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L’arpa birmana – Il peso della collettività

L’arpa birmana (1956) di Kon Ichikawa è un dramma storico ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

A fronte di un budget sconosciuto, ha incassato 33 mila dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla L’arpa birmana?

Mizushima è un soldato parte di un battaglione nipponico fermo in Birmania con una particolarità: essere un superbo suonatore d’arpa.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere L’arpa birmana?

Assolutamente sì.

L’arpa birmana si inserisce nelle produzioni nipponiche che riflettono sul tema della guerra in maniera molto differente da come siamo abituati in ambito occidentale, collegando la tragica sconfitta bellico al sempiterno tema della rinascita del paese.

La particolarità di questo film è che, a differenza di titoli ben più pesanti come City of Life and Death (2009) e La tomba delle lucciole (1886), riesce a riportare la narrazione sul piano più dell’individuo e della pesantezza della responsabilità, verso anche quelle persone che un tempo chiamava amici.

Destino

Mizushima è destinato al suo ruolo.

Il primo contatto con la popolazione locale è ostile quando catartico: viene spogliato sia fisicamente che metaforicamente dei suoi vestiti e quindi della sua identità da soldato e, per estensione, del suo ruolo come portatore di morte che vuole solo fare ritorno in patria.

Elemento ancora più sottolineato dalla inaspettatamente dolcissima scena dell’incontro con l’esercito inglese, che i soldati prima affrontano fingendo di essere in stato di pace e tranquillità, immersi in un momento conviviale senza un pensiero al mondo…

…per poi ritrovarsi immersi in un canto di pace e fratellanza, in cui due popoli così lontani culturalmente e linguisticamente riescono a ritrovarsi nel comune confronto di un conflitto ormai concluso, in un commovente scambio canoro che sembra già da solo chiudere la questione.

Ma non tutti sono d’accordo.

Pace

L’arpa è simbolo di unione…

…o di codardia?

Il protagonista è costantemente scelto nel ruolo di mediatore, proprio forte delle sue melodie che, con un linguaggio non verbale, erano capace di confortare o avvertire i propri compagni, anche nell’incontro con l’altro esercito sicuro della possibilità di una conclusione pacifica.

Eppure proprio in questo frangente emerge un tema ben più doloroso – che sarà poi ampiamente affrontato, fra gli altri, da Lettere da Iwo Jima (2006): il senso di onore di un popolo legato ad una tradizione per cui la vittoria, sia da vivi che da morti, è l’unica via possibile per uscire di scena.

E così, davanti ad una conclusione che sembrava già scritta, Mizushima si scontra violentemente con l’ottusità di questo pensiero, in cui neanche una pace forzata può essere accettata, arrivando inevitabilmente fino al tanto agognato annientamento onorevole.

Eppure, è solo l’inizio.

Rinascita

La rinascita di Mizushima è rappresentativa del Giappone del secondo dopoguerra.

Come all’inizio il protagonista vive ingenuamente nella parentesi bellica con il solo fine di tornare a casa e i suoi compagni si gettano testardamente nel proseguo dello scontro, allo stesso modo il Giappone è intrappolato in sogno di vittoria e onore che è infine costretto a lasciarsi alle spalle.

Infatti, con l’esplosione che segna il fallimento della missione quanto del dramma di Hiroshima, si staglia davanti agli occhi del protagonista la tragedia umana in tutta la sua brutalità, di un popolo inutilmente disperso in un paese straniero.

Per questo, Mizushima non può più tornare indietro.

Prigione

Il protagonista è devastato da una ferita difficilmente sanabile.

Mizushima sceglie consapevolmente di alienarsi dal suo battaglione, dai suoi amici, di cambiare forma e aspetto fino a rendersi irriconoscibile persino a sé stesso, se non fosse per l’elemento che ne ha definito l’identità fino a quel momento, ma ora con un significato totalmente diverso.

L’arpa.

Il fragile strumento sembra l’unico filo che ancora collega il protagonista alla sua vecchia vita, diventando l’eco di una vita a cui non può più tornare, non prima di aver risolto la drammatica responsabilità che senta di portare sulle spalle: rendere giustizia a chi è morto per lui.

E allora per i suoi compagni – e per il suo paese – rimane un’unica, debole testimonianza persa nel tempo: la voce del pappagallo, anzi dei due pappagalli che rappresentano il prima e il dopo, e che restano in mano ai suoi compagni come promessa, forse, un giorno di ricongiungersi…

…o, per un paese, di rinascere.

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Flags of our fathers – Un brandello

Flags of our fathers (2006) di Clint Eastwood è l’altra parte di Lettere di Iwo-Jima dello stesso regista.

A fronte di un budget abbastanza importante – 55 milioni di dollari – è stato un pesante insuccesso commerciale: appena 65 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Flags of our fathers?

1945, Giappone. Un gruppo di marines appena arruolati si imbarca nell’importante missione di conquista di Iwo Jima. Ma la realtà del fronte è molto meno eroica di quanto potessero pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Flags of our fathers?

Assolutamente sì.

Se Lettere da Iwo Jima era un interessante spaccato sul valore della guerra per la parte nipponica, Flags of our fathers è una riflessione quanto mai lucida sul concetto fittizio di eroismo statunitense, mettendo in discussione la propaganda bellica che infestò la società statunitense per tutto il Novecento – e oltre.

E la narrazione visiva di Eastwood è precisa e puntuale, rendendo anche registicamente i temi affrontati e non caricando mai eccessivamente la scena di facile pathos, ma raccontando i momenti salienti con grande abilità e consapevolezza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Indizi

La guerra è eroismo…

…oppure no?

Nel loro avvicinarsi al campo di battaglia, i giovani protagonisti cominciano ad allontanarsi dal sogno fittizio dell’eroismo sul campo di battaglia, come si vede nella graduale consapevolezza che li assale quando vedono uno dei loro compagni crollare in acqua:

So much for “No man left behind”.

E poi dicono “Nessuno viene lasciato indietro”.

Questa prima realizzazione li accompagna anche nello sbarco, quando si approcciano su un panorama apparentemente tranquillo, ma che in un istante si trasforma in una baraonda incontrollabile, in cui basta un attimo per passare da futuro eroe a cadavere cannibalizzato dalla propaganda.

E in questo frangente Eastwood brilla particolarmente con una regia dinamica e tridimensionale, che riesce ad abbracciare la scena da ogni punto di vista, raccontando semplicemente un gruppo di giovani che uno dopo l’altro, crollano a terra senza una parola.

In altre parole, delle pedine assolutamente sacrificabili…

…o facilmente vendibili.

Brandello

La bandiera protagonista della storia ha diversi significati.

Di fatto i media strappano da una realtà ben più complessa e dolorosa un brandello del tutto insignificante, vendendolo come la summa dell’esperienza al fronte e dell’impegno dei nostri ragazzi sul campo per tenere alto l’onore della patria.

O, in altro modo, vendendo quello che gli Stati Uniti vorrebbero.

La Seconda Grande Guerra fu un punto di partenza fondamentale per gli States nello scacchiere internazionale, portandoli ad essere protagonisti di diversi conflitti del tutto disinteressati, in realtà funzionali a cementificare il proprio potere militare su scala mondiale.

Per questo quella foto è così significativa: rappresenta il vero obbiettivo dell’intervento statunitense nel conflitto, ovvero riuscire ad imporre la propria importante presenza in una terra che non era la loro, con una bandiera progressivamente sempre più ingombrante e spettacolare…

…ignorando tutto il resto.

Spazio

La bandiera soffoca tutto il resto.

La comprensione dell’importanza simbolica della foto protagonista del film è raccontata fin da subito, quando la prima bandiera, troppo piccola e insignificante, viene presto sostituita da una più importante, che si ingrandisce sempre di pari passo alla progressione della storia

…finendo per soffocare, con i suoi colori vivaci e chiassosi, l’individualità dei suoi stessi portatori.

