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Will Hunting – Tutta una vita davanti

Will Hunting (1997) di Gus Van Sant è uno dei film con una delle produzioni più ambiziose e sentite degli ultimi trent’anni: scritto e ideato dalla coppia Ben Affleck e Matt Damon, al tempo giovanissimi.

Diretto da un autore come Gus Van Sant – lo stesso che ha diretto film incredibili come Milk (2008) e che è riuscito ad avere l’idea allucinata di proporre un remake shot-by-shot di Psycho (1960). E, infine, la partecipazione di un attore così incredibile e iconico come Robin Williams.

Cosa poteva uscire da un progetto del genere?

Un film amatissimo e iconico: con solo 10 milioni di budget, incassò la bellezza di 225 milioni in tutto il mondo e vinse l’Oscar per la Migliore sceneggiatura.

Di cosa parla Will Hunting?

Will Hunting è un ragazzo di poco più di vent’anni, un genio capace di risolvere i più complessi problemi matematici, oltre che recitare a memoria libri interi. Ma al contempo è anche un ragazzo difficile, che vive per strada e che non è capace di prendere il volo e sfruttare la sua genialità…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Perché Will Hunting è un film imperdibile

Matt Damon in una scena di Will Hunting (2017) di Gus Von Sant

Will Hunting è un film capace di raccontare una generazione, nonché il tema degrado e il vivere per strada, senza banalizzare i personaggi come cattivi o una generazione perduta, elemento per nulla scontato per prodotti di questo genere.

Ed è un film imperdibile anche solo per vedere i primi passi che muovevano sia Matt Damon, l’attore prodigio, sia un inedito Ben Affleck nel ruolo del bad boy. E ovviamente Robin Williams in uno dei ruoli più profondi e memorabili della sua carriera.

Il tutto all’interno di una storia profonda ed emozionante, che coinvolge e appassiona fin dalla prima scena.

Will Hunting: la genialità perduta

Will è un ragazzo perduto, che si nasconde dietro alla sua genialità e alla corazza strafottente per mascherare tutte le sue insicurezze interiori, che lo rendono incapace di avere delle relazioni vere e durature. Lo si vede molto bene nel suo rapporto con Skylar, con cui non è capace di fare il passo finale.

Un ragazzo indurito da una vita difficile, che si limita da solo, andandosi ad invischiare in crimini di strada e buttando via il suo talento. E, per la maggior parte del film si comporta come uno spaccone, andando a vanificare tutti gli sforzi che il professore fa per lui, opponendosi testardamente all’idea di cambiare vita.

Insomma, Will dà sempre il peggio di sé.

Solo Sean riesce a prenderlo nella maniera giusta, perché è l’unico capace di ridimensionarlo e, alla fine, rompere la facciata e fargli capire la sua vera potenzialità, liberandolo della paura che ha vissuto per tutta la vita.

Sean: il maestro di vita

Come detto, Sean è l’unico che riesce a rompere la facciata di Will, ma è anzitutto quello che riesce a porre dei limiti alla sua avventatezza.

In particolare, nella prima seduta non ha problemi a mettergli le mani al collo quando osa dire qualcosa sulla moglie morta, scendendo proprio al livello di Will.

E ancora più potente è il monologo che segue il loro secondo incontro, quando Sean ridimensiona del tutto la persona di Will, creata artificialmente solamente tramite i libri, mancando totalmente di esperienza di vita effettiva.

Sean non forza mai Will, e non ha intenzione di farlo, nonostante quanto sia spinto dal professore. E infatti alla fine Will riesce a trovare sé stesso, ad uscire dal suo guscio perché è spinto gentilmente e coi giusti tempi in quella direzione.

E alla fine, come riesce a far capire a Will che può prendere il volo senza sentirsi in colpa, così anche lui capisce che non è mai troppo tardi per riprendere in mano la propria vita.

Chuckie: non essere banali

Chuckie è il personaggio su cui il film poteva essere il più banale possibile, e dove invece ci ha regalato un ottimo personaggio secondario. La pellicola fino alla fine fa sembrare che lui e il gruppo di amici siano quasi contro questa genialità di Will.

E ci si aspetterebbe che proprio Chuckie avrebbe ostacolato la scelta di Will di lasciare finalmente il nido. E invece è lo stesso che dà all’amico la spinta definitiva, che gli fa infine prendere la giusta decisione.

