L’isola dei cani (2018) è la seconda avventura animata in stop-motiondi Wes Anderson, dopo l’ottimo Fantastic Mr. Fox(2009).
A fronte di un budget abbastanza contenuto – 35 milioni di dollari – fu un discreto flop commerciale, con appena 64 milioni di incasso.
Di cosa parla L’isola dei cani?
Giappone, 1938. A fronte di un’epidemia di influenza canina, il perfido sindaco di Megasaki ordina di mettere tutti i cani in quarantena su un’isola di rifiuti.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere L’isola dei cani?
Assolutamente sì.
Dopo aver ampiamente apprezzato Fantastic Mr. Fox, ero sicura che avrei altrettanto gradito la visione del delizioso L’isola dei cani, in cui si trova tutto il meglio dello stile e della filmografia di Wes Anderson: una storia che gioca fra la favola e il grottesco…
…in una sorta di thriller politico impreziosito da splendide scelte estetiche e di scrittura, per un film incredibilmente trasversale, che raggiunge il pubblico più giovane per la dinamica favolistica, ma che riesce anche ad incontrare un’audience più adulta.
Insomma, da non perdere.
Guerra
L’incipit de L’isola dei cani è uno dei miei momenti preferiti.
Riprendendo la tradizione nipponica della divisione in ere, si racconta una storia dal sapore quasi eroico, che funge sia da prologo, sia in qualche modo da foreshadowing della vicenda stessa – il piccolo samurai è sostanzialmente Atari, e così tutta la situazione di conflitto del passato è assai simile alle vicende raccontate dalla pellicola.
Tuttavia, il presente non è più consolante.
Anche se non è subito esplicitamente detto, appare chiaro come l’influenza canina non sia altro che una pallida scusa per liberarsi della tanto odiata popolazione canina, cominciando proprio colpendo al cuore del sindaco – e, come scopriremo poi, del suo figlio adottivo – esiliando il povero Spots.
Selvaggio
L’isola dei cani è un luogo selvaggio.
E Chief si sente a casa.
Fin da subito il protagonista respinge ogni tipo di contatto con l’umano invasore, ponendosi in una posizione di distanza dagli altri cani, accomunato da un’origine più o meno borghese, da un padrone a cui sentono di appartenere e da cui vorrebbero tornare…
…mentre Chief si è lasciato definire dal quel mondo che l’ha schiacciato ed isolato, rivendicano quella vergogna sociale – essere un randagio senza padrone – come invece un motivo di vanto, nonostante la grande tristezza che accompagna il doloroso racconto del suo passato.
Per questo, il viaggio con Atari è il suo più grande ostacolo.
Equilibrio
In L’isola dei caniWes Anderson è (ancora) in stato di grazia.
Questa pellicola rappresenta dal mio punto di vista l’ultimo momento prima di una caduta di stile nella totale autoreferenzialità nei successivi The French Dispatch (2021) e Asteroid city (2023), in cui ancora Anderson riesce a giocare molto bene fra i due poli opposti della sua estetica.
Da una parte, un’estetica ricca e minuziosa, basata su una perfetta simmetria e su tinte pastello, che accompagnano anche un taglio narrativo che per la maggior parte abbraccia toni favolistici ed idilliaci…
… dall’altra, inserti più dark, che spaziano dal grottesco al crudo realismo – come la gabbia con dentro le ossa del presunto Spots – fino all’effettivo thriller politico con tinte quasi hitchcockiane.
Un equilibrio, insomma, che ricorda molto da vicino l’appena precedente Grand Budapest Hotel(2016).
Rinascita
La rinascita di Chief, paradossalmente, passa per Atari.
Diventati improvvisamente compagni di viaggio, inizialmente il protagonista si dimostra piuttosto ostile all’idea di accompagnare questo giovane ragazzo – come d’altronde prima si era persino rifiutato di lasciarsi medicare da lui.
Così ne segue un apparente distacco definitivo…
…che si conclude invece positivamente ad un ritorno di Chief sui suoi passi, lasciandosi progressivamente sempre più adottare da Atari, il cui rapporto raggiunge il suo apice grazie al bagnetto: un momento che sembra solo un piccolo quadretto intimo fra i due…
…ma che in realtà definisce la rinascita del protagonista: proprio come Richie in The Royal Tenenbaums (2001), anche Chief, liberandosi della sporcizia che l’aveva definito come un aggressivo randagio, si riscopre in una nuova veste.
Lieto fine
Il finale de L’isola dei cani è un altro esempio di ottimo equilibrio.
Tutta la dinamica politica alterna toni molto diversi: da una parte è effettivamente una storia piuttosto sanguinosa, in cui una sorta di governo ombrasceglie da dietro le quinte le sorti del Giappone e, soprattutto, della sua popolazione canina.
Per questo non mancano tutti gli elementi tipici di un thriller fantascientifico: un’epidemia controllata, un’isola prigione, nemici politici misteriosamente tolti di scena per degli apparenti suicidi inspiegabili…
Eppure, tutta la vicenda è veramente a misura di bambino: accogliendo dei toni propri del cinema per ragazzi, la pellicola racconta la tipica storia di un gruppo di giovanissimi che comprende la vera portata della macchinazione in atto prima degli adulti stessi.
Proprio per questo il finale è quasi un lieto fine, in cui i ragazzini che tanto adorano i loro cani si sostituiscono ai più aspri adulti che li volevano eliminare, creando delle leggi anche fin troppo dure per punire chiunque si permetta di mettere le mani sui loro amati compagni di vita.
Walter Mitty è un impiegato di una rivista di fotogiornalismo, ed ha una particolarità: sognare costantemente ad occhi aperti.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di guardare I sogni segreti di Walter Mitty?
Assolutamente sì.
Ma arrivateci preparati.
Dopo aver conquistato il pubblico prima con Zoolander (2001) e poi con Tropic Thunder (2008), I sogni segreti di Walter Mitty rappresentò la svolta di Ben Stiller come regista verso il genere drammatico – e questa idea potrebbe lasciarvi spiazzati.
Tuttavia, se accoglierete benevolente questa sua nuova narrativa, ne potrete rimanere facilmente incantati: Stiller gioca molto con il genere drammatico, riuscendo a portare in scena una storia apparentemente molto prevedibile, arricchendola invece con un taglio molto credibile e coi piedi per terra.
Insomma, da non perdere.
Sogno
Mitty è un sognatore…
…in un mondo ostile.
Non riuscendo neanche a chiedere un appuntamento alla donna dei suoi sogni, trovandosi nel mezzo di un ridimensionamento totale dell’azienda per cui ha dato la vita, Mitty si trova bloccato in un drammatico limbo...
…che può sfuggire solo tramite il sogno.
Un sogno che non rappresenta necessariamente una rivincita, ma più in generale uno scenario in cui, finalmente, il suo personaggio diventa estremamente attivo, in cui è finalmente il protagonista, l’eroe improbabile di una vita su cui, invece, non sembra di avere alcun controllo.
Eppure, nel mondo reale sembra destinato a rimanere solo sullo sfondo.
Sfondo
Mitty vive nelle retrovie.
Nonostante svolga un lavoro di primaria importanza, senza il quale la stessa rivista non sarebbe possibile, la sua figura è profondamente sottovalutata, considerata niente più che uno strumento per finalizzare la chiusura dell’azienda.
Anzi, Mitty è considerato proprio uno strambo, uno sfogo per i suoi colleghi quanto per Ted Hendricks, che lo deride a più riprese per il suo essere sempre sulle nuvole – al contempo, lasciandosi in più momenti gabbare da Mitty in maniera sempre più improbabile.
Per questo, l’intervento di Sean è fondamentale per più motivi.
Anzitutto, perché permette a Mitty finalmente di relazionarsi faccia a faccia con Cheryl, intrecciando una relazione che, se nel suo sogno poteva sbocciare solo se il protagonista avesse assunto sembianze altre, in realtà riesce a concretizzarsi grazie al progressivo apprezzamento della donna per le doti nascoste di Mitty.
Allo stesso modo, il mistero della foto è la scusa per Mitty per – finalmente! – partire per quell’avventura che finora aveva solamente sognato, che sembra costantemente metterlo alla prova, al contempo concretizzando delle fantasie che sulla carta parevano improbabili.
E proprio qui sta il gioco del film.