Un elemento che si nota in particolare nella composizione delle figure umane fotografate: le stesse perdono progressivamente sempre di più colore – come già il fronte è caratterizzato da una fotografia desaturata – fino ad essere sigillate all’interno di un biancore candido della una statua celebrativa…

…ed, infatti uno dei suoi protagonisti fa notare che, se avesse saputo che la foto avrebbe avuto tutta quella importanza, si sarebbe mostrato in volto, e non di spalle.

E questa è la chiave per la comprensione del concetto cardine del film.

Eroe

Gli Stati Uniti hanno bisogno di eroi vuoti.

Infatti, più è sfumata l’identità di queste figure, tanto è più facile utilizzarla per scopi politici, tanto è più facile attribuire meriti inesistenti per riempire il vuoto lasciato dai soldati morti sotto quella stessa bandiera, e, infine, tanto è più facile per il pubblico riconoscersi in quegli eroi.

In una società dominata dall’individualismo più sfrenato, la guerra diventa la promessa di affermazione personale, una possibilità nelle mani di chiunque abbia il coraggio di abbracciare un fucile, e così questi presunti eroi diventano uno spauracchio per ingrossare ancora di più le fila dell’esercito.

Eppure, loro stessi non si sentono eroi.

Una volta lasciatasi alle spalle la propaganda, le false promesse e un’idea di guerra fittizia, il fronte si concretizza in tutta la sua brutalità e immediatezza: non una lotta per la patria, ma una lotta per la sopravvivenza di sé stessi e dei propri compagni.

Insomma, i giovani protagonisti vivono un dramma ulteriore: non solo la tragica impotenza davanti ad un futuro definito dalla pura casualità, ma anche il peso delle aspettative che la società ha nei loro confronti, ma che non si sentono di poter realisticamente soddisfare.

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Il pianista – Dall’altra parte

Il pianista (2002) di Roman Polanski è uno dei titoli più noti della sua carriera sia, più in generale, del cinema sull’Olocausto.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 35 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 120 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Il pianista?

Władysław Szpilman è un ottimo pianista che riesce a conquistare le folle grazie al suo programma radiofonico. Eppure la radio è fra le prime cose che gli toglieranno in quanto ebreo

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il pianista?

Adrien Brody in una scena di Il pianista (2002) di Roman Polanski

Se vi dicessi assolutamente sì non sarebbe abbastanza.

Il pianista è indubbiamente una delle migliori opere in assoluto sul tema, proprio per la sua capacità di farci spostare l’occhio dai lati più strazianti della vicenda verso una prospettiva diversa, di cui è rimasto ai margini della storia.

Oltretutto, la regia è precisa e perfetta nella sua dovuta freddezza e nel suo consapevole distacco, che permette di inquadrare le vicende con occhio più lucido, guardando oltre l’orrore immediato e riflettendo sullo stesso in maniera ben più profonda e contemporanea.

Insomma, non potete perdervelo.

Flusso

Adrien Brody in una scena di Il pianista (2002) di Roman Polanski

L’incipit de Il pianista è significativo.

Il punto di partenza è la realtà più piccola ed apparentemente protetta della radio, dove il protagonista fa innamorare il pubblico con la sua esibizione, per essere poi drasticamente interrotto da un’esplosione che ne trancia l’esibizione.

È così la macchina nazista che ha fatto irruzione.

Infatti la vicenda comincia in un certo senso in medias res, quando la repressione sistematica degli ebrei è già stata avviata, e Szpilman e la sua famiglia sono già sottoposti alle costanti riduzioni della loro libertà personale, disgregata pezzo per pezzo, diritto dopo diritto.

E vani sono i tentativi dei personaggi di conservare la propria dignità, di vivere sotto traccia, perché è la loro stessa esistenza ad essere minacciata, il loro esistere sotto lo stesso cielo di Hitler e dei suoi seguaci, per cui anche passeggiare su un marciapiede è un delitto.

E già qui si spargono i semi del tema cardine della pellicola.

Passivo

Adrien Brody in una scena di Il pianista (2002) di Roman Polanski

Perché nessuno interviene?

È una domanda quanto mai attuale, che potrebbe farsi uno spettatore sia de Il pianista, sia delle vicende storiche raccontate in toto: il panorama sociale sembra dominato da un popolo di indifferenti o, peggio, di omertosi, financo di complici.

Insomma, una prospettiva piuttosto desolante: oltre alle timide proteste dette a bassa voce, nessuno sembra avere la capacità di ribellarsi e di opporsi effettivamente al potere dominante, e tutti rimangono impotenti ad osservare la storia mentre si compie drammaticamente davanti a loro occhi.

Eppure, Polanski non vuole condannare questo aspetto.

Adrien Brody in una scena di Il pianista (2002) di Roman Polanski

La rappresentazione dell’occupazione nazista è estremamente significativa per comprendere la portata dell’orrore a cui si doveva far fronte: pur nelle loro sfumature, i nazisti sono rappresentati come cani lasciati a briglia sciolta, che agiscono con la consapevolezza di poter rimanere infinitamente impuniti.

Proprio per questo la violenza, come il prepotente schiaffo che Samuel Szpilman ottiene in piena faccia per aver osato passeggiare sul marciapiede, appare improvvisa, irragionevole e senza una logica, se non il puro desiderio di esercitarla.

Adrien Brody in una scena di Il pianista (2002) di Roman Polanski

Di fatto, nessun cittadino polacco, che fosse ebreo o meno, poteva sentirsi al sicuro, in quanto era possibile che persino il più innocente di loro potesse essere casualmente scelto per essere la vittima del giorno – e senza nessuna ragione.

Ma la paura non ci ha resi immobili.

Reazione

Il pianista non parla di eroi.

Szpilman si fa largo in un panorama profondamente ambiguo, una rete umana di cui riesce a comprendere vagamente i contorni, una catena di contatti che lavorano sottobanco per fare quello che possono per arginare l’incontrollabile minaccia nazista.

Ma i limiti delle loro possibilità sono subito evidenti nei continui cambi di dimora, nel protagonista che spesso si trova abbandonato a se stesso, costretto a cibarsi degli ultimi avanzi che la miseria ha lasciato dietro di sé, sempre più irriconoscibile nella forma.

Ed è un discorso tanto più interessante quando si parla di Wilm Hosenfeld.

Polanski ha a mio parere consapevolmente riscritto la storia di quello che sarebbe definibile, senza timor di smentita, un eroe di guerra – o, più correttamente, giusto fra le nazioni – che fu un punto di riferimento fondamentale per diversi ebrei che riuscirono a sfuggire dallo sterminio.

Nella scena dell’incontro fra i due infatti sembra come se il dubbioso nazista scelga di salvare Szpilman per le sue incredibili capacità di musicali, mentre per me il suo approccio ha un significato ben più profondo: il protagonista è la scintilla di una consapevolezza sopita.

Arbitrio

Sono innumerevoli i personaggi che potrebbero definirsi pentiti di aver supportato la dittatura nazista, nonostante il loro appoggio potesse essere derivato dalle motivazioni più diverse – ambiziosi personali, opportunità di carriera, o un semplice essere coinvolti senza neanche rendersene conto.

Per questo Szpilman e, soprattutto, la sua musica, può essere interpretata come il racconto del perno di una collettività fragile, ribaltata dall’esasperazione degli odi interni da parte di Hitler, ma mai veramente soffocata dalla stessa…

…e che Hosenfeld vede in quel momento la possibilità di ricomporre.

In altri termini, questo perfetto nazista si trovava in una situazione di totale libero arbitrio, in cui poteva ancora decidere di agire impunemente, e in cui ha scelto da che parte della storia stare, rendendo la salvezza del protagonista l’ultimo atto del suo importante ripensamento.

E così arriviamo all’ultimo punto della riflessione.

Spettatore

Chi è Władysław Szpilman?

La narrazione sull’Olocausto raramente si distacca da un racconto a tre piuttosto semplice ed immediato.

Ovvero eroi, vittime e carnefici.

E per quanto sia sicuramente una narrazione rappresentativa del dramma nazista, spesso la stessa tende ad allontanare il discorso dallo spettatore che non ha vissuto in prima persona i fatti raccontati e che, per questo, li vede come isolati e lontani dal suo presente.

