbiamente un grande fascino registico ed un’innegabile verve narrativa, sembra che non riesca davvero a centrare il punto.

Infatti, pur con un utilizzo molto abile del bianco e nero, e con un attore protagonista così azzeccato e in parte, la storia della pellicola mi è parsa non arrivare effettivamente da nessuna parte, ma piuttosto di vivere di suggestioni non adeguatamente esplorate.

Ma dategli comunque un’occasione.

Vuoto

Billy Bob Thornton in una scena di L'uomo che non c'era (2001) di Joel e Ethan Coen

Ed è alienato.

Immerso in un inarrestabile flusso di coscienza, il protagonista vive la sua vita non come l’attore principale, ma come un mero spettatore, che lascia che gli eventi si susseguano davanti ai suoi occhi senza voler intervenire.

In particolare, del tutto consapevole del tradimento in atto della moglie, sceglie con malcelato nichilismo di lasciarlo esistere al di là dei suoi occhi, preferendo meditare sulla insensatezza del suo stesso matrimonio fin dalle sue inconsistenti origini.

E, allora, cosa serve per farlo smuovere?

Piena

Billy Bob Thornton in una scena di L'uomo che non c'era (2001) di Joel e Ethan Coen

Ed non è in controllo della propria vita.

Diventando per la prima volta agente attivo della sua sorte, si lascia facilmente coinvolgere nella banale proposta truffaldina di Creighton Tolliver, nonostante tutti gli indizi in scena bastino per mettere insieme il quadro dell’inganno in atto.

Ma è solo la miccia.

Solo marginalmente turbato dalla possibilità di essere scoperto come mandante del ricatto ai danni dell’amante della moglie, il protagonista si incastra involontariamente in una rete criminale che era sempre stata sotto i suoi occhi.

E allora non può fare altro che difendersi.

Ma neanche così può raccontare la sua storia.

Riscrivere

Billy Bob Thornton in una scena di L'uomo che non c'era (2001) di Joel e Ethan Coen

La vita di Ed è scritta da altri.

Per quanto il protagonista cerchi infatti di prendere posto in scena, nonostante confessi esplicitamente il suo crimine, non vi è mai spazio per lui: la sua è una versione come tante altre, anzi è forse della meno interessante e credibile.

Infatti il vero burattinaio è proprio il malizioso avvocato Riedenschneider, pronto in ogni momento ad afferrare, deformare e riscrivere gli eventi a proprio piacimento, mentre gli altri personaggi sono marionette prive di volontà.

E proprio come un fantoccio Ed vive la sua vita, diventando colpevole dell’omicidio sbagliato, potendo vivere la sua verità solamente all’interno del mondo della finzione, e infine accettando l’uscita di scena da una vita che non ha mai veramente vissuto.

E forse dall’altra parte avrà più fortuna…