Sogno…
Per il primo atto, I sogni segreti di Walter Mitty ci abitua ad un’improvvisa escalation dei sogni del protagonista, che partono da situazioni in generale credibili, per poi andarsi a perdere in dinamiche sempre più improbabili – e proprie dei peggiori B-movie.
Proprio per questo, la sua partenza improvvisa alla caccia della foto impossibile sembra l’inizio di una di queste fantasie, anche per via dell’intrusione di elementi di familiarità che sembrano propri del sogno – la torta della madre, il ristorante dell’infanzia…
…ma anche di dinamiche spiccatamente fantasiose – come la serenata di Cheryl che convince Mitty a salire sull’aereo – che potrebbero persino fare credere allo spettatore di trovarsi in una sorta di fantasia nella fantasia di inceptioniana memoria – ma che invece si frantumano davanti agli innegabili elementi di realtà.
Infatti, proprio qui è la chiave di lettura fondamentale del film.
…e realtà
L’avventura di Mitty è costantemente riportata con i piedi per terra.
In questa apparentemente fantasia, vengono a più riprese inseriti elementi di disturbo, che suggeriscono sempre più insistentemente che l’avventura è (quasi) del tutto reale: così Mitty cade dalla bicicletta rubata, viene attaccato da uno squalo e sbaglia totalmente il salto dall’elicottero.
Si crea così un’indimenticabile alternanza di toni e di dinamiche, in cui progressivamente la fantasia di Mitty si spegne perché, in qualche modo, non più necessaria: l’avventura della vita reale, finalmente, diventa appagante e concreta.
E proprio in questa dinamica si trova una particolare finezza di scrittura.
Stiller sceglie consapevolmente di non caricare il film di momenti eclatanti, non volendo rendere i momenti chiave della pellicola smaccatamente a favore dell’emozione facile del pubblico, ma, al contrario, li vuole raccontare come altrettanto importanti e preziosi proprio grazie alla lezione fondamentale di Sean.
Una figura tanto eroica che racconta come l’emozione più raccolta, vissuta senza un filtro nel mezzo, sia ancora più folgorante…
…e che, più di tutti i suoi soggetti della sua incredibile carriera, il suo preferito è sempre stato questo piccolo e timido sognatore che viveva dietro le quinte, che si riscopre infine protagonista di una realtà che sembrava averlo lasciato indietro.
Riley è una ragazzina di 11 anni con una vita molto felice. Eppure qualcosa di strano sta succedendo nella sua testa…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Inside out?
Assolutamente sì.
Inside out è uno dei migliori prodotti Pixar usciti dopo la piccola parentesi di produzioni meno indovinate fra il 2011 e il 2013, tornando ai grandi fasti dei primi, indimenticabili film, portando in scena un piccolo cult molto popolare ancora oggi.
E, soprattutto, la pellicola riesce nell’equilibrare la narrazione per renderla accessibile ad un pubblico infantile – in particolare, con i vari accenni comici – ma ampliando la platea per raccontare una storia incredibilmente trasversale.
Origine
All’inizio c’era solo Gioia.
Il suo personaggio rappresenta l’emozione dominante fin dall’inizio della storia, che combatte e tiene a bada gli altri sentimenti, che appaiono per lo più negativi ed incontrollabili – e che, per questo, necessitano di una guida che sappia mettere un freno ai loro slanci.
In particolare, Tristezza viene costantemente messa da parte, considerata un’influenza unicamente negativa che deve il più possibile essere tenuta fuori dal bilancio giornaliero di Riley e dalla sua vita idilliaca.
Eppure, proprio qui sta il problema.
La ragazzina ha una personalità piacevole e frizzante, derivata dai suoi Ricordi Base, esclusivamente gioiosi, e non ha sostanzialmente nulla di cui lamentarsi: una famiglia accogliente e supportiva, amicizie fraterne e solide, una vita sostanzialmente felice…
…che in un attimo viene stravolta da un brusco cambio di scenario, in cui Riley tenta con tutte le sue forze di vedere il lato positivo, ma che, fra il dormire in una stanza spoglia, la pizza con gli odiati broccoli e l’ansia per la nuova scuola, sembra davvero impossibile.
Ma Riley è costretta ad essere felice.
Deriva
Quando Gioia sembra ormai costretta a farsi da parte in una giornata disastrosa, la madre interviene in un modo apparentemente molto positivo, in realtà assolutamente disastroso per il benessere emotivo della protagonista:
si congratula con lei per riuscire ad essere felice, nonostante tutto.
Così Riley si trova sostanzialmente costretta a nascondere le sue vere e complesse emozioni, e, appena messa al centro dell’attenzione con una delle sue più grandi paure – essere chiamata dalla maestra – crolla totalmente su sé stessa.
Infatti, anche se Tristezza è stata programmaticamente messa da parte, non riesce a trattenersi dall’intrufolarsi in questa delicata situazione, andando adinquinare quei ricordi felici che hanno definito la personalità di Riley fino a questo momento…
…e a creare così un ricordo fondamentale del tutto infelice.
Ma questo è solo l’inizio di una grande e fondamentale avventura.
Percorso
Il viaggio di Tristezza e Gioia funziona in due direzioni.
Da una parte, mostra l’intricato quanto spesso divertente dietro le quinte della testa di Riley, che ricorda in qualche modo i fasti di Esplorando il corpo umano (1987 – 88) in cui la mente della protagonista è una piccola fabbrica con le sue diverse sezioni e regole.
Dall’altra, racconta ancora più esplicitamente il rapporto fra le due emozioni, in condizione di totale antagonismo, dovuto anche ad una sostanziale superficialità di Gioia, che ha sempre considerato in maniera esclusivamente negativa Tristezza.
E proprio per questa non la ascolta.
Infatti, Gioia si intestardisce verso una conclusione dell’avventura semplice e positiva, non riuscendo ad accettare il crollare progressivo dei capisaldi della personalità di Riley – in particolare, la famiglia – e rimanendo sostanzialmente indifferente ai consigli di Tristezza.
Una tendenza che si nota molto chiaramente quando, nonostante gli avvertimenti della sua compagna di viaggio, Gioia sceglie di seguire Bing Bong nella sua disastrosa scorciatoia, e così anche quando si intestardisce che l’unico modo per svegliare Riley sia con immagini gioiose e assurde, invece che con la più semplice paura.
In senso più generale, Gioia non capisce l’oblio.
Oblio
La memoria è fondamentale quanto l’oblio.
Vivendo in un momento di passaggio, è del tutto normale per Riley dimenticarsi di alcuni ricordi inutili– come nozioni puramente scolastiche – o lasciarsi alle spalle elementi fin troppo legati alla sfera infantile – come il castello delle principesse…
…o lo stesso Bing Bong.
L’amico immaginario di Riley è privilegiato da Gioia perché legato ad una fase della vita della ragazzina più semplice ed immediata, definita da emozioni chiare e divise a compartimenti stagni.
E, soprattutto, Bing Bong è legato ad emozioni del tutto positive.
E proprio Bing Bong è una delle vittime dell’autodistruzione disastrosa – quando necessaria – dei capisaldi della sua personalità di Riley, ormai in balia di istinti immediati ed emozioni esplosive ed incontrollabili.
Insomma, per Riley è ora di crescere.
Crescere
La crescita è equilibrio e varietà.
Possiamo notare che la mente della madre di Riley l’emozione di punta sia la Tristezza, nonostante la donna si dimostri in più momenti propositiva ed accogliente, per nulla quindi dominata da un unico sentimento, ma capace di mantenere solido un equilibrio emotivo fondamentaleper l’essere adulti.
Proprio per questo Gioia, che in un primo momento aveva cercato di mettere da parte Tristezza, capisce come questo sentimento sia in realtà presente anche nei momenti che pensava fossero esclusivamente felici, e come sia anzi necessario per plasmare la personalità della protagonista.
Per questo infine Riley si sente rinata, torna dalla sua famiglia e accetta finalmente che i suoi ricordi positivi le trasmettano invece una forte malinconia, capendo al contempo come gli stessi possano essere anche l’occasione per ripartire come una persona diversa e più consapevole.
Così la sua mente è ora aperta a nuove reazioni ed emozioni, a ricordi non più definiti da un unico sentimento, ma resi significativi perché nati dall’unione di più di questi, sia positivi che negativi, per definire una nuova, variegata personalità.