Invece, Il pianista si propone proprio di raccontare la tragedia più profonda, quella di un popolo talmente sconvolto da spesso non essere capace di opporsi, ma solo di rimanere a guardare – o, al massimo, di reagire quando non vi è più alcuna possibiltà di vittoria.

Adrien Brody in una scena di Il pianista (2002) di Roman Polanski

Ed è proprio quello che Szpilman rappresenta.

Il protagonista potrebbe essere quasi definito un ignavo, una persona che è riuscita, mai per merito suo, ma sempre grazie ad altre figure più proattive, oltre ad una buona dose di fortuna, a salvare se stesso.

Szpilman rappresenta insomma tutto il sommerso, l’uomo comune che è finito in balia degli eventi, che si pose, anche nei decenni successivi, nella posizione di riflettere sulla radice della vertiginosa ascesa dei totalitarismi, una causa intrinseca nella società umana, di cui è stato sempre spettatore inconsapevole…

…proprio come ben racconta lo scambio finale:

– E perché indossi quel cappotto?
– Ho freddo.

Perché la regia di Polanski è così fredda?

In coda, vorrei analizzare la regia di una scena emblematica de Il pianista.

In uno dei primi momenti all’interno del ghetto, la famiglia Szpilman si trova ad osservare l’irruzione di un gruppo di nazisti nel palazzo di fronte – uno dei momenti cardine del racconto dell’impotenza dei personaggi davanti alla storia:

Ma l’aspetto interessante è come la scena è raccontata.

Come siamo abituati ad un cinema sul tema caricato all’inverosimile di momenti drammatici e toccanti, con una regia che abbonda – e, spesso, abusa – di primi piani stretti e particolari sul dolore protagonisti, impegnandosi nello spremere più lacrime possibili nello spettatore…

…allo stesso modo Polanski sceglie una regia fredda e distante, che alterna piani americani sulla famiglia Szpilman, sostanzialmente immobile e impotente, ad accezione del grido subito soffocato della madre, e una camera fissa con campi medi sulla scena dell’appartamento di fronte.

Un’importante scelta di stile e di significato che dimostra come, anche spogliando la storia delle sue punte più violente, anche limitandosi a mostrare corpi che cadono muti a terra, personaggi impacciati e umiliati che ballano o sono trascinati via a bocconi…

…l’immensità del dramma arriva comunque potentissima.

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Niente di nuovo sul fronte occidentale – Le due facce

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All’ovest niente di nuovo, è la più nota trasposizione dell’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque.

A fronte di un budget di 1.3 milioni (circa 24 oggi), è stato un ottimo successo commerciale: 3.1 milioni in tutto il mondo (circa 56 milioni di dollari oggi).

Di cosa parla Niente di nuovo sul fronte occidentale?

Germania, 1916. Alle porte della Grande Guerra, un gruppo di giovani studenti è spronato a farsi avanti per il proprio paese. Ma la realtà del fronte è molto meno eroica di quanto promessa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Niente di nuovo sul fronte occidentale?

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

Assolutamente sì.

Anche se avete visto la versione del 2022, questa trasposizione è un’esperienza completamente diversa: in un’ottica a suo modo più ingenua, il film del 1930 riesce a tratteggiare una quotidianità che alterna il comico e il drammatico, con punte quasi grottesche.

Più che un film, uno spaccato di un nascente sentimento anti-bellico, che cercava di evadere la retorica nazionalista ed eroica della guerra, proprio quando questa si stava prepotentemente per ripresentare con il secondo grande conflitto del Novecento. 

Insomma, da non perdere. 

Sogno

Niente di nuovo sul fronte occidentale si apre un sogno.

Il paese è in festa per una nuova occasione di dimostrare il proprio valore e il proprio eroismo, con i cittadini semplicemente entusiasti per una tale prospettiva, mentre gradualmente la visione si sposta verso una classe apparentemente impegnata in una lezione di greco…

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

…in realtà presto rivelata come anch’essa parte dell’entusiasmo generale, con il professore che induce nelle menti dei giovanissimi studenti un sogno del tutto fittizio, ma che riesce infine a convincerli ad arruolarsi, forti degli orizzonti di gloria promessi.

Ed è tanto più straziante vederli inseguire questo sogno impossibile quando affermano che in poco tempo saranno coperti di medaglie…

…quando in realtà il più grande regalo del fronte sarà un cambio di prospettiva.

Priorità

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

Il fronte è un mondo a parte.

I giovani volontari entrano nel microcosmo della trincea forti di capisaldi di una quotidianità civile che non valgono più nulla in un panorama cui il primario obbiettivo di ogni individuo è la semplice sopravvivenza, che sia sul campo di battaglia o nel nutrimento quotidiano.

Infatti presto i giovani protagonisti dovranno fare i conti con una routine in cui la sazietà è messa al bando, in cui un pasto effettivo diventa quasi una concessione, una breve quanto preziosa pausa da un fronte in cui il combattimento non sembra mai cessare.

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

E in questo contesto anche l’individuo è annullato.

Niente di nuovo sul fronte occidentale ci tiene particolarmente a mostrarci una guerra di uomini e non di paesi, in cui figure dall’appartenenza politica indistinguibile si scontrano crudelmente per la reciproca sopravvivenza.

E così un amico non è più un amico, ma un cadavere troppo pesante, troppo rischioso da portare in salvo, un paio di stivali nuovi non sono un semplice pezzo di abbigliamento, ma una piccola gioia temporanea da sottrarre al cadavere del malcapitato proprietario.

E, infatti, la prospettiva del fronte non è univoca.

Genuino

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

A differenza della più recente trasposizione, la versione del 1930 non ha una precisa finalità.

Se infatti il film di Edward Berger voleva programmaticamente – e comprensibilmente – spogliare il mito della guerra eroica e svelarne invece gli orrori, questa prima versione cinematografica desiderava semplicemente tratteggiare un fronte di gioie e dolori.

Così accanto a momenti veramente strazianti della trincea, fra la sostanzialmente perdita di senno dei soldati che vivono per giorni sotto al fuoco incrociato e che cercano disperatamente di mantenere in vita il loro compagno, si alternano scene di più semplice quotidianità.

La pellicola anzi non si risparmia nell’utilizzare dei toni più tipici della commedia, per raccontare momenti di leggerezza, che, inseriti all’interno di un contesto così tragico, risultano in realtà destabilizzanti nel mostrare una quotidianità dettata dalla mera sopravvivenza…

…in cui l’individuo non può concedersi neanche per un momento di abbassare la guardia.

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Land of mine – Quel che resta del mio nemico

Land of mine (2014) di Martin Zandvliet è un dramma storico che racconta un capitolo piuttosto buio del secondo dopoguerra europeo.

A fronte di un budget piccolino – circa 6 milioni di dollari – nonostante la candidatura agli Oscar come Miglior film straniero, fu un pesante insuccesso commerciale, non riuscendo neanche a coprire le spese di produzione.

Di cosa parla Land of mine?

Danimarca, 1945. Dopo la resa della Germania, un gruppo di prigionieri di guerra tedeschi viene incaricato di ripulire le spiagge danesi dalle mine antiuomo nascoste sotto la sabbia. Ed è solo lo spunto per una riflessione ben più ampia…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Land of mine?

Assolutamente sì.

Land of mine si inserisce in quel tipo di produzioni assolutamente necessarie, riuscendo a riflettere lucidamente su tematiche storiche spesso banalizzate e raccontate faziosamente, affiancandosi invece ad ottimi titoli come La caduta (2004) e Vittime di guerra (1989).

Resta per questo un film estremamente crudele, che, per quanto cerchi di mantenere un sguardo tutto sommato positivo e speranzoso sul futuro, non manca di includere non poche scene che lasciano poco spazio all’immaginazione…

Terra

Il sergente Rasmussen è il punto di partenza.