Una scena che ci offre una lezione semplice ma non meno importante sull’amicizia:

La cosa migliore che possiamo fare per le persone a cui teniamo è incoraggiarle ad ottenere il meglio dalla loro vita, anche se questo significherà allontanarle da noi.

Cosa ci insegna Will Hunting ancora oggi

Matt Damon in una scena di Will Hunting (2017) di Gus Von Sant

Will Hunting ci insegna a non avere paura.

A conoscerci, a non avere vergogna delle nostre capacità, di non farci ingoiare dalle nostre insicurezze per non avere il coraggio di prendere il volo. Spesso tendiamo a rannicchiarci nella nostra tranquilla e confortante quotidianità, non riuscendo a metterci alla prova con nuove sfide, che potenzialmente potranno migliorarci.

E, soprattutto, ci insegna che non è mai troppo tardi per rimettersi in gioco.

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L’attimo fuggente – Perchè leggiamo la poesia?

L’attimo fuggente (1988) di Peter Weir è uno dei maggiori cult a cui è associata la figura del compianto Robin Williams. Fra l’altro un prodotto nato da un grande autore, regista di The Truman Show (1998), fra le altre cose.

Una pellicola che, non a caso, fu un incredibile successo commerciale: incassò 235 milioni a fronte di un budget ridottissimo di 16 milioni.

Di cosa parla L’attimo fuggente?

Il collegio maschile di Welton è rinomato per essere piuttosto severo e rigido, dove la futura classe dirigente viene formata. Un gruppo di ragazzi viene stupito dall’eccentrico Mr. Keating, che cercherà di insegnare loro qualcosa di più delle semplici nozioni…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Perché L’attimo fuggente è un cult imperdibile

Robin Williams in una scena de L'attimo fuggente (1988) di Peter Weir

L’attimo fuggente è diventato un cult imperdibile perché riesce a parlare ad una generazione, alle sue insicurezze e alla sua ribellione contro una vita che sembra già scelta per loro, con una serie di dinamiche ancora molto attuali.

La pellicola è un film corale che ci accompagna alla scoperta di questi personaggi così semplici e fallibili, ma anche pieni di sogni e speranze apparentemente irrealizzabili. Una pellicola fra l’altro con un Robin Williams in una delle sue migliori interpretazioni, con momenti veramente toccanti e profondi che ci parlano anche a trent’anni di distanza…

Insomma, se non l’avete mai visto, non potete perdervelo.

Un contrasto micidiale

Gale Hansen, Josh Charles e Allelon Ruggiero in una scena del film L'attimo fuggente (1988) di Peter Wier

La pellicola si apre con un contrasto micidiale fra il comportamento dei protagonisti e l’ambiente in cui sono letteralmente costretti: si dimostrano, anche se in modo diversi, pieni di sogni, ambizioni ed energia da vendere, ma in un ambiente che cerca il più possibile di metterli in difficoltà e domarli.

Oltre al contrasto fin da subito fra Neil e il padre, la carrellata di lezioni mostrate offre fin da subito un’idea chiara del tipo di ambiente: quasi per dovere, i ragazzi sono continuamente frustrati e spinti verso l’impossibile. Per questo la lezione di Mr. Keating appare ancora di più così diversa.

Mr. Keating: il buon maestro

La figura di Mr. Keating è ben costruita nella sua anomalia all’interno dell’ambiente. Anzitutto, perché è stato appositamente scelto un attore con physique du role che è assolutamente perfetto: piacente e rassicurante, in contrasto con l’aspetto austero e rigido degli altri insegnanti, in particolare il Preside.

E fin da subito questo professore non ha la volontà di domare questi adolescenti, di imbottirli di nozioni e nient’altro. Al contrario vuole fare in modo che ritrovino il loro spazio, seppur minimo, dove potranno esprimersi.

E non è un sognatore senza controllo, ma un buon maestro consapevole dalla realtà della vita, ovvero di come questi ragazzi indubbiamente diventeranno quei banchieri e avvocati come ci si aspetta da loro.

Ma al contempo vuole insegnare loro che la vita non è solo quello, ma che potranno trovare sempre la libertà di essere davvero se stessi.

Neil: l’eroe tragico

Neil è anzitutto un eroe perché si trova a combattere con una realtà che gli è ostile e che cerca in tutti i modi di cambiare. Il suo nemico principale, il suo mostro da sconfiggere, è il padre. Un uomo fondamentalmente impossibile da cambiare, indurito da una vita in cui, per sua stessa ammissione, non ha potuto avere le stesse possibilità del figlio.