Kinds of Kindness (2024) è una raccolta di mediometraggi ad opera di Yorgos Lanthimos, uscita a poca distanza da Poor Things (2023).
Di cosa parla Kinds of Kindness?
Attraverso tre storie con un terzetto di attori che si scambiano di ruolo, il regista porta in scena storie di dipendenza emotiva: un uomo che cerca la sua indipendenza, una crisi matrimoniale piuttosto carnale e una donna bloccata fra due ossessioni.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Kinds of Kindness?
Assolutamente sì.
Mi permetto di sbilanciarmi nel consigliarvelo, perché Kinds of Kindness rappresenta tutto quello che avrei voluto vedere da Lanthimos dai tempi de La Favorita (2018): una commedia grottesca che porta in scena storie surreali ma, al contempo, verosimili.
Proprio per questo, se vi aspettate qualcosa di simile a Poor Things, ne rimarrete assai delusi: il regista greco torna sotto la direzione del suo sceneggiatore storico per lanciare – dopo tanto tempo – una zampata provocatoria che ricorda molto lo splendido Alps (2011).
Insomma, arrivare preparati.
Marionetta
La prima storia di Kinds of Kindness è forse la mia preferita del terzetto.
Come tipico del Lanthimos prima maniera, la dinamica in scena viene introdotta con grande lentezza.
Così, si spargono briciole di indizi: dai costosi regali di Raymond, dalla moglie del protagonista che chiosa su quantoil magnate abbia fatto per loro, fino ad arrivare alla scheda con tutti i compiti da seguire.
Di fatto Robert è caduto nella rete di un apparente mecenate, godendosi grandi favori puramente materiali – la casa, i regali costosi, la sua stessa moglie… – per finire ad essere nient’altro che una marionetta da comandare a bacchetta.
Ma qual è il limite?
Ribellione
Raymond non ha un limite.
All’uomo non interessa la felicità di Robert, ma solo divertirsi ad libitum con lui, spingendo sempre più in là quella linea di demarcazione – forse mai esistita – fino a chiedergli di mettere programmaticamente in pericolo la sua stessa vita.
Dalla timida ribellione di Robert capiamo quanto il protagonista sia convinto di avere un rapporto alla pari con il suo protettore, tanto da poter discutere le sue richieste, non rendendosi conto invece di essere un giocattolo nelle mani di un uomo con la sindrome di Dio.
Altrimenti?
Alternativa
Esiste una vita senza Raymond?
Il dramma di Robert non è rappresentato tanto dalla presenza costante e opprimente del suo padrone…
…ma, piuttosto, dalla mancanza di un’alternativa: più la sua ribellione prosegue, più il protagonista si rende conto di non essere capace di prendere autonomamente alcuna scelta nella vita – neanche su quale drink ordinare…
Così, lasciato solo, resosi conto che persino moglie era solo una gentile concessione di Raymond, Robert cade in un vortice di immobilismo in cui è incapace di prendersi cura di sé stesso, in cui ogni cosa, persino i preziosi regali di Robert, perdono valore…
E il tentativo di riavvicinamento è disperato…
Dispetto
Robert non ha altro desiderio che tornare indietro.
Tornare ad un’esistenza pedissequamente programmata, spogliato di ogni tipo di libero arbitrio…
…ma, al contempo, ad un’esistenza molto più significativa del vortice depressivo in cui è ricaduto, in cui vaga senza una meta precisa, se non, infine, riuscire a riconquistare la fiducia e l’affetto di Raymond.
Ma ormai Robert è stato sostituito.
Per questo, non gli rimane altro che il dispetto.
Il protagonista cerca di avvicinarsi alla nuova favorita del suo ex-padrone usando gli stessi, patetici mezzi che Raymond gli aveva dato, mettendo in atto quelli che non sono altro che dispettucci – riprendersi la sua racchetta…
…e, infine, togliere violentemente di mezzo una delle tante pedine del magnate: il misterioso autista coinvolto in quell’incidente quasi mortale che Robert non ha avuto veramente il coraggio di affrontare.
Corpo
Sapreste dire con certezza che il vostro compagno di vita è proprio lui?
Il protagonista del secondo mediometraggio si sente in una condizione di grande compatimento.
La scomparsa improvvisa della moglie ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua vita – come si nota dalla sedia immancabilmente vuota durante la cena – e, per questo, pretende di essere assecondato dagli altri in ogni sua richiesta.
Nella primissima parte della storia infatti riesce a piegare la volontà dei suoi amici proprio grazie alla pietà che questi provano nei suoi confronti, costretti a riguardare il filmino ricordo dell’orgia con Liz.
Ma il vuoto è davvero incolmabile.
Apparenze
Come succederà poi anche per la terza parte, anche nello spezzone centrale di Kinds of Kindness vi è un ribaltamento programmatico delle aspettative.
Sulle prime sembra la storia pare un thriller quasi orrorifico, in cui la falsa Liz sembra aver preso il posto della vera e amatissima moglie, lasciandosi cogliere in fallo da particolari – le scarpe che non le entrano – e da comportamenti anomali – la richiesta di sesso in divisa.
In realtà basta poco per capire che l’uomo è intrappolato in una sorta di profezia che si autoavvera: più che voler indietro la moglie, George vuole ricevere il compatimento degli altri per essere, ancora una volta, la vittima della storia…
…e, al contempo, vedere fino a che punto si spinge l’amore di Liz.
Viva
Perché Liz accetta le assurde richieste di George?
Vista dall’esterno la loro sanguinosa crisi matrimoniale dovrebbe portare la donna a scappare immediatamente dal sadismo del marito…
…ma, in realtà, anche Liz è intrappolata in una dipendenza emotiva: anche se consapevole di cosa significhi stare con George, la donna è convinta che non troverà mai altrove una fonte di amore così continua come quella del suo presente matrimonio.
Per questo lascia che il marito si nutra di lei, che la umili nei suoi tentativi di farsi amare – come quando George ammette candidamente di non aver neanche assaggiato il dito che Liz aveva preparato per lui, ma di averlo dato in pasto al gatto.
Così George assiste sadicamente felice alla moglie che accetta ogni sua richiesta, disposta persino ad estrarsi il fegato a mani nude per compiacerlo, così da autoeliminarsi e lasciare finalmente il posto alla vera Liz.
Insomma, Liz è morta, viva Liz!
Scelta
Il terzo mediometraggio è quello che mi ha convinto di meno.
Assistiamo alla disperata quanto ossessiva ricerca di Emily di questa fantomatica figura con inimmaginabili poteri curativi, quasi come il tentativo di avere almeno un obbiettivo in una vita altrimenti drammaticamente vuota.
La protagonista infatti si culla nell’esclusività di questi eletti, convinti di possedere il dono della purezza, proprio per non aver avuto rapporti sessuali con nessun altro se non i santoni a capo della setta – tramite una prova piuttosto gravosa…
Ma l’alternativa è migliore?
Trappola
Sulle prime verrebbe da pensare che Emily si sia lasciata indottrinare dalla setta e che abbia così rifuggito la sua amorevole famiglia.
La stessa entra in scena solamente nella parte centrale della storia, rimanendo programmaticamente nascosta, prima di rivelarsi nella sua vera natura.
Infatti, il marito di Emily non è per nulla meglio del fanatismo di Omi, anzi almeno quest’ultimo, pur nella sua follia, offre grandi vantaggi ai suoi eletti in cambio della loro fedeltà.
Così il terribile atto di drogare e, di fatto, violentare la moglie alla prima occasione, per Emily non è grave per il disgustoso comportamento del marito – anche perché forse non era neanche la prima volta…
…ma piuttosto perché in questo modo la donna è stata contaminata, e rischia di essere esclusa dalla sua amata setta.
Ed infatti è quello che succede.
Ma non è finita qui…
Riscatto
Emily spera ancora di riscattarsi.
E infatti riesce a mettere le mani sulla donna desiderata senza un particolare sforzo: basta un primo contatto con la sua gemella, il sacrificio necessario ma voluto della stessa per apparecchiare le condizioni ideali per il rientro nella comunità.
Ma basta una breve distrazione per finire fuori strada, per essere l’artefice dell’assassino di quella debole quanto necessaria ultima connessione con la setta per mandare nuovamente all’aria la vita di Emily.
Ancora una volta, il sogno mostra tutta la sua fragilità.