Basta la primissima sequenza per inquadrare sia il suo personaggio, sia, più in generale il risentimento che dominava il pensiero comune della Danimarca (e non solo): un odio cieco verso qualunque rappresentante di una Germania ormai sconfitta e inerme…

…ma che era stata per un intero lustro promotrice di una guerra destabilizzante e distruttiva.

E, se il vero nemico è irraggiungibile, non resta che prendersela con quello che resta.

Anche se quello che resta non è altro che un pugno di giovani che hanno buttato via la loro giovinezza per le aspirazioni di potere di qualcun altro, e che ora vivono nell’ansia perpetua di dover contribuire alla rinascita di una patria totalmente annichilita.

E, proprio per questo, vanno puniti.

Punizione

I tedeschi non sono più umani.

Sono strumenti.

Strumenti di un percorso di vendetta e, in qualche modo, di catarsi: liberare l’Europa della loro scomoda e odiosa presenza, ripulire ogni traccia della loro colpa, anche a costo di essere coinvolti in un’operazione ancora più assurda e mortale della stessa guerra che hanno appena combattuto.

Per questo non c’è alcun tipo di pietà e di compassione verso questi ragazzini poco più che adolescenti, che possono essere lasciati morire – con una mina in mano o con la pancia vuota – che possono umiliati come le bestie che sono.

Perché questi personaggi si trovano in una zona grigia, in un momento della storia in cui tutto è permesso, dove basta nominare il loro paese d’origine e gli ultimi dieci anni per scusare ogni tipo di azione, di punizione, di disumanizzazione.

E, quando tutto è permesso, siamo solo noi a decidere cosa vogliamo essere.

Ricominciare

Da dove vogliamo ricominciare?

Il percorso di consapevolezza di Rasmussen attraversa vie tortuose e contraddittorie, in cui il personaggio si rende progressivamente conto di come questi innocenti ragazzi siano diventati la valvola di sfogo di un continente stremato e accecato dal desiderio di vendetta.

Perché, anche se li vuole vedere come i colpevoli, come i fautori di una distruzione imperdonabile, in realtà gradualmente i suoi nemici si rivelano per quello che sono: compagni leali, indifesi e pieni di sogni, che possono davvero essere il punto di partenza di una indispensabile riappacificazione fra popoli.

Ma la maggiore consapevolezza è anche di come questi animi gentili possano essere schiacciati e annientati, come la storia si possa in qualche modo ripetere a parti alterne, in cui il nemico diventa la vittima, arrivando ad punto di esasperazione tale da scegliere la strada dell’autodistruzione.

Per questo Land of mine sceglie di lasciarci infine con una nota di speranza, di allungare l’occhio verso un futuro, un presente più consapevole.

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1917 Avventura Azione Dramma storico Drammatico Film Film di guerra i miei film preferiti Racconto di formazione

1917 – La guerra tragica

1917 (2019) di Sam Mendes è uno dei più ambiziosi film di guerra dello scorso decennio, anche solo per l’utilizzo totale del piano sequenza.

A fronte di un budget non poco importante – 90 milioni di dollari – è stato un grande successo commerciale: 384 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla 1917?

1917, Fronte Occidentale. I due giovani soldati Tom Blake e William Schofield vengono incaricati di fare da messaggeri per una comunicazione fondamentale…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere 1917?

Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

Assolutamente sì.

1917 è un’opera di altissimo valore artistico, sia per l’utilizzo sapiente del piano sequenza – con diversi trucchi scenici per renderlo effettivamente possibile – sia per la grande sperimentazione sul lato della fotografia e della resa scenica.

Di fatto Sam Mendes riprende una trama tipica non tanto dei film di guerra, ma della narrativa bellica stessa – specificatamente quella statunitense – degli eroi per caso, riportandola però su un livello molto più terreno e realistico.

Insomma, da non perdere.

Il risveglio

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Io non so ben ridir com'i' v'intrai / tant' era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai (Inf. I, 10-12)

L’incipit di 1917 ci racconta già tutto del protagonista.

Will rimane per diversi minuti in primo piano, apparentemente addormentato, in realtà scegliendo consapevolmente di ignorare quello che gli succede intorno, preferendo invece sonnecchiare qualche momento in più.

Intanto, alle sue spalle, il compagno Blake si leva immediatamente, immediatamente è un soldato pronto all’azione, ed è anche il personaggio che incoraggia il protagonista a tirarsi in piedi e a cominciare la narrazione.

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

Così anche il dialogo seguente è rivelatorio.

Blake legge felicemente la sua lettera, dimostra un importante legame con la realtà oltre al fronte – anche per la presenza del fratello – mentre Will si dimostra piuttosto distaccato, e si rianima solo quando comincia a mangiare il suo panino.

Il panino – come poi il vino scambiato per la medaglia – rappresenta lo stato iniziale del protagonista: Will ha scelto di abbandonare la sua vita precedente, di non ritornare a casa e di vivere sul momento, pensando solo alle necessità immediate.

Per questo insiste così tanto nel non voler partire per la missione – cercando di distogliere il compagno da quell’idea in più occasione – non riuscendo a sentire il medesimo slancio nel voler portare a termine la missione.

Il limbo

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Allora si mosse, io li tenni dietro (Inf. I, 36)

La sezione della Terra di nessuno è incredibilmente ingannevole.

In più momenti il film cerca di convincerci che Will sia il personaggio destinato a morire – quando si ferisce la mano nel filo spinato, quando rimane vittima della bomba… – e forse anche quello che in qualche maniera se lo merita di più.

Infatti, come Blake è sicuro e impegnato nella sua missione, mosso soprattutto dal desiderio di riabbracciare il fratello, al contrario Will è amareggiato e disilluso, con l’apice drammatico rappresentato dal suo racconto sul perché si è liberato della medaglia e sul perché non vuole tornare a casa.

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

Lo stesso paesaggio è illusorio.

I due personaggi si muovono in uno spazio dove tutto sembra ormai già successo, dove la tragedia si è già consumata, tanto che le vittime ormai fanno parte del paesaggio stesso, nel ruolo di grotteschi punti di riferimento.

Questo inganno prosegue fino alla fine della sezione – l’arrivo alla fattoria – raccontando un mondo apparentemente immobile, ma in realtà incredibilmente attivo e reattivo nei confronti dei viaggiatori, pronto ad intrappolarli

E infatti…

Fervore

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
ma Virgilio n'avea lasciati scemi di sé, Virgilio dolcissimo patre, Virgilio a cui per mia salute die'mi (Pur. 49-51)

Con la morte di Blake, Will acquisisce nuove consapevolezze.

Avendo scelto ormai da tempo di chiudere il suo cuore a qualunque sentimento, davanti alla morte di un innocente, davanti all’impossibilità di salvarlo – nonostante la possibilità fosse a portata di mano – il protagonista si risveglia.

Per quanto già nella sequenza successiva sembri ingoiato dalla scena, rimanendo una presenza silenziosa durante i dialoghi dei soldati sul camioncino, in realtà al primo intoppo della missione si riscopre incredibilmente attivo e coinvolto.

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

La morte di Blake rappresenta insomma per Will un risveglio di coscienza, la riacquisizione di un senso di impegno e di importanza, anche se non della guerra, ma, piuttosto, della vita umana: come il compagno è ingiustamente morto, così la vita di molti soldati è nelle sue mani.

Il distacco dai discorsi propagandistici è esplicitamente raccontato dal breve scambio fra i giovani sul camioncino: soldati che non parlano né di gloria né di nemici, ma bensì esprimono pensieri molto più pratici, splendidamente ingenui.

Fra tutti, mi ha colpito profondamente il discorso di uno dei soldati riguardo ai tedeschi:

Why they just don’t bloody give up? Don’t they wanna go home?

Perché cavolo non si arrendono poi? Non li aspettano a casa?

La Genna

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
e caddi come l'uom cui sonno piglia (Inf. III, 136)

Come in qualche modo gli aveva predetto il suo superiore – Giù nella Geenna (l’inferno) o su al trono nel cielo più rapido viaggia chi viaggia da soloWill si trova da solo nel primo effettivo fronte

…o il primo effettivo inferno.

