White noise (2022) di Noah Baumbach è una produzione Netflix di genere difficilmente definibile: mischia una sorta di surreale e disaster movie con una forte riflessione di fondo. Dal regista di Storia di un matrimonio (2019) personalmente mi aspettavo un film simile, se non superiore in qualità.
Non è stato così.
Di cosa parla White noise?
Jack è professore di Hitlerologia, facoltà da lui stesso fondata, e vive la sua vita fra il matrimonio apparentemente felice con Babette e il suo successo accademico. Ma qualcosa di inaspettato metterà in moto una serie di eventi…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere White noise?
Probabilmente no.
Il problema di questo film è che non è di per sé un film brutto, ma una bella costruzione con spunti narrativi anche interessanti…che però non vengono effettivamente portati fino in fondo.
Quindi personalmente non mi sento di consigliarlo, perché in ultimo mi ha lasciato con un cattivo sapore in bocca, di aver visto qualcosa di non finito…
Aprire bellissime porte…
Il primo atto del film racconta una bellissima costruzione tematica, con tre elementi: il fascino dell’incidente stradale, il potere delle icone e la morte.
Il film propone un interessantissimo parallelismo – quasi accademico – fra questi elementi, che sfocia nell’intrigante montaggio alternato in cui Jack viene acclamato per il suo discorso, e si alternano immagini del discorso di Hitler, della folla concitata di Elvis e dell’incidente stradale che sta al contempo avvenendo.
Ero veramente affascinata da questa costruzione e mi aspettavo...
…qualcosa che non è mai arrivato.
…e aprirne altre ancora
Nel secondo atto il film mette in scena un secondo tassello: l’incidente stradale e la conseguente piccola apocalisse.
Per la maggior parte le scene sono interessanti e ottimamente dirette, con una fotografia pazzesca, costruiscono una discreta tensione, gettano degli spunti di parallelismo uno dei figli di Jake, che intrattiene la folla con un parallelismo ancora una volta con Hitler…
E basta.
Questi semi, insieme a tutti gli affascinanti discorsi iniziali, non portano di fatto a nulla.
Qual è il punto?
Arrivati al terzo atto, ero nella totale confusione.
Mi sembrava che mi mancasse qualcosa, o che stesse per succedere qualcosa che avrebbe dato un senso a tutta la narrazione e a tutto quello che era stato raccontato fino a quel momento. Invece mi sono trovata ancora una volta davanti ad una messinscena veramente interessante, ma che di fatto portava il film ad essere una sorta di narrazione tematica sulla paura della morte.
Elemento che era anche accennato all’inizio, ma che appariva complessivamente l’elemento meno interessante di tutto il racconto.
E la mia confusione si può ben raccontare da una battuta del film stesso:
What’s the point I want to make?
Anderson, sei tu?
Se anche voi avete avuto una strana sensazione di déjà-vu, la motivazione è semplice: per alcuni elementi sembra un film di Wes Anderson.
In particolare, i bambini molto più intelligenti e avuti per la loro età.
E non è così strano se si pensa che Noah Baumbach è stato sceneggiatore di due film di Anderson – Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Fantastic Mr. Fox (2009). Non un aspetto che mi ha dato fastidio di per sé, però un altro elemento utile alla tram fino ad un certo punto…
Bardo – La cronaca falsa di alcune verità (2022) di Alejandro Iñárritu è un film di genere surreale misto al biopic, prodotto e distribuito da Netflix. Il regista, che ha avuto il suo successo internazionale con Birdman(2014) e The Revenant (2015), torna sui suoi passi con un’opera più intima e personale.
Forse anche troppo.
Candidature Oscar 2023 per Bardo– La cronaca falsa di alcune verità (2022)
(in nero i premi vinti)
Migliore fotografia
Di cosa parla Bardo?
Silverio è un giornalista e documentarista messicano, che verrà premiato negli Stati Uniti per il suo ultimo documentario. E questo gli crea diversi ripensamenti…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Bardo?
Tendenzialmente, no.
Avendo avuto già una complessiva piacevole esperienza con il cinema di Iñárritu, riesco ad essere leggermente più morbida nella valutazione di questa pellicola, e non cadere nel totale respingimento come era stato per Madre! (2017).
E per certi versi i due film non differiscono molto.
Mi sono trovata davanti, in entrambi i casi, a due prodotti con un’interessante idea alle spalle, che però il regista è stato incapace di portare sullo schermo in maniera veramente interessante, diventando eccessivo e inutilmente ridondante.
È il classico film che potrebbe essere adorato da alcuni, anche per affezione nei confronti del regista, e invece odiato da altri. Se vi sentite molto vicini al suo cinema e ad Iñárritu umanamente parlando, e sopratutto vi piacciono i film con taglio profondamente onirico e surreale, potrebbe anche piacervi.
Io, personalmente, non lo consiglio.
Il problema del surreale
Il genere surreale è uno dei miei preferiti, a livello davvero crossmediale: che sia cinema, fumetti, libri, è un taglio narrativo che apprezzo quasi sempre.
Proprio amandolo così tanto, sono anche consapevole che sia un’arma a doppio taglio: alla base di un racconto di questo tipo ci deve essere un’idea forte, che funzioni, e che riesca ad essere distribuita organicamente all’interno di una storia.