La spada nella roccia (1963) è il diciottesimo Classico Disney, nonché l’ultimo uscito prima della morte di Walt Disney – e l’ultimo che supervisionò direttamente.
Artù è un giovane ragazzo orfano destinato a diventare uno scudiero. Ma il destino ha in mente qualcosa di diverso per lui…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere La spada nella roccia?
Assolutamente sì.
Anche se spesso è considerato un film minore nella storia della Disney di questo periodo, La spada nella roccia è una pellicola da riscoprire: ereditando la narrazione per quadri di Lilli e il Vagabondo (1955), questo Classico è un tipico coming of age…
…ma che riesce a distinguersi da molti suoi simili grazie ad un umorismo piacevolissimo, una morale che rappresenta un incontro fra realtà storica ed evoluzione del protagonista piuttosto peculiare, e momenti ormai diventati iconici.
Insomma, da vedere.
La spada nella roccia Produzione
La spada nella roccia era nei piani della Disney fin dal 1939.
Infatti quell’anno Walt Disney acquistò i diritti per trasporre l’opera di T. H. White, ma in piani produttivi saltarono più volte negli anni, prima di tutto per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e poi per il progressivo disinteresse nei confronti del progetto.
Proprio come La carica dei 101(1961), anche la sceneggiatura de La spada nella roccia fu sviluppata da un unico autore, che richiese non meno di due rielaborazioni, anche per la difficoltà intrinseca di adattare l’opera di partenza.
Il casting vocale fu turbolento.
La prima scelta per il doppiaggio di Artù fu Rickie Sorensen, che però crebbe considerevolmente durante la produzione, al punto da dover essere sostituito da due figli del regista, Wolfgang Reitherman.
Ne consegue che, fra una scena e l’altra, e persino all’interno della stessa scena, si può notare un cambiamento vocale per il personaggio di Artù.
Per la parte animata si utilizzò ancora una volta la tecnica Xerox, con l’aggiunta della tecnica touch-upper la fase di pulizia delle bozze che andavano poi effettivamente a comporre le immagini della pellicola.
Grazie a questa nuova idea, gli assistenti di animazione, che prima avrebbero dovuto trasferire gli schizzi degli animatori della regia su nuovi fogli di carta, scrivevano invece direttamente sugli schizzi degli animatori, riuscendo così a risparmiare molto tempo.
Immaturità
Pur con qualche perdonabile ingenuità, il racconto dell’immaturità storica de La spada nella roccia è davvero ottimo.
Il periodo portato in scena può essere volgarmente collocato nell’Alto Medioevo, sicuramente in un’epoca pre-carolingia: per quanto secoli non così devastanti come spesso raccontati, comunque rappresentarono un momento di grande povertà e di dispersione culturale.
Il deterioramento del sistema scolastico, la frammentazione del panorama intellettuale, dovuta anche alla devastazione politica, rende infatti credibile un analfabetismo diffuso e un’epoca basata unicamente sul valore della forza.
E proprio qui si inserisce Merlino.
Prospettiva
Merlino rappresenta lo spettatore…
…e con lo stesso dialoga.
Avendo una prospettiva – seppur non chiarissima – dell’evoluzione umana, quasi da umanista incallito, Merlino non riesce a sopportare questo guazzabuglio medievale, quasi come se fosse lo spettatore contemporaneo calato in una realtà senza elettricità, senza idraulica, senza cultura…
Proprio per questo, l’educazione di Artù non è fine a sé stessa.
Merlino non vuole solo educare il futuro Re di un’Inghilterra mancante di una guida, mancante di alcun tipo di lungimiranza, ma vuole fare in modo che lo stesso sia il punto di svolta per la stessa, soprattutto culturalmente parlando.
In questo senso il mago esagera anche nel suo coinvolgimento – proponendo materie, come la biologia, che non esistevano proprio in quel periodo – ma proprio perché nella sua prospettiva è fondamentale gettare le basi per un’Europa acculturata e con una visione proiettata verso il futuro.
Per questo Artù non è Artù…
Corrispondenza
Senza voler portare un’eccessiva sovralettura, il personaggio di Artù, più che corrispondente al mitico condottiero britannico del VI sec., è una rappresentazione più o meno consapevole di Carlo Magno.
Saltando qualche secolo in avanti e spostandoci a livello geografico, il leggendario Re dei Franchi era sostanzialmente una analfabeta che gettò le basi culturali fondamentali per la rinascita intellettuale dell’Occidente fra il Basso Medioevo e l’Età Umanistica.
Insomma, una figura storica capace di cambiare prospettiva.
Ed è proprio questa la base della sua apparentemente stramba educazione.
Merlino cerca di porre il giovane pupillo in vesti diverse e molto più indifese, dove Artù deve capire come salvarsi la pelle grazie al suo intelletto e non più (solamente) tramite la forza, proprio per portare ad una visione molto più a lungo raggio.
In questo modo Artù potrà effettivamente essere il Re che farà cambiare prospettiva al suo Paese e all’Occidente tutto, proprio mentre l’Inghilterra sta cercando il suo prossimo regnante – e la sua prossima guida – ancora tramite una prova di forza.
Ostacolo
Perché Artù può estrarre la spada?
Anche se la sfuriata di Merlino quando il giovane protagonista sceglie di diventare uno scudiero sembra troppo improvvisa, in realtà è del tutto giustificata: nonostante i suoi grandi sforzi, il suo pupillo sceglie comunque di sottomettersi alla cultura dominante…
…e di porsi anzi in secondo piano in un mondo definito da scontri all’ultimo sangue e da una totale dimenticanza del vero simbolo che avrebbe definito il futuro del Paese – la Spada nella Roccia – che viene riscoperto proprio dal protagonista.
E Artù può estrarre la spada perché, nonostante la sua poca forza fisica, ha dimostrato in più occasioni di sapersi – anche solo potenzialmente – adattare a circostanze cangianti e sfidanti, e quindi di essere capace, a differenza dei suoi compatrioti, di diventare la guida di cui il suo Paese ha bisogno.
Per questo Merlino sceglie di tornare da Artù proprio nel momento di maggior bisogno, quando lo stesso ha mosso il primo passo nella sua evoluzione, ma quando ha ancora bisogno di una insegnante che gli faccia guardare al futuro con una maggior consapevolezza e intelligenza.
Tremila anni di attesa (2022) di George Miller, traduzione abbastanza impropria di Three Thousand Years of Longing, è un incontro piuttosto curioso fra il genere fantastico e il dramma storico.
Alithea è una studiosa britannica che da tempo soffre di apparenti allucinazioni. Ma qualcosa di molto concreto sta per accadere nella sua vita…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Tremila anni di attesa?
Assolutamente sì.
DopoFury Road (2015), anche con Tremila anni d’attesa George Miller ha dimostrato di essere un autore estremamente creativo e multiforme, sostanzialmente incapace di fossilizzarsi sul genere che gli ha sostanzialmente definito il successo ad Hollywood…
…ma volendo sperimentare, qui e altrove, con generi e dinamiche molto diverse fra loro, riuscendo comunque a confezionare un racconto avvincente, impreziosito da una morale per nulla scontata.
Insomma, da riscoprire.
Aspettative
Con tematiche di questo tipo è facile risultare banali…
…soprattutto nel tentativo di essere originali.
Invece, fin da subito, Miller sorprende con dinamiche ben equilibrate e, in qualche modo, persino credibili: Alithea non prova a strofinare la lampada perché pensa che ci sia dentro un genio, ma piuttosto la pulisce con uno spazzolino elettrico…
…e così il djinn non parla immediatamente in inglese, ma comincia col la lingua di Omero.
Allo stesso modo, la reazione della protagonista è piuttosto graduale.
La donna è sulle prime molto – giustamente – sospettosa nei confronti del genio, memore delle innumerevoli storie in cui diversi umani sprovveduti sono stati intrappolati dai loro stessi desideri mal espressi…
E, per questo, deve essere convinta del contrario.
Vittima
Il djinn è, in un certo senso, la vera vittima della storia.
Dopo essere stato imprigionato in una trama dal forte sapore biblico, finisce sfortunatamente nelle mani della classica protagonista delle storie di questo tipo: una sciocca ragazza che si sente fin troppo sicura dei suoi desideri, e che per questo finisce schiacciata dagli stessi.