E se la luce poteva aiutarlo a muoversi in un panorama meno angosciante, uno sfortunato incontro con il nemico lo porta a cadere svenuto per diverse ore, ritrovarsi infine sveglio in un panorama che vive di una totale dualità.

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Quell'è 'l più basso loco e' l più oscuro, è 'l più lontan dal ciel che tutto gira (Inf. IX, 28-29)

Tenebra e fuoco.

Comincia così una corsa disperata fra l’oscurità e la fiamma, riuscendo solo in parte a portare a termine il suo nuovo proposito, ereditato da Blake: salvare più vite possibili lungo il suo cammino.

A poco serve la lieta sosta con la ragazza, con la quale si spoglia di tutti i suoi averi, perché il tocco improvviso delle campane gli ricorda che il suo viaggio non è finito: ci sono ancora nemici da uccidere, pallottole da evitare, tragedie da sventare…

La quiete

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Tratto m'avea il fiume infin la gola, e tirandosi me dietro sen giva sovresso l'acqua lieve come scola (Purg. XXXI, 94-96)

L’inizio dell’atto conclusivo di 1917 ha più significati.

La fuga nel fiume sembra inizialmente portarlo ad un inferno ancora peggiore, trovandosi totalmente travolto dai flutti, sospinto verso una cascata, inghiottito dall’acqua che sembra volerlo seppellire…

…per poi riemergere, dolcemente accarezzato dalle prime luci del mattino, ormai distrutto dal viaggio, ma trovandosi circondato da un simbolo che gli ricorda indirettamente Blake e la sua missione: i petali di ciliegio.

E una melodia dolce correva per l'aere luminoso (Purg. XXIX, 22-23)

In questa apparente calma Will si trascina lentamente fuori dal fiume e attraverso il boschetto, guidato dal dolce canto dei soldati in lontananza, come raccolti in preghiera, a cui si mischia ormai provato dal viaggio.

Di nuovo Will è uno spettatore silenzioso, che si risveglia improvvisamente quando i personaggi intorno a lui gli fanno intendere che è arrivato alla fine del viaggio, ma che ancora deve affrontare l’ostacolo più arduo: riuscire a farsi credere.

Agli occhi dei soldati e soprattutto degli ufficiali infatti il protagonista non è altro che un ragazzino impaurito che farfuglia cose senza senso, mentre si vede sfuggire dalle mani centinaia di vite che non ha potuto salvare…

La corsa

È a questo punto che Will dimostra veramente di essere cambiato.

Se all’inizio della pellicola era un soldato cinico e ignavo, che non voleva neanche lasciare la sicurezza della sua trincea, ora è una forza irresistibile, pronto persino a buttarsi in mezzo alla battaglia pur di portare a termine la sua missione.

Ma la sua apparente vittoria non è che l’anticamera di una lenta ma fondamentale realizzazione: sia nel dare la notizia della tragedia scampata che della morte di Blake, Will trova nei suoi interlocutori una profonda impotenza, un’insoddisfazione, persino un malcelato nervosismo.

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
se non che la mia mente fu percossa da un fulgore (Par. XXXIII, 140-141)

Probabilmente le sue azioni saranno premiate con una fondamentale spilla da portare al petto, ma il vero guadagno di Will è l’amara realizzazione che questo era solo un altro giorno al fronte.

La guerra non è finita oggi: oggi ha solo salvato un pugno di innocenti che domani probabilmente moriranno comunque, in questa spirale di dolore e violenza che è ancora lontana dall’esaurirsi.

Ma almeno ora il protagonista ha il coraggio di guardare le foto della sua famiglia, di ricominciare a pensare ad una realtà altra oltre a quella del fronte, un paradiso forse, a cui guardare in questo attimo di quiete…

…prima del prossimo massacro.

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City of life and death – L’impossibilità della ragione

City of life and death (2009) di Lu Chuan è un film di produzione cinese che racconta, con un taglio il più possibile imparziale e asciutto, il dramma del cosiddetto Massacro di Nanchino.

A fronte di un budget di circa 12 milioni di dollari, incassò circa 10 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla City of life and death?

Sullo sfondo della tragedia di Nanchino, diversi personaggi si avvicendano sullo schermo con i loro drammi personali e collettivi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere City of life and Death?

Assolutamente sì.

Ma.

City of life and death è un’opera davvero di grande valore, che non solo racconta una delle vicende più agghiaccianti della storia del Novecento, ma sceglie di farlo con un taglio quasi documentaristico, preciso, e che non mostra più del necessario…

…ma che quel poco che mostra basta per raccontare dinamiche davvero difficili da digerire, e che probabilmente non tutti sono pronti ad affrontare, per quanto sia un prodotto che vale assolutamente la visione.

Insomma, vi ho avvertito.

City of life and death realtà

Alcune utili indicazioni per orientarsi nel film.

Il Massacro di Nanchino, conosciuto anche come Stupro di Nanchino, è stato un insieme di crimini di guerra perpetrati dall’esercito giapponese a Nanchino, all’inizio della seconda guerra sino-giapponese.

La città, in quel periodo capitale della Repubblica di Cina, era caduta in mano all’Esercito imperiale giapponese il 13 dicembre 1937 e per circa sei settimane, tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, i soldati giapponesi uccisero circa 300.000 persone.

Ecco una piccola galleria di foto d’epoca.

L’impossibilità della ragione

Fin dal suo incipit, in City of life and death sembra rimbombare la domanda fondamentale de La sottile linea rossa (1998):

This great evil…where’s it come from?

Questo grande male…da dove viene?

Eppure inizialmente in scena vediamo quello che forse è il minore dei mali dello Stupro di Nanchino: un’uccisione sistematica della popolazione cinese, portata avanti sulle prime da un’idea dell’annientamento sistematico del nemico.

La radice di questo grande male può infatti facilmente essere ritrovata all’interno del pensiero e della propaganda anti-cinese tipica di quegli anni in Giappone – un sentimento che non si è ancora del tutto spento – che rendeva del tutto normali certi tipi di azioni.

Un’eliminazione quasi meccanica, fredda, dettata unicamente dal dovere di proteggere la propria nazione dal nemico…

Ma la situazione diventa sempre più incomprensibile più ci si addentra nell’esplosione di violenza incontrollata, fino al punto in cui i soldati giapponesi penetrano negli ospedali improvvisati dei rifugiati per sparare in testa a civili indifesi

E questo è solo il preludio di un atto ancora più incomprensibile.

Lo stupro sistematico.

Il male comune

C’è stato qualcuno che ha scritto: «L’inferno è l’impossibilità della ragione». Questo posto è così, è l’inferno.

Alle donne non basta privarsi del loro essere donne per poter non essere violate costantemente, così come agli uomini non basta fingere di non essere soldati per salvarsi come prigionieri civili: non esiste più la ragione, la razionalità.

L’unico elemento che rimane è la comunità.

E con due significati.

La comunità è quella che un pugno di donne, già ripetutamente violate e che hanno davanti agli occhi nient’altro che disperazione, miseria e lo stupro sistematico dei loro concittadini, scelgono di salvare.

Così, nella devastante sequenza dello stupro di gruppo, questi corpi ormai senza dignità – e, infine, anche senza vita – vengono sistematicamente violati, umiliati, distrutti, quasi a simboleggiare l’agghiacciante stupro che è calato sulla città stessa.

Ma il senso di comunità è anche quello che giustifica non un mero stupro, ma una costante violazione della vita e della dignità di altri esseri umani, una costante umiliazione e una violenza fuori controllo…

Perché, oltre al sentimento di comune disprezzo verso una razza inferiore, quello che muove le azioni dei soldati giapponesi è un senso di liberazione dalla colpa: se tutti sono colpevoli, se tutti stanno perpetrando lo stesso crimine, nessuno è davvero colpevole.

E allora cosa rimane?

Vita e morte

Life is more difficult than death

La vita è molto più ardua della morte

L’unico barlume di ragione dal lato giapponese è il personaggio di Kadokawa: il soldato cerca di ritrovare un qualche parvenza di normalità nel suo attaccamento a Yuriko, con cui spera di condividere qualcosa di più del semplice sesso.