E non è così semplice.
Se non si riesce a gestirla con la giusta capacità e intelligenza, si rischia facilmente di andare ad impelagarsi in una narrazione che appare fine a se stessa, che magari ha un significato di base, ma che alla fine non si riesce a trasmettere.
E questo è un po’ tutto il problema di questa pellicola.
Inaccessibile
Per quanto un autore voglia arroccarsi nella sua torre d’avorio e sentirsi incompreso, se la sua opera non viene letta e fruita, scompare.
E così, se un film è comprensibile solo per il suo autore, è un film solo per se stesso.
In Bardo troviamo un racconto fondamentalmente autobiografico e sicuramente sentito, ma che per molte parti diventa comprensibile solamente al regista stesso. Se infatti lo spettatore può complessivamente comprendere il messaggio di base, si perde inevitabilmente nell’oceano di riferimenti e di costruzioni della pellicola.
Ovviamente non mancheranno molti spettatori che avranno solo che piacere a perdersi nell’immensità del racconto dell’interiorità del regista, andandone a scovare tutti i significati nascosti.
Non è il mio caso.
Mancanza di interesse
A livello di esperienza personale, il film non solo mi ha confuso, ma ha smesso di interessarmi praticamente da subito.
Infatti ho seguito la narrazione di Iñárritu fin dove questa mi intrigava, ma mi sono bloccata davanti alla mancanza di chiavi di lettura possibili e a questa narrazione sicuramente intima e sentita, ma inaccessibile e, in ultimo, poco interessante.
Esistono diverse opere – anche al di fuori dal mondo del cinema – che sono difficili da leggere e che presentano diverse chiavi di lettura. È il caso ad esempio di I’m Thinking of Ending Things(2020), uno dei film più complessi che abbia mai visto in vita mia. Tuttavia, in quel caso, mi sono trovata davanti ad un’opera aperta e piena di significati, che avevo interesse di scoprire.
In questo caso, l’unico modo per comprenderla sarebbe farmela spiegare dal regista stesso.
Mettere le mani avanti
C’è solo un elemento che mi ha fatto veramente arrabbiare di questa pellicola.
Come anche abbastanza comprensibile, davanti ad un’impresa così complessa come questa produzione Iñárritu si è sentito già sommerso dalle critiche che avrebbe potuto ricevere. E per questo ha deciso di rispondere alle stesse nella pellicola.
E nella maniera più antipatica e pretenziosa possibile.
Durante la festa infatti, il protagonista parla col pomposo Luis, che critica pesantemente il suo documentario. Così, metanarrativamente parlando, critica l’opera stessa di cui fa parte, dando voce a delle critiche che sinceramente io mi sento abbastanza di avvallare:
I think it’s pretentious. It’s pointless oneric. It’s oneiric cover up for your mediocre writing.
È pretenzioso. Inutilmente onirico. Lo è per mascherare la scrittura mediocre.
E davanti alla scena in cui il personaggio, e quindi il regista stesso, silenzia questa opinione – letteralmente – mi sono sentita personalmente colpita.
Glass onion – A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson è il sequel di quel piccolo successo che fu al tempo Knives out(2019). Un riscontro di pubblico tale, per una produzione comunque non particolarmente impegnativa, da far acquisire i diritti a Netflix e ordinare due sequel.
Un prodotto che mi ha colpito così tanto tanto da vederlo due volte di fila senza annoiarmi neanche un minuto.
Tuttavia, vanno fatte delle giuste premesse.
Candidature Oscar 2023 per Glass onion (2022)
(in nero i premi vinti)
Migliore sceneggiatura non originale
Di cosa parla Glass onion?
Il detective Blanc viene coinvolto in un nuovo mistero, con al centro un eccentrico miliardario, che però non è ancora morto…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Glass onion?
Per me, assolutamente sì.
Tuttavia, ci sono diverse mani da mettere avanti.
Anzitutto, ovviamente, se non vi è piaciuto Knives out, non guardate il sequel: non aspettatevi niente di diverso. Oltre a questo, Glass onion gioca ancora di più in maniera sperimentale con il genere whodunit, sostanzialmente snaturandolo. Per questo, se invece cercate le classiche dinamiche del genere, non è il film che fa per voi.
Invece se, come me, non siete particolarmente appassionati dei racconti di genere giallo, sopratutto nelle sue dinamiche che, pur indubbiamente vincenti, risultano ridondanti alla lunga per i non appassionati, potrebbe piacervi. E anche molto.
L’importante è partire con il giusto mindset.
Mantenere la ricetta…
Glass onion gode di una grande furbizia di scrittura.
Rian Johnson si è trovato davanti all’impresa di dover portare un sequel ad un film autoconclusivo, non snaturando l’opera originale e creando un prodotto che fosse altrettanto avvincente per il pubblico che aveva apprezzato il primo film.
E così ha scelto di utilizzare uno scheletro narrativo piuttosto simile, ma esplorandolo in direzioni diverse e cambiando radicalmente la caratterizzazione di alcuni personaggi, che pure hanno un ruolo molto simile rispetto al primo capitolo.
Ed è stata una strada vincente, con risultati inaspettati.
…per uscire dal genere
Sopratutto alla seconda visione, mi sono resa conto di quanto la pellicola esca dai canoni del giallo whodunit.