E, al contempo, il djinndimostra la sua impotenza.
Nonostante sia una creatura millenaria, con poteri inimmaginabili, può poco davanti al reticolo di inganni e di autodistruzione che avvelena la corte, in cui basta un sussurro, un dubbio, per fare cadere un castello di carte già piuttosto fragile…
Ed il genio è tanto più impotente davanti alla scarsa lunghezza di vedute della ragazza, che si dimostra incapace di reagire e di salvare sé stessa – e di conseguenza anche il djinn – andando proprio a sottolineare la sua forte dipendenza dall’umano.
Occasione
Quello che potremmo chiamare l’atto centrale di Tremila anni d’attesa funge più quasi intermezzo.
Il djinn rimane per lungo tempo sullo sfondo della sua stessa storia, ancora una volta articolata su un domino invisibile di eventi che si concatenano e che cambiano da un momento all’altro la sorte dei personaggi – compreso lo stesso genio.
Così l’umore altalenante del sultano viene solo temporaneamente quietato da un innamoramento fin troppo breve, e la sua improvvisa morte getta nel caos il regno stesso, che finisce nelle mani di un bambinone e delle sue concubine, incapaci di gestire alcunché…
…fra cui la sorte dello stesso djinn.
Ma sembra che il destino abbia qualcosa in serbo per lui…
Legame
L’ultima avventura del djinn sembra essere quella decisiva.
Finito nelle mani di una giovane donna con un intelletto sgargiante, imprigionata in un matrimonio soffocante, il djinn ha finalmente la possibilità di realizzare dei sogni che arricchiscono non solo la sua padrona, ma anche lui stesso.
Ma proprio questo è la sua rovina.
Avendo desiderato per millenni di entrare nell’aldilà promesso dei djinn, il protagonista finisce per legarsi in maniera inaspettata con Zefir, con cui concepisce persino un figlio, ma che, nonostante l’incredibile conoscenza acquisita, è come tutti vittima delle sue debolezze.
Infatti, basta un momento di incomprensione per fare esprimere involontariamente alla donna il suo ultimo desiderio, che effettivamente rappresenta la profondità del suo cuore in quel momento, ma che la condanna ad una vita di oblio.
Allora è questa la volta buona per il djinn?
Desiderio
Cosa desidera veramente Alithea?
A differenza di tutti gli altri umani prima di lei, la donna non sembra essere mossa da particolari necessità.
Tuttavia, questa sua ritrosia nel trovare un desiderio soddisfacente è in realtà specchio del suo essersi ormai in qualche modo arresa alla vita: avendo bruciato quell’unica occasione di fuga dalla solitudine, ormai la sua esistenza non ha più bisogno di altri sconvolgimenti.
Eppure, è proprio questo il suo più intimo desiderio.
Il desiderio che la protagonista infine esprime è di realizzare finalmente una relazione duratura e travolgente, che possa compensare a quella solitudine che l’ha turbata più di quanto sarebbe disposta ad ammettere…
…e che porta ad incatenare il djinn su un piano dell’esistenza che non è il suo.
Per questo il finale è così calzante.
Proprio rinunciando al suo desiderio, Alithea si differenzia dagli altri umani che, in un modo o nell’altro, si erano fatti distruggere dalle loro stesse passioni, scegliendo invece una serena esistenza puntellata da poche ma essenziali felicità.
La bella addormentata nel bosco (1959) è il sedicesimo classico Disney basato sull’omonima fiaba dei Fratelli Grimm e sull’opera di Perrault in I racconti di Mamma Oca (1697).
A fronte di 6 milioni di dollari, fu un pesante insuccesso commerciale:appena 5,3 milioni di incasso, portando ad una perdita finanziaria tale da portare lo stesso Walt Disney a cominciare a disinteressarsi all’animazione…
Di cosa parla La bella addormentata nel bosco?
Il re Stefano e la regina Leah riescono dopo anni ad avere una bellissima bambina. Ma un invito mancato cambierà decisamente le carte in tavola…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere La bella addormentata nel bosco?
Assolutamente sì.
Con mia sincera sorpresa, La bella addormentata nel bosco potrebbe essere fra i miei Classici Disney preferiti di questa fase – e per un motivo molto semplice: la storia di Aurora e Filippo è incredibilmente accessoria, mentre il fulcro della trama è altrove.
Raramente si vede in un film Disney una presenza così preponderante del villain e dei personaggi – almeno sulla carta – secondari, che invece appaiono come i veri protagonisti della stessa – o, comunque, i motori dell’azione.
Insomma, ve lo consiglio molto.
La bella addormentata nel bosco Produzione
La bella addormentata nel bosco rappresentò l’inizio della rottura di Walt Disney con l’animazione.
La lavorazione del film cominciò infatti nel 1951, ma proseguì con grande lentezza quasi fino alla fine del decennio: se inizialmente si pensava di far uscire la pellicola nel 1953, la produzione venne rimandata di ben due anni per l’impegno di Walt Disney nell’apertura di Disneyland.
La produzione riprese effettivamente nel 1956 e si programmò la nuova uscita per il 1957, ma la costruzione del parco assorbì talmente tante risorse e budget che i tempi si allungarono ancora, e Walt Disney visionò il progetto solo nell’agosto del ’57…
…ma con poco ed effettivo interesse.
La direzione artistica si rifece molto ad una produzione precedente e simile: Biancaneve e i sette nani(1937), riprendendo alcune idee scartate da Walt Disney, come tutta la dinamica della cattura del principe e la danza nel bosco fra Aurora e Filippo.
Tuttavia, si presero importanti distanze dal primo Classico: anche se l’ispirazione estetica era simile, Walt Disney volle che questo nuovo prodotto si distinguesse in maniera netta dai precedenti…
…e per questo si scelse di abbandonare lo stile più dolce e arrotondato usato in precedenza per abbracciare invece un tratto più stilizzato e spigoloso, rifacendosi anche all’estetica propria del periodo storico rappresentato.
Inoltre, La bella addormentata nel bosco fu il primo Classico ad essere fotografato secondo il nuovo processo di widescreen – il Super Technirama 70 – riservato nella storia Disney a pochissimi prodotti, ma che permetteva una cura più articolata e complessa per gli sfondi.
Inoltre, fu anche l’ultimo classico Disney inchiostrato a mano: a partire dal successivo La carica dei 101(1961) ci si sarebbe spostati all’uso della xerografia per trasferire i disegni degli animatori dalla carta alla celluloide.
Protagonista
Aurora è così poco protagonista del suo stesso film da non apparire se non a storia già avviata.
Invece, le vere figure centrali sono subito in scena.
Dopo il breve prologo introduttivo che getta le basi della trama, appaiono fin da subito le sagge fate madrine, invitate per benedire la nascita di Aurora con un regalo a testa, dimostrando fin da subito il loro appoggio politico (?) al futuro del regno.
Questo sottile sottofondo è ben definito dall’arrivo di Malefica: i primi a reagire non sono i genitori di Aurora, ma bensì una delle tre fate, Serenella, profondamente offesa di essere definita plebaglia dalla nobile strega.
Ed è sempre la fatina ad affermare che Malefica non è benvoluta in quell’occasione, motivo per cui la Regina Leah, piuttosto impensierita, chiede – o, meglio, prega – la strega di non reagire all’offesa subita.
E la risposta di Malefica è piuttosto subdola…
Possibilità
Malefica avrebbe potuto uccidere Aurora immediatamente.
E invece sceglie una via ben peggiore.
Come si vedrà più avanti anche nel film, la punizione di Aurora non è niente di personalenei confronti della bambina, ma piuttosto una presa di posizione piuttosto forte politicamente parlando da parte della strega.
Infatti, maledicendo la protagonista con un destino crudele, Malefica si pone in una posizione di grande vantaggio rispetto a Re Stefano: la sua minaccia sarà presente sul suo regno e sul suo futuro per i prossimi sedici anni, a meno che…
…a meno che il Re non si faccia perdonare.
Infatti, anche se non viene detto esplicitamente, con la sua risposta Stefano prende una posizione molto chiara: invece che provare a porre rimedio all’offesa, appella Malefica in malo modo – strega, in inglese creature…
…e cerca, molto ingenuamente, di impedire che la profezia si avveri, distruggendo tutti gli arcolai.
E a questo punto la palla passa di nuovo alle fate.