Il padre deriva infatti da una realtà sociale molto più complessa, in cui ci si doveva mettersi in gioco molto più duramente per emergere a livello economico. Un contesto in cui non ci si poteva aspettare di perdersi in sciocchezze come le proprie passioni.

E proprio per questo Neil è tragico, perché si trova a combattere contro una realtà che non può cambiare, in cui è drammaticamente costretto. A primo acchito il suo suicidio potrebbe sembrare forzato, ma in realtà, riuscendo effettivamente ad immedesimarsi nel personaggio, si può capire la profondità del suo dolore.

Todd: il timido bardo

Todd è un personaggio che appare inizialmente come di sfondo per la vicenda: incredibilmente silenzioso e sulle sue, ma di cui vediamo alcuni sprazzi che ci permettono di empatizzare con lui. È anche il personaggio che più profondamente assorbe la lezione di Mr. Keating, cercando di scrivere poesie proprio per esprimere il suo essere.

E, quando finalmente il professore lo sblocca, facendogli recitare una poesia concepita al momento, rivela le sue incredibili capacità e la profondità del suo animo. Ed è anche quello di fatto che soffre maggiormente la perdita di Neil, che era diventato il suo punto di riferimento per la rivalsa che lui stesso stava cercando.

E così è anche quello che, infine, porta tutti gli altri alla ribellione.

Charlie: il satiro

Charlie è una figura che appare subito come quella dello spaccone, che nell’ambito dell’immaginario classico può essere associato al satiro: figura con comportamenti eccessivi e che viene continuamente osteggiato dalla società in cui vive, persino emarginato (e infatti alla fine è espulso dalla scuola).

Però al contempo rappresenta anche una forza vitale, inarrestabile, i cui due strumenti sono la poesia irriverente e l’amore per le donne, che riesce facilmente a procacciarsi proprio per il suo fascino da eroe maledetto.

Charlie è il personaggio che forse vince più di tutti: non sapremo mai cosa gli è successo fuori scena, ma in qualche modo è riuscito eroicamente a smarcarsi da una situazione che gli stava più che stretta, non facendosi sottomettere come in qualche modo hanno dovuto fare i suoi compagni.

Knox: l’innamorato

Knox appare come un personaggio forse minore all’interno della storia, ma è comunque un altro lato dell’insegnamento di Keating: lasciar liberi i propri sentimenti e avere il coraggio di esprimerli.

E Knox è veramente l’innamorato senza speranza, quello che farebbe di tutto per conquistare la donna amata, anche senza di fatto conoscerla come succedeva d’altronde in molta poesia classica e medievale.

Tuttavia, è uno dei pochi personaggi che alla fine vincono per così dire, riuscendo effettivamente a conquistare, pur non sempre con metodi del tutto giusti, la ragazza dei sogni.

Cosa ci insegna L’attimo fuggente sulla letteratura

Robin Williams e Norman Lloyd in una scena de L'attimo fuggente (1988) di Peter Weir

L’attimo fuggente critica più o meno consapevolmente un tipico modo di insegnare la letteratura e l’arte nelle scuole, in particolare nella scuola italiana. Che sia il liceo o l’università, è quanto mai frequente che la stessa sia raccontata nella maniera più pesante e nozionistica possibile, facendoci ingoiare definizioni e opere senza la giusta preparazione o maturità per farci approcciare ad essa.

Per questo ci troviamo spesso a dover leggere ed affrontare opere solamente perché siamo obbligati a farlo, non perché abbiamo piacere a farlo.

E, forse sempre inconsapevolmente, L’attimo fuggente critica una corrente letteraria ancora purtroppo molto viva ad oggi, ovvero lo strutturalismo. Semplificando la definizione della Treccani, si tratta di una critica letteraria basata sul giudicare solamente l’aspetto formale di un’opera, senza valutarne il valore artistico di per sé.

Per semplificare molto, è il tipo di teoria alla base del modo in cui vi hanno insegnato la letteratura al liceo (e nei casi più gravi anche all’università), ovvero analizzando in maniera meccanica l’opera con concetti come narratore onnisciente, racconto in prima persona e simili.

Concetti del tutto accettabili, a livello superficiale.

Ma, come ci racconta L’attimo fuggente, la letteratura è molto più di questo.