Infatti, se il primo film complessivamente si poteva considerare un giallo classico, che poteva però infastidire gli appassionati per la profonda ironia e la mancanza di volontà di rimanere nel seminato, in questo caso possiamo felicemente parlare di un’uscita dal genere di riferimento.
Non ci sono colpi di scena che rivelano il vero colpevole, tutti gli indizi sono mostrati allo spettatore, e, nonostante in qualche misura sembri seguire le strade più classiche, sul finale rivela tutto il contrario.
In particolare tramite il gioco metanarrativo della glass onion.
Glass onion: un gioco metanarrativo
Come per il primo Knives out, Glass onion è un film assolutamente democratico.
Infatti tutti gli indizi necessari per risolvere il mistero sono già in scena, e sono tanto più evidenti tanto più si entra nella logica metanarrativa della glass onion.
La pellicola gioca ampiamente con lo spettatore e con le sue aspettative: io stessa per tutta la durata mi aspettavo un grande colpo di scena finale che rivelasse chissà quali misteri. E invece, per ammissione dello stesso Blanc, il mistero è tanto semplice quanto stupido.
E infatti la questione si risolve su più livelli, per cui sia il mistero che Miles sono come una cipolla di vetro: apparentemente complessa e stratificata, in realtà evidente e sotto gli occhi di tutti. Lo stesso miliardario basa la sua identità su una serie di stratificazioni ingannevoli e fragili, mentre la sua vera natura è palese e insignificante.
Il simbolismo di Mona Lisa
Dal versante totalmente opposto, troviamo il personaggio di Helen, che viene più volte associato alla figura di Monna Lisa.
Infatti sia il suo personaggio che la misteriosa donna di Leonardo condividono una personalità e uno sguardo tanto più enigmatico e intrigante, e così anche per la sorella gemella: difficili da leggere e da comprendere. E ben più sottili e interessanti di quanto appaia all’esterno.
E infatti il dipinto di Mona Lisa è una sorta di simbolo di quello che Miles vorrebbe essere, e dell’immagine che cerca di costruirsi per diventare altrettanto intrigante e enigmatico. Ma, appunto, come la stessa glass onion rivela, non è nulla di tutto questo.
Un finale migliore
In prima battuta il finale mi aveva deluso.
Poi, ho capito di essere caduta nella mia stessa trappola: considerare questa pellicola per quello che non era, e aspettarmi delle dinamiche che non sono nella sua natura. E infatti, come molti altri come me, mi aspettavo un grande colpo di scena finale o una rivalsa più classica in cui il villain veniva incastrato.
E invece non è così, ma è meglio così.
Infatti, se ci si ragiona un attimo, Helen non avrebbe avuto nessun vantaggio ad incastrare Miles a livello legale: con le sue connessioni e con l’omertà diffusa, il miliardario se la sarebbe comunque cavata. Invece, riuscire a distruggere il suo impero dalle fondamenta, rivelarne tutta la sua fragilità, è la mossa perfetta per mettere davvero in scena una vendetta vincente.
Ancora attuali
Anche più della scorsa pellicola, Glass onion riesce ad essere incredibilmente attuale.
Già l’idea di ambientarlo nel 2020 era intrigante, ma lo è stata tanto più in quanto non ci si è fossilizzati su questo elemento, che poteva già apparire datato. Al contrario, si dedica ampio spazio al discorso della cosiddetta woke culture e in generale degli scandali nati su internet.
Per fortuna il discorso non è banalizzato per nulla, anzi si mostra, senza raccontarlo esplicitamente, di come personaggi stupidi e fondamentalmente negativi giustifichino il loro comportamento sbagliato con quello che noi chiameremmo il politicamente corretto.
Un argomento tanto attuale, quanto raccontato in maniera interessante e quasi grottesca.
La delicatezza
Il cameo di Hugh Grant merita un discorso a parte.
L’attore appare all’improvviso nella seconda parte della pellicola, e ci rivela un elemento del tutto inaspettato, ma raccontato con una tale delicatezza che non ho potuto smettere di pensarci. Nonostante Blanc non sia una macchietta né uno stereotipo – anzi non lo diresti mai – è in una relazione con un uomo.
Molti dovrebbero prendere spunto da come è stato introdotto questo elemento nella pellicola, senza feticizzarlo, senza drammatizzarlo, ma rendendolo un elemento assolutamente organico nella trama.
Tanto più che la rappresentazione di coppie omosessuali di uomini adulti più avanti con gli anni è quasi totalmente assente nel cinema contemporaneo…
Sherlock sei tu?
Con la preziosa collaborazione di Irene
All’interno della pellicola, non mancano i riferimenti a Sherlock Holmes.
Anzitutto nella scena del bagno in cui Blanc sta giocando ad Among us con i suoi colleghi, fa un discorso che riprende molto le mosse di Sherlock: come il famoso detective, il protagonista afferma di aver bisogno di casi interessanti per combattere la noia.
Questo elemento è presente sia nell’opera originale, sia nelle trasposizioni: nel romanzo per combattere la noia fa utilizzo di eroina, nella serie tv Sherlock utilizza i cerotti di nicotina.