Schema
In quanto veri motori dell’azione positiva della storia, le tre fate scelgono un modo ben più intelligente per proteggere Aurora.
Andando a nascondersi nel bosco, scegliendo abiti per così dire borghesie rinunciando di fatto alla loro magia, il terzetto capisce che il modo migliore per impedire che la maledizione di Malefica faccia il suo corso è di nascondere Aurora.
In questo contesto decisamente serio prende piede l’umorismo piuttosto piacevole della pellicola, finalizzato evidentemente ad ammorbidire una storia con un taglio molto cupo, nonché ricca di momenti al limite dell’orrorifico.
Inoltre, la scena del compleanno di Aurora cerca anche un po’ di ridimensionare le fate.
Non delle abili strateghe e macchinatrici come si era visto all’inizio, ma delle fatine un po’ pasticcione e testarde, che finiscono per rovinare un piano lungo sedici anni per via una contesa che, per quanto umoristicamente davvero gradevole, appare altresì assai sciocca.
Tuttavia, come vedremo anche successivamente, questa dinamica del piano che si rovina in pochi attimi offre anche il fianco ad un sottofondo piuttosto inquietante: la presenza di Malefica, per quanto la si combatta, è sempre in agguato.
E Aurora?
Desiderio
Aurora è la più classica principessa Disney.
Per quanto, come detto, non sia veramente la protagonista della storia, ma bensì una pedina nelle mani di diversi personaggi, ad Aurora viene regalato un ampio segmento centrale per riuscire a definirsi.
Di fatto la principessa non è tanto dissimile da Biancaneve – vive in armonia nel bosco e parla con gli animali – ma è soprattutto dotata di un elemento che si era visto finora solo con Cenerentola: la cosiddetta canzone del desiderio.
Del tutto ignara delle dinamiche politiche che si stanno svolgendo alle sue spalle, Aurora canta il suo desiderio – incontrare il principe dei suoi sogni – definendosi proprio come personaggio quasi onirico, del tutto slegato dalle brutture terrene.
Ed effettivamente il suo sogno si realizza: quello per Filippo – il primo principe effettivamente caratterizzato fino a questo momento – è un innamoramento a prima vista, un amore predestinato – soprattutto politicamente…
Ombra
Malefica è fin troppo sottovalutata.
Per quanto le fate abbiano progettato un piano apparentemente perfetto per salvaguardare il futuro di Aurora, si lasciano facilmente battere non solo facendosi scoprire in maniera piuttosto ingenua, ma soprattutto lasciando Aurora sola nel momento di maggior pericolo.
Purtroppo, la giovane principessa può poco davanti alla maledizione di Malefica: come in trance, si incammina obbediente verso il proprio nefasto destino, accompagnata da un commento sonoro estremamente incalzante…
…e a poco servono i suoi timidi tentativi di sottrarsi ai comandi della strega, finalmente vittoriosa di aver reso inerme il futuro del regno, e di aver così realizzato la sua maligna vendetta nei confronti di Stefano.
E, a questo punto, ancora una volta, la palla passa alle fate.
Campione
La maggior parte dei personaggi sono all’oscuro di quello che sta succedendo.
Le fate scelgono programmaticamente di nascondere la loro grave mancanza, immergendo tutto il castello in un limbo di sonno profondo, al pari di Aurora, così da poter avere il tempo di risolvere la spinosa vicenda.
In particolare, le fate hanno bisogno del loro campione.
Filippo è, al pari di Aurora, una pedina.
Conscia che il principe potrebbe mettergli i bastoni fra le ruote, Malefica non solo lo rapisce, ma lo carica di un destino persino peggiore di quello della principessa: potrà lasciare il castello e tornare dalla sua amata solo quando sarà vecchissimo e sostanzialmente inerme.
E, visto che evidentemente lo stesso è incapace di liberarsi da solo – e di salvare Aurora – le fate devono ancora una volta intervenire non solo per eliminare le sue catene, ma anche per dotarlo degli strumenti per battere Malefica.
Ne segue un duello particolarmente incalzante, in cui la strega fa di tutto per impedire a Filippo di arrivare al castello, persino affrontarlo di persona nelle vesti di un diabolico drago nero, che infine il principe riesce a battere…
…mostrando, per la prima volta, il cadavere di un villain Disney.
E a queste note piuttosto lugubri segue una chiusura invece piuttosto dolce e sognante, che meglio si accompagna alla coppia di innamorati, che danzano fra le nuvole in una perfetta armonia.
La bella addormentata nel bosco storia originale
La bella addormentata di Walt Disney cambiò diversi elementi rispetto alla fiaba originale.
Anzitutto, le fate non erano tre, ma ben sette – addirittura tredici nella versione dei Grimm – e Malefica non era che la più anziana fra loro, che non veniva invitata non per una scelta politica, ma bensì perché viveva nascosta, e non si era neanche sicuri che fosse ancora in vita.
Sempre riguardo alle fate, il loro piano di nascondere Aurora è del tutto inventato: nella storia originale la principessa viveva nel castello e semplicemente una sera incontrava una vecchia con un arcolaio e, non avendolo mai visto, veniva tratta in inganno.
La dinamica del finale è altresì estremamente differente.
Nella storia originale erano le stesse fate a circondare il castello con rovi e spine per proteggere Aurora, e passavano effettivamente molti anni prima che Filippo, che conosceva la storia della principessa, si avventurasse nel maniero per risvegliarla.
Al riguardo, le storie divergono molto: come le versioni più recenti di Grimm e Perrault fanno risvegliare Aurora con un bacio, in altre la ragazza è vittima di violenza sessuale dal principe e viene salvata dai suoi stessi figli che nascono in seguito.
Inoltre, la versione di Perrault aggiunge una seconda parte totalmente assente dalla versione dei Fratelli Grimm.
In questo frangente Filippo e la principessa (che in questo caso non ha nome) hanno due figli, Aurora e Giorno, che però il principe nasconde alla madre, in quanto discende da una famiglia di orchi divoratori di bambini.
La stessa cercherà di farsi servire per pranzo tutta la famiglia del principe, un piano sventato prima dal buon cuore del cuoco – che serve altre pietanze all’orchessa – e poi dall’arrivo tempestivo di Filippo, che impedisce alla madre di gettare i bambini fra le vipere, facendola invece suicidare.
Star Wars – Gli Ultimi Jedi (2017) di Rian Johnson, anche conosciuto come Episodio VIII, è il secondo capitolo della saga sequel.
Fin da subito si rivelòun prodotto assai divisivo: nonostante fu un grande successo commerciale – 1.3 miliardi di dollari di incasso per un budget di 300 milioni – il risultato al box office fu decisamente inferiore rispetto al precedente – e probabilmente influì sul flop del successivo Solo – A Star Wars Story (2018).
Di cosa parla Gli Ultimi Jedi?
Dopo aver ritrovato Luke Skywalker, Rey continua nella sua scoperta della Forza…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Gli Ultimi Jedi?
Ancora una volta, dipende.
Considero questa pellicola leggermente migliore de Il risveglio della Forza(2015): a livello di gusto strettamente personale, ha un umorismo che, per quando non ci azzecchi nulla con la saga, io personalmente apprezzo, e che almeno mi ha strappato qualche risata.
Ma, soprattutto, Episodio VIII riesce arisolvere un problema del capitolo precedente: rendere un minimo più credibili gli archi narrativi dei protagonisti, pur essendo peggiore per il resto nella gestione della storia, con un eccesso ingiustificato di personaggi e situazioni che, in ultima analisi, si rivela incapace di gestire.
Ma come avventura a sé stante potrebbe anche intrattenervi.
Posizione
Con il primo confronto fra Luke e Rey, Rian Johnson spiega chiaramente le sue intenzioni.
Ovvero, gettare dalla finestra il lavoro di Abrams.
In questo senso è veramente difficile capire quali parti della pellicola possano essere ricondotte alle poche direttive lasciate dal regista del primo film – il fanservice esasperante? Lo scheletro narrativo della storia di Finn? – ma tendenzialmente è chiaro che il nuovo regista ebbe sostanzialmente carta bianca.
E questo è un problema a tratti.
Di fatto, Johnson fece il suo Star Wars, che, soprattutto per l’avventura di Finn e Rose, ricorda molto più Solo che qualsiasi altro film della saga – e nel senso più negativo possibile: per me, semplicemente, spesso non sembra di star vedendo una storia ambientata nella Galassia Lontana Lontana.