Un amore e, forse, un matrimonio.

Ma la sua ricerca di un mondo razionale è costantemente contrastata da una realtà totalmente irrazionale, di cui fa inevitabilmente parte, e della cui colpa non può privarsi davanti al giudizio della Storia.

Per questo il finale si fonda su un tragico quanto potente contrasto.

Il soldato giapponese sceglie di togliersi la vita, ormai incapace di portarla avanti, tale è la colpa, tale è l’orrore che ha dovuto vedere e compiere, che non gli permetterebbe mai più di tornare ad una vita altra.

Ma la sua morte rappresenta anche la liberazione dei due prigionieri cinesi, in particolare il bambino, che corre spensierato con dei fiori fra i capelli, simbolo della profonda speranza, del profondo sentimento di rinascita che deve accompagnare un orrore che l’aveva ormai spenta.

Così, anche dal cadavere di Kadokawa, dalle rovine di Nanchino, potranno nascere nuovi boccioli.

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Vittime di guerra – L’incubo sommerso

Vittime di guerra (1989) è uno dei più interessanti film bellici del secolo scorso, per la regia di Brian De Palma, che poté dirigere due attori incredibili come Sean Penn e soprattutto Michael J. Fox, che dimostrò di saper fare anche molto altro oltre che Ritorno al futuro…

A fronte di un budget piuttosto contenuto per il tipo di produzione – appena 22 milioni di dollari, circa 54 oggi – fu comunque un pesante flop commerciale: 18 milioni di incasso (circa 44 oggi).

E i motivi sono piuttosto evidenti.

Di cosa parla Vittime di guerra?

Vietnam, 1966. Dopo avergli negato il ritiro in un bordello, Meserve ordina alla sua squadra di rapire una ragazza vietnamita per divertirsi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Vittime di guerra?

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Assolutamente sì.

Ma.

Vittime di guerra è uno di quei rari casi in cui un prodotto statunitense a tema bellico non si perde in una esaltazione degli eroi del fronte occidentale, ma sceglie di mostrare una realtà molto più amara e lontana dalla classica propaganda.

Tuttavia, se La sottile linea rossa (1998) è già di per sé un film piuttosto impegnativo emotivamente, la pellicola di De Palma può risultare una visione realmente devastante, visto il tipo di tematica trattata…

Ma ne vale assolutamente la pena.

Pedine

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

La guerra è disumanizzante.

I soldati sono calati in un contesto fortemente gerarchico, in molti modi spersonalizzati e ridotti a mere pedine, tanto che l’importanza della loro morte è del tutto ininfluente nel grande schema delle cose – anzi rappresenta sostanzialmente la quotidianità.

Ma, del tutto consapevoli di quanto sia opprimente una vita vissuta schiacciati sotto al peso di una morte imminente e di una disciplina stringente, sono gli stessi superiori che perdonano le peggiori oscenità dei loro soldati e cercano anzi di trovare uno sfogo a queste mine vaganti.

Ma se vengono privati anche di questo sfogo…

Il valore?

Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Lo stupro nel film ha molti significati, ma nessuno strettamente sessuale.

In primo luogo, lo stupro è una ribellione: vedendosi negato anche quel poco di libertà, di sfogo, Meserve si rivolta contro il sistema e organizza la sua rivincita – come un bambino che non può avere il giocattolo desiderato, e quindi lo ruba.

Ma la ribellione non basta.

Michael J. Fox e Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Non basta rapire una donna e dire di volerla violentare, se poi non si è capaci di farlo.

In questo senso l’atteggiamento ambiguo del personaggio ne rivela le due facce: da una parte un atteggiamento più umano, comprensibile, che lo porta persino a cercare sulle prime di curare ed accudire la sua preda.

Dall’altra, lo scoppio della violenza è paragonabile ad un bambino che vuole vedere quanto in alto può saltare prima di essere punito: una reazione selvaggia, senza freni, che serve solamente a dimostrare che Tony può violentare quella donna, è capace di farlo.

Concetto che si va ben ad inserire nella bidimensionalità della mentalità militare.

La bidimensionalità

Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

La guerra è bidimensionale.

In un mondo in cui se non vuoi essere pedina, se non vuoi essere un perdente, devi essere un eroe, devi dimostrare di sapere fare la guerra, non ci sono vie di mezzo: americano o vietcong, amico o nemico, vero uomo o frocetto…

Per questo lo stupro è, di fatto, una prova.

È una prova anzitutto per Meserve, verso sé stesso e verso gli altri, ed è una prova a cui deve sottoporre tutti i suoi compagni, per capire se sono uomini di valore o solo destinati ad una cassa da morto

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Allo stesso modo, la donna non è più una donna, ma uno strumento, una puttana, da utilizzare e da buttare via all’occorrenza, per dimostrare di essere capaci di percorrere fino in fondo quella strada verso la dimostrazione della propria virilità.

Una virilità incredibilmente violenta, come racconta molto bene la posizione di potere di Clark – con le gambe divaricate – con cui afferma di averle dato diversi colpi – col coltello e col pene – e per come lo stesso Meserve definisce il fallo un’arma.

Proprio per questo ogni volta il sergente sceglie di lasciare per ultimo Clark – nel turno della violenza – o di escluderlo dall’uccisione della donna: Meserve sa già quanto quell’uomo sia la perfetta rappresentazione della virilità violenta, che non ha bisogno di essere dimostrata ulteriormente.

Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

E così, anche la guerra è una prova.

Nelle sottili dinamiche della Guerra Fredda, un conflitto fatto più di sotterfugi e di mosse politiche che di vera forza fisica, una prova armata era fondamentale per riaffermare il dominio militare degli Stati Uniti – dovunque questo si potesse applicare.

E così il grosso fallo degli States affondò sul Vietnam.

Il risveglio

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Fra tutti, Eriksson è il personaggio più simbolico.

Se i suoi compagni raccontano la ferocia della guerra e di crimini spesso sommersi, il giovane soldato rappresenta una sorta di risveglio – o un auspicato risveglio – degli Stati Uniti, un ripensamento delle sue colpe.

In diverse occasioni Eriksson cerca di salvare o aiutare la donna, ma viene impedito dal peso della colpa dei suoi compagni: quando cerca di spogliarla per pulirle le ferite o di portarla via dall’accampamento, ogni volta la giovane si ribella.

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Non basta infatti solo una buona azione, non basta l’intenzione di riparare una colpa, per impedire che questa scintilla venga ingoiata nell’abisso della terribile reputazione e dell‘infamia che ha ormai macchiato una nazione.

E, anche quando effettivamente la giovane si fida di lui, lo stesso Eriksson è frenato dalla sua morale, che gli impedisce di diventare effettivamente un vergognoso disertore, di puntare il fucile verso i suoi compagni, nonostante questi siano degli stupratori e degli assassini.

Con poche righe di sceneggiatura De Palma riesce a raccontare l’animo contrastato e autodistruttivo di una nazione, che, nonostante sia consapevole delle sue follie anacronistiche – fra tutti, il possesso delle armi – è così ubriaca di una certa mentalità che le è veramente impossibile disfarsene.

Ma forse un risveglio è possibile.

Il regista gioca doppiamente con l’elemento onirico: Eriksson si sveglia improvvisamente da quel sogno, da quella realtà opprimente e definitiva, per rendersi conto che – forse – un’altra realtà è possibile.

Una realtà in cui la giovane vietnamita non è mai stata rapita né violentata, ma vive serenamente la sua vita senza paura di essere aggredita o privata della sua casa, dove anzi suggerisce all’ex-soldato (?) che la tragedia bellica era solo un incubo.

Ma allora qual è veramente il sogno: la guerra o un mondo senza la stessa?

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Lettere da Iwo Jima – Le due guerre

Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood si può annoverare fra i film di guerra di produzione occidentale più sui generis del cinema contemporaneo – basti solo pensare al fatto che è interpretato tutto da attori giapponesi in giapponese.