Così anche nella stessa scena, nella vasca da bagno regna il disordine più totale: così al 221B Baker Street, nei romanzi come nei prodotti derivati, l’ambiente è dominato dal caos.
Più in generale, il personaggio di Blanc sembra un interessante incontro fra le versioni televisive e cinematografiche Poirot quanto di Sherlock.
Per le modalità dello svelamento del mistero e sopratutto la rivelazione del finto omicidio di Miles ricorda in particolare lo Sherlock di Benedict Cumberbatch nella serie omonima, che desidera svelare immediatamente le sue deduzioni, quasi per vanità…
Knives out (2019) di Rian Johnson fu una piccola scoperta di qualche anno fa: un classico giallo whodunit, che però era molto meno scontato di quanto si potesse pensare.
Un genere che ormai si vede molto raramente al cinema, e che ebbe un successo inaspettato, tanto da portare Netflix ad acquistarne i diritti e ordinare due sequel, di cui uno in prossima uscita.
Davanti all’apparente suicidio di Harlan Thrombey, il detective Benoit Blanc è chiamato a risolvere un mistero ben più complesso di quanto sembri…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Knives out?
Assolutamente sì.
Come genere è un po’ di nicchia, ma può facilmente essere apprezzato anche dai non appassionati. Aspettatevi un piccolo giallo pieno di colpi di scena, ma che gioca con lo spettatore in maniera molto corretta.Infatti solitamente questo tipo di prodotti ci sbattono in faccia una serie di false piste, per depistarci e sfruttare i colpi di scena.
Una tecnica che Screamparodizzava già negli Anni Novanta, per intenderci.
Ma per fortuna niente di tutto questo in Knives out, che invece offre allo spettatore tutti gli indizi per risolvere il mistero, diventando parte attiva della storia.
E non dirò di più.
Cosa significa Knives out?
Capire l’espressione knives out rende la pellicola ancora più godibile.
Letteralmente significa Fuori i coltelli, ma è corrispondente alla nostra espressione italiana Parenti serpenti, cugini assassini, fratelli coltelli, ad indicare quindi una situazione familiare piuttosto spinosa e in cui tutti si vogliono pugnalare alle spalle.
Ma fate anche caso a quanti coltelli effettivi sono presenti in scena, proprio a raccontare una situazione sempre sul filo del rasoio…
La falsa pista del falso inetto
L’unica effettiva falsa pista della storia è quella di Blanc come un detective inetto che non si rende conto che Marta lo stia costantemente ingannando.
Tuttavia, se lo spettatore è abbastanza attento, si rende conto subito della discrepanza fra il suo comportamento all’inizio e per il resto della pellicola. Se infatti all’inizio il detective appare piuttosto sottile e capace nelle sue deduzioni, al contrario per il resto del tempo è così evidente, sopratutto ad una seconda visione, che stia fingendo di non vedere cosa sta succedendo.
Quindi è una falsa pista tanto per dire, che in realtà racconta un personaggio molto intrigante con un interprete d’eccezione, che non vedo l’ora di rivedere in azione.
Un cast esplosivo
Oltre al fantastico Daniel Craig, la pellicola gode di un cast stellare.
Fra tutti i personaggi secondari, per me spiccano due attrici che sono meravigliose praticamente in ogni ruolo – e non a caso sono fra le mie interpreti preferite: Jamie Lee Curtis e Toni Collette.
Da una parte Jamie Lee Curtis nel ruolo della ricca ereditiera che vive nella favola della self made woman, dall’altra Toni Collette come l’arrampicatrice sociale e approfittatrice. Entrambe incredibilmente in parte, oltre ad uno spettacolo visivo e interpretativo.
Menzione d’onore alla povera Katherine Langford, che a me era tanto piaciuta nella prima stagione di Thirteen reasons why (e non oltre), ma che dopo questo film è praticamente scomparsa dalle scene.
Ma, anche qui, fa il suo.
Una stella nascente
Ovviamente parlando di Knives out non si può non parlare di quella che al tempo era una stella nascente e che fu un po’ lanciata proprio da questo prodotto.
La splendida Ana De Armas.
Perfetta nella parte della ragazza tormentata dagli eventi, genuinamente impaurita e di assoluta bontà, che si trova messa in mezzo in una situazione che è emotivamente e fisicamente troppo da sopportare, ma che comunque si rivela capace di tirarsi fuori da sola.
Come attrice ha un volto che si presta benissimo a questo tipo di ruoli, come infatti anche nel recente Blonde(2022).
Da parte mia spero che non si affossi in questo tipo di ruoli, mane esplori anche di diversi.
Una nuova strada
Knives out fu veramente un vivaio di stelle nascenti: fu anche la prima volta che Chris Evans si smarcò veramente dal personaggio di Captain America.
So che molti non sono d’accordo, ma, anche con film beceri come The Gray Man (2022), io sto profondamente apprezzando la nuova strada che ha preso questo attore, preferendo i personaggi negativi e sarcastici, a volte anche molto sopra le righe.
In questo caso il suo personaggio è tenuto in caldo per quasi la metà della pellicola, per poi essere tirato fuori a sorpresa in una scena in cui, alla seconda visione, mi stavo veramente sbellicando.
E i cui indizi della sua colpevolezza sono quanto mai evidenti…
Il tema attuale
Un elemento che mi è molto piaciuto di questa pellicola è la sua vicinanza con la stretta attualità.