Tuttavia, col senno di poi, alcuni spunti erano potenzialmente interessanti.
In particolare, Rey.
Oscuro
Rey poteva essere nessuno.
La tendenza generale di Johnson era di aprire nuovi orizzonti alla saga con protagonisti dal passato oscuro, cercando finalmente di smarcare Star Wars dalla famiglia Skywalker, per evitare che diventasse una soap opera.
In questo modo la saga avrebbe potuto aprirsi a nuovi personaggi e nuove storie, senza dover sempre ricollegare tutto in maniera forzata, finendo per minare le possibilità di una storia che altrimenti si sarebbe potuta espandere in tantissime direzioni.
Infatti, Rey viene raccontata semplicemente come un personaggio predestinato a diventare l’altra metà della Forza, nonostante non abbia nessun effettivo legame con la famiglia di Kylo, apparente antagonista che cerca disperatamente di salvare, ricalcando la storia di Luke in Il ritorno dello Jedi(1983).
Nonostante sia sicuramente un’idea ridondante, tutto sommato nella sua esecuzione tenta quantomeno di rendere più tridimensionali i suoi protagonisti, anche con il continuo confronto fra Luke, Rey e Kylo, che lascia molto più spazio di evoluzione ai personaggi di quanto non avesse fatto Episodio VII.
Genuino
La gestione di Luke mi convince a metà.
Da una parte non mi dispiace l’idea di decostruire il personaggio, portandolo totalmente al suo opposto: da eroe che non si fermava davanti a nulla, a figura decaduta ed estremamente sfiduciata nei confronti del futuro della Forza e degli Jedi.
D’altra parte, capisco che questa non era – comprensibilmente – l’intenzione né di Abrams né di Mark Hamill stesso, che avrebbe voluto probabilmente raccontare il personaggio come un novello Yoda, che addestrava Rey per portarla ad essere pronta a scontrarsi con la sua nemesi.
E, anche se mi dispiace vederlo tolto di scena nel giro di un film, mi convince tutto sommato il ruolo che ha nel finale, in cui gabba un Kylo così immaturo e accecato dalla frustrazione da rendersi neanche conto di star combattendo contro un fantasma.
Non forse la fine migliore, ma non sono sicura che Abrams avrebbe fatto meglio…
Discordanze
Fra Gli ultimi Jedie L’ascesa di Skywalker (2019) c’è stato un inevitabile dialogo discordante.
Passando da film in film, i due registi presero e disfarono costantemente il lavoro dell’altro: se nel primo capitoloKylo si mostrava per la maggior parte a volto coperto, nel sequel Johnson lo costringe a distruggere la maschera, la stessa che Abrams gli farà riparare…
…allo stesso modo Snoke, che nel primo capitolo poteva godere di una presenza scenica particolarmente minacciosa – sovrastava sempre il resto dei personaggi ed era quasi evanescente – sotto la gestione Johnson viene riportato con i piedi per terra e reso sostanzialmente sacrificabile.
E, come vedremo, questo sarà il più grande sgarbo a Abrams.
Ma il personaggio ancora una volta sacrificato è Finn.
Nel sequel vengono rimischiate le carte in tavola: il personaggio è più o meno forzatamente allontanato da Rey e fornito di un nuovo interesse amoroso, Rose, uno delle tante new entry portate alla ribalta da Johnson ed immediatamente ridotte alle retrovie poi da Abrams.
Oltretutto la sua storia sembra del tutto indipendente da quella di Rey per finalità e per taglio narrativo, deviando ancora una volta dal seminato di Abrams, costruendo una trama che viaggia ma su due strade parallele che a malapena si incontrano nel finale…
Le avventure di Peter Pan (1953) di Hamilton Luske, Clyde Geronimi e Wilfred Jackson è il tredicesimo Classico Disney basato sull’opera teatrale Peter & Wendy (1904) di J. M. Barrie.
Wendy e i suoi fratelli vivono nel sogno di Peter Pan. Ma i sogni sono belli quando rimangono tali…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Le avventure di Peter Pan?
Assolutamente sì.
A differenza di quello scandalo di Peter Pan & Wendy (2023), il Classico del 1953 è un’ottima trasposizione dello spettacolo di J. M. Barrie, riuscendo a smussare gli angoli quandoserve, senza però evadere la profonda critica e morale che pervade l’opera originale.
Infatti non mancano, come d’altronde tipico della Disney del primo periodo, note fra il drammatico e persino l’inquietante, in maniera però più sottile e meno esplicitarispetto ad altri prodotti di quest’epoca, con significati ulteriori comprensibili forse solo ad una rilettura più adulta…
Peter Pan Produzione
Le avventure di Peter Pan doveva essere il secondo film di Walt Disney.
Il fondatore della casa di Topolino aveva un particolare amore per l’opera di J. M. Barrie, ma poté acquisire i diritti solo nel 1939, e, a cavallo fra i due decenni, esplorò diverse idee di trasposizione.
Inizialmente la storia doveva essere molto più vicina all’originale, molto più cupa, e si pensò persino di scrivere la trama dal punto di vista di Nana, che seguiva i bambini nell’Isola che non c’è, oppure di lasciare indietro John quando questo si dimostrava troppo cinico e noioso per partecipare all’avventura.
La produzione fu interrotta con l’arrivo della guerra, che costrinse la casa di produzione a creare solo film propagandistici, mettendo in pausa non solo questa idea, ma anche quella di Alice nel Paese delle Meraviglie (1951).
Nei primi anni del dopoguerra la Disney era in crisi finanziaria e non cominciò a ripensare all’opera fino al 1947, nonostante le perplessità di Roy Disney, fratello del fondatore, sull’attrattiva dell’operazione.
A differenza di molti prodotti precedenti, le scene in live action non furono ricalcate, ma solamente utilizzate come riferimento, perché altrimenti le animazioni sarebbero state troppo rigide ed innaturali.
Crescere
Wendy non ha (più) bisogno dell’infanzia.
A differenza dell’altra ottima traspirazione del 2003, Wendy è solo a parole turbata dalla volontà del padre di farla crescere, dal forzato abbandono della camera dell’infanzia: i suoi comportamenti raccontano una ragazzina già sulla via di abbandonare l’ingenuità infantile.
Infatti, fin da subito si dimostra piuttosto intraprendente nelle sue decisioni, andando persino a scavalcare l’autorità paterna, mostrandosi anche in seguito e a più riprese per nulla sprovveduta né ingenua come invece i suoi fratelli.
Non a caso la sua travolgente accoglienza sconvolge sulle prime Peter, venuto solo per recuperare la sua ombra, ma che invece cede quasi subito alle cure di Wendy, e turba solo parzialmente la serena crescita della protagonista…
…cercando di trascinarla con sé verso il terribile sogno dell’infanzia infinita.
E in questo senso, la figura di Peter ha tutto un altro sapore.
Ombra
Peter Pan è, per certi versi, il vero antagonista della sua stessa pellicola.
Proprio come J. M. Barrie l’aveva concepito come spirito e rappresentazione dell’infanzia più caotica e distruttiva, quando Wendy svela alla madre che sta aspettando l’arrivo del ragazzo eternamente giovane la stessa è colta da un senso di inquietudine – e a ragione…
Infatti, Peter è un’ombra che penetra l’infanzia della protagonista proprio quando questa sta per abbandonarla, conducendola in luogo dove tutto è permesso, persino una vita feroce, selvaggia e, soprattutto, fuori dal controllo e dalle pressioni degli adulti per crescere al più presto.
Di fatto Disney scelse di annullare quasi ogni tipo di connessione romantica fra i due personaggi…
…mettendoli anzi in costante contrasto, proprio a partire dalla scena delle sirene, in cui più volte Peter si dimentica di Wendy, e lascia senza troppe preoccupazioni che sia maltratta dalle dispettose donne pesce.
Ma il mondo di Peter è pura finzione.
Finzione
Passando da un quadro all’altro proprio come a teatro, la missione di John e di Michael è estremamente rivelatoria.
Nonostante la lotta con gli indiani sia piuttosto violenta, la stessa viene subito rivelata come parte di un eterno gioco delle parti, proprio come se gli stessi fossero solo parte di una delle tante fantasie infantili dei bambini sperduti, senza che la realtà debba mai venire a bussare alla porta…
…o forse sì?