A fronte di un budget piuttosto contenuto per una produzione del genere – appena 19 milioni di dollari – fu un ottimo successo commerciale, con 69 milioni di incasso.

Di cosa parla Lettere da Iwo Jima?

Diverse storie di soldati semplici e generali innamorati del proprio paese si susseguono sullo sfondo della drammatica sorte dell’isola di Iwo Jima, ultima linea di confine per l’Impero Giapponese nella Seconda Guerra Mondiale…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Lettere da Iwo Jima?

Kazunari Ninomiya in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Assolutamente sì.

Lettere da Iwo Jima è una riproposizione dell’opera precedente dello stesso Eastwood, Flags of our fathers (2006), però portando il punto di vista giapponese della turbolenta vicenda di questa ultima linea di confine, in cui i soldati nipponici dovettero veramente dimostrare il loro valore

Attraverso una regia attenta e una scrittura il più possibile realistica e verosimile, con questa pellicola il regista statunitense porta in scena uno spaccato piuttosto variegato dei diversi sentimenti che popolavano l’altra parte del fronte…

Insomma, non ve lo potete perdere.

Lettere da Iwo Jima realtà

Alcune utili indicazioni per orientarsi nel film.

La battaglia di Iwo Jima (硫黄島の戦い Iōtō no tatakai?) si svolse durante la Guerra nel Pacifico (19 Febbraio-26 marzo 1945) nell’omonima isola giapponese tra le forze statunitensi e le truppe dell’esercito imperiale giapponese.

Insieme a Okinawa, Iwo Jima rappresentava uno scudo avanzato per le isole metropolitane dell’Impero giapponese che potevano essere coinvolte in uno sbarco degli Alleati: le due posizioni erano perciò presidiate da guarnigioni numerose e bene armate.

Anche per gli Stati Uniti, Iwo Jima rivestiva notevole interesse, poiché dagli aeroporti dell’isola sarebbero potute decollare le scorte di caccia ai bombardieri strategici Boeing B-29 Superfortress basati nelle isole Marianne e in Cina, che dal giugno 1944 colpivano le industrie e le infrastrutture giapponesi.

I lavori di fortificazione precedenti lo sbarco avevano trasformato l’isola in una vera e propria fortezza che, nonostante i bombardamenti preliminari effettuati dall’8 dicembre 1944, oppose una strenua resistenza alle unità statunitensi, principalmente del Corpo dei Marine, sbarcate il 19 febbraio sotto lo schermo protettivo di una completa supremazia aeronavale.

La feroce battaglia si concluse ufficialmente il 26 marzo 1945 con il quasi totale annientamento della guarnigione giapponese e la perdita di oltre 23 000 uomini fra morti e feriti per gli Stati Uniti (unico episodio della campagna di riconquista del Pacifico in cui gli USA soffrirono più perdite dei giapponesi).

Ecco una piccola galleria di foto d’epoca.

L’onore

Come per La sottile linea rossa (1998), anche Lettere da Iwo Jima può essere letto su più livelli.

Il primo livello è quello della guerra ideale.

Il senso di onore e di fedeltà all’Imperatore rendeva l’esperienza nipponica diversa per molti aspetti da quella statunitense: se all’interno del fronte americano vi era una ricerca dell’eroismo individuale, al contrario l’azione dell’esercito giapponese era volta alla salvezza della comunità.

Così vi è una generale consapevolezza persino da parte delle alte cariche dell’esercito di quanto la missione sia fondamentalmente suicida e senza speranza, al punto che persino la madrepatria si rifiuta di inviare i rinforzi adeguati.

Nonostante questo, sbocciano facilmente negli animi di questi personaggi slanci di patriottismo che li porta persino ad una sorta di suicidio fra il politico e rituale, all’urlo di 万歳 (banzai!) – Mille anni di vita all’ imperatore!

Di fatto per questi soldati è proibito tornare alla propria vita, non è possibile né arrendersi né farsi catturare, ma solo dimostrare fino all’ultimo la loro tenacia e fedeltà alla madrepatria, anche quando la stessa non sta facendo niente per aiutarli…

A metà

Ken Watanabe in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

In questo senso, Tadamichi Kuribayashi è una figura di mezzo fra le due guerre.

Dopo aver avuto un’esperienza fondamentale nella realtà militare statunitense, il generale cerca di trovare una via alternativa per risolvere con maggior successo una situazione già di per sé insalvabile, scegliendo la strategia dell’imboscata al posto della trincea suicida.

Tuttavia, le gallerie di Kuribayashi rappresentano due volti della sua personalità.

Ken Watanabe in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Se da una parte quegli intricati sotterranei possono diventare una roccaforte, un ultimo tentativo di protezione dei suoi soldati, al contempo è piuttosto rivelatorio il discorso di Saigo nelle lettere alla moglie:

This is the hole that we will fight and die in. Am I digging my own grave?

Questo è il buco in cui combatteremo e in cui moriremo. Sto scavando la mia tomba?

Di fatto il generale è animato da ultimo e atipico fervore, che lo porta a combattere fianco a fianco con i suoi sottoposti, cercando in tutto e per tutto di proteggerli dal peggio, dando persino valore alla loro individualità.

Ken Watanabe in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

In questo senso è indicativa la differenza dell’utilizzo delle luci nella scena in cui Kuribayashi cerca di incoraggiare i soldati:

Come il generale è illuminato da una luce piuttosto netta, che ne evidenzia l’entusiasmo del discorso, al contrario i soldati sono inghiottiti dall’oscurità dell’ambiente, sferzati da queste ombre drammatiche che evidenziano l’arrendevolezza dei loro cuori.

L’ultimo tentativo di ricongiungersi con la sua patria è nel finale, in cui Kuribayashi sceglie di compiere un 切腹 (seppuku), ovvero un suicidio rituale per morire con onore ed evitare di essere catturato dal nemico.

Ma un colpo di pistola gli nega anche questo ultimo desiderio.

Reale

Kazunari Ninomiya in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Do what is right because it is right.

Fa ciò che è giusto, perché lo ritieni giusto, non perché devi farlo.

L’altro livello narrativo è la guerra reale.

Per la scrittura dei soldati semplici si sceglie un taglio il più possibile realistico e verosimile, a tratti quasi comico, mostrando fin da subito quanto la maggior parte di loro siano fortemente disillusi dalla guerra e non si facciano problemi a fare discorsi considerati antipatriottici.

Nello specifico Saigo è il fulcro di questa narrazione, mostrandosi il più delle volte del tutto lontano dal modello di soldato perfetto della propaganda, anzi apparendo piuttosto trasandato, molto improvvisato – e infatti ammette subito di non essere un soldato.

Kazunari Ninomiya in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Per questo il giovane soldato sfugge consapevolmente tutte le dinamiche di patriottismo e di sacrificio immotivato che i suoi superiori cercano di imporgli, sottraendosi al sacrificio rituale e cercando anche di ribaltare la narrazione patriottistica a suo favore:

We can die here, or we can continue fighting. Which would better serve the emperor?

Possiamo morire qui, oppure continuare a combattere. In che modo serviremmo meglio l’imperatore?

Anzi infine sceglie di evadere il conflitto stesso, venendo spalleggiato da un altro compagno che dice testualmente di non poterne più di questa guerra, a sottolineare un senso di frustrazione generale che pervade l’esercito.

Significativo anche la sua decisione finale, in cui aggredisce il soldato inglese quando si accorge che lo stesso ha requisito la pistola del generale Kuribayashi: a suo modo il protagonista sceglie di fare un attacco banzai (suicida), ma per qualcosa in cui credeva veramente.

Ovvero, una persona a cui davvero teneva e che non meritava di essere spogliata del suo valore.

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La sottile linea rossa – La guerra umana

La sottile linea rossa (1998) di Terrence Malick è probabilmente il miglior film di guerra mai realizzato, che porta il genere ad un altro livello, per profondità di tematiche e realismo della messinscena.

A fronte di un budget neanche eccessivo per una produzione del genere – appena 52 milioni di dollari – ebbe un riscontro non entusiasmante al botteghino: 98 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla La sottile linea rossa?