Anzitutto per il discorso riguardo all’immigrazione, tema sempre molto caldo negli Stati Uniti, e sopratutto quando uscì il film, ovvero nell’America trumpiana.
E infatti la famiglia protagonista è la stessa che si scandalizza davanti alle pratiche disumane di gestione dei migranti da parte del governo in carica, ma rivela tutta la sua ipocrisia nel suo rapporto con Maria.
Infatti per tutta la pellicola continuano a trattarla con sufficienza, evidentemente considerandola a loro inferiore, e cercando di circuirla sulla questione dell’eredità che spetta loro di diritto, nonostante siano stati dei totali parassiti verso il padre.
E diventa al limite del grottesco quando si scopre che la cara casa di famiglia non ha neanche delle radici così antiche…
Il trucco del Tenente Colombo?
Un piccolo appunto in vista dell’arrivo del sequel,Glass onion(2022).
Come detto, una delle false piste di questa pellicola è come il detective Blanc si finga incapace e inetto, così da farsi sopravvalutare e manovrare i personaggi a suo piacimento.
E non vorrei che nel sequel, con un cast rinnovato, si rinnovi questa falsapista, non a favore dello spettatore, ma dei personaggi.
Proprio come era tipico della serie de Il tenente Colombo, che veniva costantemente sottovalutato dai personaggi.
Nel caso, sarà interessante vedere come la gestiranno…
Triangle of sadness (2022) è l’ultima opera di Ruben Östlund, regista svedese che ha conquistato per la seconda volta la Palma d’Oro a Cannes, dopo averla già vinta col precedente The Square (2017).
Un film che è passato fondamentalmente sotto silenzio, e che in Italia si è cercato di vendere come un film molto divertente. In realtà è una pellicola devastante, e per diversi motivi. E non a caso, davanti ad un budget risicatissimo (13 milioni di euro), ha incassato comunque pochissimo: per ora, appena 7 milioni.
E non potrei essere meno sorpresa.
Candidature Oscar 2023 per Triangle of sadness (2022)
(in nero i premi vinti)
Miglior film Miglior regista Migliore sceneggiatura originale
Di cosa parla Triangle of sadness?
Carl e Yaya sono due modelli, che si trovano a gestire la loro insidiosa relazione, sullo sfondo di una crociera di lusso che prende una piega inaspettata…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Triangle of sadness?
È complicato.
Io di mio l’ho trovato un film davvero incredibile, fra i migliori usciti quest’anno. Ma, al di là del mio apprezzamento personale e del grande valore artistico e politico della pellicola, è potenzialmente una pellicola che molti potrebbero profondamente odiare.
Diciamo che se non riuscite a ritrovarvi in una humor nerissimo, che gioca moltissimo sulle battute paradossali e al limite dell’angosciante, potrebbe darvi solo fastidio. È un film da cui bisogna lasciarsi davvero rapire, con tutto il suo devastante significato.
Se vi sentite pronti, guardatelo.
Prologo
Una volta conclusa la pellicola, la prima parte dedicata ai due apparenti protagonisti potrebbe apparire fondamentalmente inutile alla storia.
In realtà, tutta la prima parte, se la si guarda con attenzione, è un gigantesco foreshadowing del terzo atto del film. Infatti all’inizio Yaya racconta come la relazione con Carl non sia frutto dell’amore, ma di un rapporto di mutuo vantaggio.
Anche se non viene spiegato esplicitamente, è probabile che si intenda che, come Yaya ottenga maggiore attenzione potendo pubblicizzare la sua relazione con un bel ragazzo come Carl, così Carl possa vivere della lucedi lei.
E così la ragazza racconta come l’unico modo in cui può uscire dal lavoro sfiancante del mondo della moda è quello di diventare una moglie trofeo per qualcun altro, idealmente Carl.
Così nel terzo atto Carl stesso diventa il marito trofeo di Abigail, sempre in una relazione non amorosa, ma di vantaggio: la donna può intrattenersi con un ragazzo piacente, mentre quello stesso ragazzo può avere un vantaggio sociale nella loro piccola comunità.
Incomprensione
Uno degli elementi principali della pellicola è la totale incomprensione della classe sociale più agiata verso la realtà del mondo.
Il momento più agghiacciante in questo senso è quando Vera costringe tutto l’equipaggio della nave a scendere dallo scivolo della nave e a farsi un bagno.
Dal suo (apparente) punto di vista, in questo modo avviene una giocosa inversione dei ruoli. In realtà è solo una donna potente che ha fatto uso del suo potere per utilizzare i suoi sottoposti come preferisce.
Altrettanto graffiante la scena in cui la coppia anziana che vende bombe raccoglie candidamente la mina antiuomo, e la donna chiede
È una delle nostre?
A seguito di un dialogo anche più agghiacciante avvenuto prima fra la coppia e i due protagonisti, in cui i due raccontano candidamente e in maniera così paradossale da essere esilarante, di come i loro affari siano stati guastati dagli stupidi tentativi dell’ONU di evitare spargimenti di sangue.
Ma è un mondo fragile e illusorio.