L’unico che può davvero spezzare la finzione è Uncino.
Fin da subito il suo personaggio è caricato di un nutrito numero di gag con un umorismo piuttosto dark– dai vari assassini ingiustificati alla dinamica della presunta testa mozzata durante la rasatura – che si concretizzano infine in un effettivo tentativo del pirata di farla finita con Peter Pan.
Ed infatti è proprio Uncino quello che causa per la prima volta un cambio delle carte in tavola: il rapimento di Giglio Tigrato spinge il capo tribù a minacciare di uccidere in maniera anche piuttosto violenta i bambini sperduti, e così di mettere anche lui un punto al gioco eterno.
E i giochi sono fatti di ruoli…
Ruolo
Wendy non vuole sottostare ad un ruolo.
Questo elemento si vede molto bene nella scena della festa con gli indiani, quando una donna della tribù cerca di costringerla a sottostare ad un ruolo – la figura femminile dedita alla cura del focolare – e, proprio in quel momento, Wendy, come Uncino, decide che il gioco è finito.
A questa improvvisa realizzazione segue un’opera di persuasione nei confronti dei bambini sperduti e soprattutto dei fratelli, riportati alla ragione, riportati nelle braccia accoglienti quanto educative della madre – ruolo che, comprensibilmente, Wendy non vuole ancora ricoprire.
Ma, davanti a questo picco di drammaticità, il finale è un po’ buttato via.
A questo punto era abbastanza comprensibile che Disney volesse deviare dal seminato dell’opera in maniera significativa.
La chiusura del Classico è infatti un lieto fine pieno di speranza, in cui il sogno di Peter non è infranto, che anzi viene ricordato con commozione dagli stessi genitori, che forse un tempo erano stati sull’Isola che non c’è…
Ma l’idea di J. M. Barrie era ben diversa…
Peter Pan favola originale
Per quanto Walt Disney amasse l’opera originale, era anche consapevole che presa alla lettera non sarebbe stata vendibile.
Peter Pan particolarmente era un personaggio molto difficile da portare in scena – e le difficoltà di trasposizione si vedono particolarmente nel finale – in quanto il protagonista di J. M. Barrie era capriccioso e tirannico.
Per l’autore rappresentava tutto il peggio dell’infanzia: si dimentica costantemente sia delle sue avventure sia delle persone che gli stanno intorno, è un personaggio estremamente egoista, e comanda a bacchetta i suoi bambini.
Trilli è, se possibile, anche peggio.
Tutto ruota intorno al concetto che è una fatina così piccola che può contenere più di un sentimento alla volta: ne deriva quindi un comportamento scostante e a tratti genuinamente cattivo, fortemente imprevedibile.
In un certo senso nel suo personaggio J. M. Barrie ritrovava sempre una rappresentazione dell’infantile nella sua forma peggiore.
Peter Pan differenze opera originale
Ma il finale era assolutamente la parte meno vendibile.
Anzitutto, come si vede nella trasposizione del 2003, Uncino cerca di uccidere Peter non con un pacco bomba, ma piuttosto tentando di avvelenarlo: il protagonista viene salvato da Trilli, che muore e poi torna in vita.
Inoltre, nel finale J. M. Barrie mostra come la madre dei bambini sia sempre rimasta ad aspettarli, e inserisce una nota morale particolarmente avvelenata, che critica i protagonisti e la loro irresponsabilità nell’abbandonare la casa natale.
E, di nuovo, non è neanche la parte peggiore.
Nel finale i bimbi sperduti vengono adottati dalla famiglia Darling e diventano degli adulti rispettati, mentre Peter promette a Wendy di tornare da lei e portarla ogni anno sull’Isola per fare le pulizie di Primavera.
Ma alla fine negli anni si dimentica di Wendy, e torna da lei solamente quando questa è diventata adulta, facendolo disperare, e scegliendo infine di sostituirla con la figlia – Jane, che si vede nel sequel del 2002 – e tutte le discendenti di Wendy nei secoli dei secoli…
Il sacrificio del cervo sacro (2017) è la seconda collaborazione di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell, nonché il suo secondo film hollywoodiano dopo The Lobster (2015).
A fronte di un budget di 3 milioni di dollari, è stato nel complesso un buon successo commerciale, con 10 milioni di incasso.
Di cosa parla Il sacrificio del cervo sacro?
Steven Murphy è uno stimato cardiologo con una famiglia apparentemente felice. Ma nasconde un importante segreto…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Il sacrificio del cervo sacro?
Dipende.
Purtroppo ho veramente poco apprezzato questa pellicola: mi è sembrata così piena di idee interessanti, ma al contempo davvero così poco efficace nel realizzarle, non riuscendo sostanzialmente mai a raccontare in maniera credibile i personaggi e le loro dinamiche.
Una situazione che ho trovato a tratti esasperante, nello specifico nei momenti in cui sembrava che Lanthimos volesse stupire lo spettatore, più che riuscire a creare delle scene che riuscissero a suscitare dei sentimenti sinceri e naturali nello stesso.
Peccato.
Tensione
Le dinamiche del primo atto sono quelle che ho trovato più pretenziose.
Per lunghi tratti Lanthimos cerca di costruire un certo tipo di tensione ed inquietudine, con alcuni trucchi registici purtroppo necessari: dalla musica lugubre e tesa, fino ai personaggi che parlano senza che si senta la loro voce, tutto serve a creare un’inquietudine di fondo che altrimenti da sola la messinscena non riuscirebbe a sostenere.
E in effetti molti elementi che avrebbero potuto nutrire meglio la scena e renderla più viva e credibile sono del tutto mancanti: mancando l’antefatto, mancando la costruzione del rapporto e la sua esasperazione, lo spettatore viene catapultato nell’atto finale di un rapporto ormai sviluppato.
E per questo il colpo di scena è poco funzionale.
Disturbo
Più che un effettivo plot twist, è come se Martin dovesse raccontare in che direzione deve andare la trama.
Ed è veramente un peccato.
L’idea centrale della trama poteva essere davvero interessante, e in generale l’atto centrale è quello che funziona meglio e senza troppe sbavature, grazie proprio all’unico personaggio che effettivamente riesce a rendersi sufficientemente tridimensionale.
Infatti il protagonista è l’unico che sembra avere delle reazioni credibili, al contrario degli altri personaggi – compreso il personaggio di Barry Keogan – che sembrano davvero delle banderuole che si piegano ogni volta alle necessità della trama.
Dio
Martin è un dio?
A differenza del resto della produzione di Lanthimos, in questo caso è presente un elemento fantastico che dovrebbe reggere l’intera trama, e che evidentemente Lanthimos non voleva spiegare, e che proprio per questo risulta così poco funzionante nell’economia narrativa.
Di fatto non sarebbe stato effettivamente necessario raccontare come fosse possibile che Martin potesse piegare gli eventi a suo favore, ma sarebbe bastato costruire un minimo il perché fosse capace di tali atti – mentre così ne risulta una voragine narrativa che azzoppa la storia.
Oltretutto la presenza di questo personaggio è terribilmente scostante, e anche in questo senso si sarebbe potuto fare molto di più per mostrare un personaggio che osserva dall’esterno gli avvenimenti, e che ricorda costantemente al protagonista la minaccia che sta vivendo.
Estetica
I personaggi tuttavia peggio caratterizzati sono i figli.
In questo senso nel terzo atto il film vive di un taglio grottesco molto fine a sé stesso, in cui i personaggi si muovono a carponi per finalità puramente estetiche, con una dinamica che si inserisce proprio all’interno dei loro comportamenti funzionali solo alla trama e alla volontà di stupire lo spettatore.
Così queste figure sono a tratti disperate, arrivando a pregare il padre di non ucciderli, ora sembrano invece immersi in un sogno, in particolare Kim, che ora sembra succube di Martin, ora sembra sicura di non essere uccisa, ma che infine arriva nuovamente a pregare il padre di risparmiarla.
Così questi personaggi occupano fin troppo la scena e tolgono invece respiro all’evoluzione del dilemma morale di Steven, che si riduce infine ad una sorta di roulette russa per evitare che la sua famiglia venga sterminata, con una chiusura che non racconta di fatto nulla sulle conseguenze della sua scelta…