La pellicola segue le vicende di diversi soldati durante la Campagna di Guadalcanal, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vi lascio il trailer (incredibilmente bello) per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La sottile linea rossa?

Assolutamente sì.

La sottile linea rossa non solo è una delle opere più profonde e interessanti mai realizzate, ma è anche uno dei migliori film di guerra che potrete mai vedere in vita vostra, soprattutto se non apprezzate le pellicole contaminate dalla retorica americana della guerra degli eroi – in questo caso totalmente assente, anzi pesantemente criticata.

La storia spazia fra le drammatiche e incredibilmente realistiche vicende dei soldati all’interno di un conflitto che non ha né eroi né nemici, ma solo uomini sporchi di sangue, fango e disperazione che lottano per la loro vita.

Insomma, non ve lo potete perdere.

La sottile linea rossa realtà

Alcune utili indicazioni per orientarsi nel film.

La Campagna di Guadalcanal, nota anche come Battaglia di Guadalcanal, ebbe luogo tra il 7 agosto 1942 e il 9 febbraio 1943 nel teatro del Pacifico della Seconda Guerra Mondiale.

I protagonisti furono gli Alleati sbarcati sull’isola di Guadalcanal, nelle Salomone Meridionali, e l’Impero Giapponese, che all’inizio del luglio 1942 aveva cominciato a costruirvi sulla costa nord una pista aerea.

Questo evento rappresentò la prima grande offensiva lanciata dagli Alleati contro il Giappone, che fino ad allora aveva mantenuto l’iniziativa bellica.

Ecco una piccola galleria di foto d’epoca.

La follia

La sottile linea rossa può essere letto su tre livelli.

Il livello più semplice, più immediato, è la follia: la follia del potere, della conquista, della vittoria, del racconto degli eroi.

La follia è quella del Colonnello Tall, che vive nel sogno di una vittoria senza sangue, una vittoria di eroi, una rivalsa, del tutto cieco davanti alla realtà della guerra umana che si sta svolgendo davanti ai suoi occhi.

I don’t think you fully understand what is going on.

Non credo che lei capisca veramente cosa sta succedendo.

Lo testimonia l’acceso confronto con Taros, in cui Tall richiede l’attacco diretto al bunker, in cui proprio si dimostra ignaro della pericolosità dell’impresa, che porterebbe non ad una vittoria, ma ad un suicidio collettivo.

La sua follia è dettata anche da una incontenibile fretta, forse per la paura di risvegliarsi lui stesso da quel sogno di gloria inconsistente di cui si nutre, arrivando persino a mettere da parte i più basilari bisogni umani – l’acqua – pur di vincere.

Infatti, per sua stessa ammissione, sono ben quindici anni che viene preparato a questa guerra, nascendo probabilmente nell’ombra e nel sogno del primo conflitto mondiale, senza aver ancora avuto la sua occasione per dimostrare il suo valore.

Proprio per questo sceglie di sollevare Taros dal compito: se Tall parla di quanti uomini si devono sacrificare per raggiungere la vittoria, Taros invece vuole preservare se non la vita, quantomeno la dignità dei suoi soldati, dei suoi figli.

Più in generale, il personaggio di Tall rappresenta come il potere politico e militare riesca a distruggere un uomo che poteva dare amore al suo prossimo, ma che invece è stato deumanizzato dal potere politico militare:

La carne

We are just meat

Siamo solo carne

Il secondo livello è la carne.

La sottile linea rossa ci mette costantemente davanti alla realtà del fronte, con lo sguardo registico che ci permette di sentirci accanto a questi soldati sperduti, disperati, sempre ad un passo dalla morte.

Nessuno di loro riesce infatti mai a vivere il sogno della guerra, ritrovandosi invece spesso ad interrogarsi sulle sue stesse dinamiche, sul destino guidato non dall’eroismo, non dalle capacità del singolo, ma unicamente dalla pura fortuna di riuscire a non mettere il piede in fallo.

Così vediamo in scena soldati che piangono davanti all’atto peggiore di tutti – l’omicidio – mai sentendosi glorificati dallo stesso, ma piuttosto cercando di sostenersi anche negli ultimi momenti, anche solo per non morire soli…

Il pensiero più cinico è rappresentato dal personaggio di Sean Penn, Welsh.

Nei diversi monologhi e soprattutto all’interno degli scambi con Witt, Welsh racconta tutta la sua amarezza e il suo disfattismo, negando l’importanza dell’individuo, e scegliendo invece di barricarsi dietro ad un nichilismo che lo protegge da una realtà altrimenti insopportabile.

Il suo personaggio ha così accettato un destino di morte e sofferenza, in un mondo devastato dalla follia dell’uomo stesso, negando l’esistenza di una redenzione, di un mondo altro, di una scintilla che possa salvarlo.

Per questo, al funerale di Welsh, si chiede:

 Where’s your spark now?

Dov’è finita la tua luce ora?

Consapevole che l’ultima luce di speranza che poteva animare il suo animo è ormai andata perduta…

La sottile linea rossa giapponesi

Anche il nemico è carne.

L’ultimo barlume del sogno del riscatto eroico si infrange quando infine i soldati si trovano davvero davanti a quel terribile nemico, conoscendo invece nient’altro che un uomo con la divisa di un altro colore.

I soldati giapponesi sono infatti solo un gruppo di disperati, costretti a battersi, ad uccidere fino ad arrivare persino alla follia, in un incubo di incomunicabilità che porta solo a riflettere ancora più profondamente sull’origine di questo grande male, che affligge l’uomo di ogni colore.

Il sogno

This great evil…where’s it come from?

L’ultimo livello, quello più profondo, è il sogno.

L’esperienza della guerra porta con sé la riflessione e l’evasione, la ricerca di un significato di una dinamica incomprensibile: da dove viene questo grande male che affligge il mondo, chi lo sta causando, chi ci sta uccidendo?

La risposta, semplicemente, è l’uomo.

L’uomo è artefice della sua distruzione, l’uomo si nasconde dietro ad un sogno di gloria per giustificare un atto altrimenti ingiustificabile, per legittimare un mondo senza legge e senza morale, carne contro carne.

Ma esiste una via d’evasione.

A contrapporsi al grande male vi è una forza ancora più inscalfibile: l’amore.

Per tutta la pellicola Bell si rifugia nel sogno della quotidianità e di quella semplice felicità casalinga che ha potuto vivere con la moglie, sicuro di poter contare su quel sentimento, quella fiamma che nessuno – nemmeno la guerra – potrà mai spegnere.

E invece la guerra è tanto distruttiva da recidere anche quell’unico legame con quella realtà altra, la realtà della redenzione e della piccola felicità terrena, persa nel peso della solitudine, della lontananza, dissolta in un ricordo ormai troppo flebile.

La sottile linea rossa Witt

Infine, la vera evasione è quella di Witt.

Witt è l’unico che veramente riesce a sconfiggere il grande male, che riesce continuamente a vedere al di là dello stesso, ad essere sicuro della possibilità di un mondo altro, del riscatto morale dell’uomo persino all’interno del conflitto.

Per questo si nutre di quell’apparente paradiso terrestre – il villaggio locale – per questo continua ad osservare il nemico con curiosità e benevolenza, scegliendo una visione panpsichista del mondo, dell’armonia col naturale e della fratellanza universale degli uomini.

E proprio quando quel sogno si spezza, quando vede la realtà del villaggio molto più dura e meno idilliaca di quanto ricordava, proprio a quel punto sceglie di uscire di scena, di sacrificare la sua vita per il compagno, e di farsi uccidere dal soldato giapponese

…nonostante l’uomo lo pregasse del contrario:

I have no desire to kill you. You are surrounded, please surrender.

Non voglio ucciderti. Sei circondato, ti prego arrenditi.

In questo modo Witt non muore, ma di fatto rinasce, si congeda dal terribile mondo umano in cui ormai non si riconosce più, e sceglie invece di abbracciare l’armonia naturale che sempre faceva da contorno persino ad un panorama di morte così desolante.