Fragilità
Una volta sbarcati sull’isola, i sistemi della società si azzerano, principalmente per mano di Abigail. Infatti la donna, una volta pescato il polpo, si rende subito conto del valore del suo operato, e ne sfrutta tutto il vantaggio.
E, anche se Paula cerca immediatamente di ridimensionarla, i bisogni primari sono così pressanti che il nuovo ordine viene subito stabilito.
Ed è tanto più evidente da dove nasceva la scintilla di questa nuova idea quando Abigail si trova improvvisamente seduta su un piccolo tesoro di acqua e cibo tanto desiderato, e a malincuore (e pure ingiustamente) deve cederlo a chi non ha nessun motivo di averlo.
E questo porta anche ad un’interessante riflessione sulla fragilità della società capitalista: basta davvero così poco per stravolgerla e mettere di nuovo al primo posto chi di fatto porta un vero valore alla società?
A quanto pare, sì.
Angoscia
Come detto, se si riesce ad essere coinvolti con l’umorismo del film, può risultare incredibilmente divertente.
Io personalmente raramente mi sono divertita così tanto.
Tuttavia, è una risata angosciante, che ti fa ridere solo superficialmente, ma che, se si ragiona veramente sul significato dei dialoghi e delle scene, è incredibilmente angosciante – fra l’altro, con molto spesso una regia che gioca molto sul contrasto fra l’incredibilmente divertente e il drammaticamente devastante.
Due fra tutte: i discorsi surreali di Dimitry e del capitano Thomas, assolutamente spassosi che fanno però da sottofondo ad inquadrature particolarmente tragiche degli ospiti della nave impauriti.
Anche di più quando Dimitry discute concitato con Paola e Nelson accusando quest’ultimo di essere un pirata, mentre vediamo Theresa, una donna disabile che non ha più nessuno ad aiutarla, impotente nella scialuppa.
E la regia stessa spesso sacrifica la più basilare grammatica della messa in scena per farci immergere nei personaggi e nelle loro espressioni.
A volte inserendo degli effettivamente elementi di disturbo nella scena, che servono a sottolineare la drammaticità di fondo, come l’insopportabile mosca quando Carla e Yaya discutono sulla nave.
Una società di simboli
Molto interessante è stato rappresenta la società della ricca borghesia come basata su un sistema di simboli in cui viene dato un valore più di rappresentanza che economico.
Così i due ricconi, Dimitry e Jarmo, cercano di pagare il loro ingresso nella scialuppa offrendo orologi di lusso. Così Carl è particolarmente contento quando trova un profumo fra i detriti. E tanto più grottesco quando Dimitry ritrova il corpo della moglie e la cosa più importante è recuperare i gioielli dal suo cadavere.
Cosa succede nel finale di Triangle of Sadness?
Il finale di Triangle of sadness è molto ambiguo, ma la dinamica è del tutto chiara: mentre Yaya offre ad Abigail di diventare la sua assistente, la donna si rende conto di come uscire dalla piccola società che si è creata la depotenzierà, ma, soprattutto, la riporterà in un mondo ingiusto e castrante.
Per me quindi quel colpo è stato calato.
E per lo stesso motivo Carl, il personaggio più vicino a comprendere il dramma di Abigail, alla fine sta forse cercando di correre in aiuto alla fidanzata. Oppure alla donna prima che abbia un risvolto violento.
Scream 4 (2011) è il quarto capitolo della saga omonima, arrivato a più di dieci anni di distanza da Scream 3, che chiude la trilogia originale.
L’ultimo film del compianto Wes Craven, che ci ha lasciato in eredità un prodotto che non solo era al passo coi tempi, ma che anticipava alcune dinamiche della società stessa.
A dieci anni dalle vicende di Scream 3, si torna a Woodsboro, con un cast di protagonisti rinnovato, che rappresentano la nuova generazione. Fra queste anche la cugina di Sidney, Jill, che dovrà cercare di riappacificarsi con la famosa parente, mentre la scia di omicidi sembra di nuovo prendere piede…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Scream 4?
Assolutamente sì.
Per quanto mi riguarda, Scream 4 è il miglior film della saga, secondo solamente al primo capitolo.
Riesce con grande freschezza a riportare in scena le dinamiche tipiche fin dal primo film, riuscendo ad aggiornarle al nuovo decennio, con anche delle grandi novità che rompono gli schemi classici.
Un film dove l’elemento horror diventa quasi comico a suo modo, mettendosi in linea con l’horror più violento che andava di moda in quel periodo, ovvero quello della saga di Saw, che al tempo ancora furoreggiava (e che infatti è pure citata nel film). Ma senza mai scadere nel torture porn.
Insomma, da recuperare assolutamente.
Questo inizio ha troppi livelli
You gotta have an opening sequence that blows the door off
La sequenza iniziale deve essere qualcosa di incredibile
L’inizio di Scream 4 credo che sia una delle cose più geniali mai concepite nel cinema horror.
Si comincia con un inizio che sembra l’effettivo inizio del film, in cui fra l’altro la pellicola si mette in linea con tutte le novità sia del genere, sia della società di dieci anni dopo: Facebook, i cellulari, le nuove saghe di successo come Saw.
Ed è la classica sequenza iniziale in cui le due ragazze in casa da sole sono le prime vittime di Ghostface (o di qualsiasi altro killer in uno slasher).
Tuttavia, il film ci catapulta in un altro inizio, che sembra ancora quello vero, con una coppia di ragazze che stava vedendo Stab 6, andando poi a screditarne la validità, perché banale e ripetitivo. Ma una delle due difende la saga per essere diversa dal solito che esce, e a sorpresa accoltella l’amica perché parla troppo.
E questo è l’inizio di Stab 7.
E poi si arriva all’effetto inizio del film che è di fatto quello che sembrava l’inizio all’inizio, in un meraviglioso cortocircuito mentale che ho semplicemente adorato.
Essere drammaticamente attuali
The killer should be filming the murders
Il killer dovrebbe filmare i suoi omicidi
La grande novità di questa pellicola è l’idea che il killer ora sia sostanzialmente un vlogger, quando questa era ancora una realtà emergente nella nascente cultura di internet e dei social.
Oltre ad essere un elemento di grande freschezza, che raggiunge un interessante apice nel finale, è una questione drammaticamente attuale anche oggi: senza andare a scavare troppo nel torbido, sappiate solo che, in tempi recenti, dei terroristi hanno fatto cose simili.
Ma più in generale, quello che al tempo sembrava una cosa strana o comunque molto nuova, è diventata quasi la quotidianità nel nostro tempo, anche prendendo strade diverse, con vlogger che spopolano su TikTok.
In questo senso, da capogiro lo scambio fra Sidney e Robbie:
– You film your entire high school experience and what, post it on the net? – Everybody’ll doing it someday, Sid.
Registri la tua intera vita del liceo e poi che fai, lo posti su internet? – Tutti lo faranno in futuro, Sid.
Vecchi moventi, nuovi moventi
You have your 15 minutes, now I want mine!
Hai avuto il tuo momento di gloria, ora è il mio turno!
La genialità del finale sta nel fatto di riprendere un movente simile del primo Scream, ma al contempo riuscendo a renderlo molto più attuale per il suo tempo. Nel primo film la vera radice del movente era la vendetta personale, in questo caso è l’invidia e il desiderio di essere al centro della scena.
Un sentimento tanto più comprensibile oggi, quando la popolarità sembra sempre dietro l’angolo e a portata di mano, tanto è semplice prendere in mano un cellulare e diventare, anche solo per poco tempo, famosi sui social.
In questo caso eravamo ancora all’inizio di questa ubriacatura di popolarità, ma non di meno questo sentimento esisteva.
Come infatti dice la stessa Jill:
We all live in public now, we’re all on the internet
Siamo tutti esposti oggi, siamo tutti su internet
Saper funzionare, 10 anni dopo
You forgot the first rule of remakes, Jill. Don’t fuck with the original.
Hai dimenticato la regola più importante dei remake, Jill. Non puoi fottere l’originale
Un elemento che mi ha sempre dato da pensare di Scream è il personaggio di Sidney e in generale la volontà di creare una storia tutta in continuità, con il rischio di fare gli stessi errori della saga di Saw, che è andata inutilmente ad incartarsi. E, anche per questo, avevo paura di trovarmi davanti ad una trama ripetitiva.
Ovviamente, non potevo più sbagliarmi.
Sidney è un personaggio che funziona sempre, proprio perché è un personaggio femminile che funziona e che non ricade nella dinamica da Mary Sue. È una giovane donna con tante fragilità, ma che sa sempre rimettersi in piedi, affermare la sua posizione e lottare senza mai arrendersi contro Ghostface.
E in una maniera sempre credibile.
La violenza comica
The kills gotta be way more extreme
Le uccisioni devono essere molto più estreme
Le morti nel film sono tanto estreme da diventare quasi comiche per la loro originalità: abbiamo i poliziotti uccisi con un coltello piantato nel cervello, una ragazza con le budella fuori, tantissimo sangue, fino ad arrivare alla mia preferita:
La madre di Jill uccisa alle spalle col coltello che passa attraverso la buca delle lettere.
Ed è proprio una risposta ad un tipo di cinema e di violenta orrorifica inaugurata proprio da Saw, che fra l’altro non sono mai riuscita ad apprezzare. E infatti non potrei più essere d’accordo con quello che si dice all’inizio del film:
It’s not scary, it’s gross. I hate all that torture porn shit.
Non fa paura, è imbarazzante. Odio tutto quella merda di torture porn.
Il casting pazzesco di Scream 4
Una delle cose che più mi hanno sorpreso è quanto siano riusciti a castare praticamente tutti gli attori più famosi e popolari delle serie tv e film mainstream dall’inizio degli Anni 2000 fino circa a metà del decennio successivo.
Anzitutto Lucy Hale, che interpreta una delle due ragazze di Stab 6, e che era appena sbocciata come star per Pretty Little Liars. Poi Kristen Bell, la vocedi Gossip Girl fino al 2011 e che interpreta una delle due ragazze in Stab 7.
Fra le protagoniste, Hayden Panettiere, che interpreta Kirby, che io ricordo soprattutto per Malcolm in the middle, ma che al tempo era molto conosciuta per la serie Heroes. E poi ovviamente Emma Roberts, che bivacchiava fra molti prodotti teen di secondo livello come Wild Child (2008).
Nota di merito anche alla presenza di Adam Brody, attore amatissimo al tempo per O.C. e che qui interpreta uno dei poliziotti, oltre a Rory Culkin, fratello del ben più famoso Macaulay Culkin, che qui interpreta Charlie, uno dei due Ghostface.
Videodrome (1983) è un film di David Cronenberg, fra i più famosi della sua produzione. A soli due anni dal precedenteScanners(1981), il regista portava in scena un altro film destinato a diventare un piccolo cult di genere, per il suo incontro vincente fra lo sci-fi e il body-horror.
Una produzione con un budget sempre risicatissimo (intorno ai 5 milioni), che però, a differenza del precedente, fuun pesante flop commerciale: appena 2,4 milioni di dollari d’incasso.
E i motivi non sono difficili da capire.
Di cosa parla Videodrome?
Max è a capo di Channel 83, un canale di porno e soft-porn. La sua vita sembra procedere normalmente, andando alla ricerca di programmi ancora più spinti da proporre, fra cui il misterioso Videodrome…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Videodrome?
In generale, sì.
È un film che indubbiamente non può mancare nel vostro bagaglio cinematografico, soprattutto se siete interessati alla cinematografia di Cronenberg.
Tuttavia, aspettatevi di trovarvi davanti ad un prodotto con un intreccio e dei significati ben più complessi di Scanners e molto meno immediatamente comprensibile, con tante scene enigmatiche e dal sapore surreale.
È giusto segnalare che all’interno della pellicola le scene più disturbarti non sono tanto quelle di sesso, ma quelle di tortura. Niente di troppo esplicito, ma comunque neanche digeribile da tutti.
Ma voi provateci.
E se avete dubbi sul finale, potete sempre tornare qui.
Perché Videodrome è stato un flop?
All’interno di una produzione di Cronenberg ancora con budget molto ridotti, è davvero curioso che questo film ebbe un riscontro così scarso, tanto da portarlo ad un flop.
Tuttavia, una volta visto il film, non è neanche tanto strano.
Oltre alle scene di violenza non facilmente digeribili, ci sono molte sequenze di body horror non poco disturbanti, e che sembrano tutto tranne che finte. E, come se tutto questo non bastasse, il finale è incredibilmente enigmatico.
Il tutto da un autore già conosciuto per far dei film molto sui generis, e quindi non per tutti i palati.
E, per questo, il passaparola negativo potrebbe davvero averlo affossato.
Il potere del trucco prostetico
Il livello degli effetti speciali di questa pellicola, che, ricordiamo è stata prodotta con pochissimo, è devastante: in tutte le scene in cui sono utilizzati, soprattutto in quelli più surreali, non ho mai avuto un momento in cui non credevo a quello che vedevo in scena.
Sembra tutto così realistico e credibile, anche in scelte più impegnative come quelle in cui Max si apre il petto e diverse volte viene penetrato, da mani e da videocassette, momenti in cui ho sentito veramente tutto il dolore del personaggio.
Per non parlare degli effetti della mano-pistola.
Tuttavia, proprio riguardo a questo, l’unico momento in cui ho fatto fatica a sospendere l’incredulità è stato quando gli si forma effettivamente la mano-pistola, dove si vede abbastanza chiaramente che (come è ovvio) non è la sua vera mano e che poi nella scena successiva, è effettivamente la mano vera:
L’inquadratura della mano che si trasforma
L’inquadratura della mano trasformata
Un ottimo protagonista
Come ero rimasta perplessa dalla recitazione e in generale dal personaggio protagonista di Scanners, sono rimasta invece piacevolmente sorpresa da James Woods in questa pellicola.
Questo attore, oltre ad avere la faccia proprio da uomo comune assolutamente credibile, riesce a reggere perfettamente la scena in tutti i momenti diversi che deve affrontare il suo personaggio, con un’ottima capacità espressiva che mi ha davvero conquistato.
Cosa succede nel finale di Videodrome?
Il finale di Videodrome è assolutamente aperto alle interpretazioni.
Quella che preferisco è pensare che Nicki in realtà non sia mai esistita, ma sia sempre stata un’allucinazione di Max (almeno per la loro relazione), che racconta il suo lato più estremo, che il protagonista cerca di sfuggire.
Alla fine, Nicki diventa nient’altro che una sorta di sua voce della coscienza: Max si trova senza poter più fare niente, ricercato per omicidi che compiuto per ordine di altri. Quindi vuole definitivamente liberarsi della vecchia carne ed entrare in questo immaginario (?) televisivo che rappresenta la sua più estrema fantasia sessuale.
E lo confermerebbe il primo epilogo, poi tolto dalla versione finale, dove Max e Nicki si trovavano nel Videodrome.
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) (1972) è uno dei primi film di Woody Allen, forse fra i più sperimentali di inizio carriera.
Anche in questo caso Allen continuò a lavorare con un budget piuttosto ridotto (appena 2 milioni), riuscendo comunque ad incassare abbastanza bene: 18 milioni di dollari.
Di cosa parla Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)?
Il film è una collezioni di episodi che si propongono di rispondere a domande piuttosto bollenti, come Perché alcune donne non riescono a raggiungere l’orgasmo? oppure Cosa significa sodomia?Le risposte (?) vengono date con delle storielle umoristiche dal sapore molto surreale.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)?
Assolutamente sì.
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) è uno dei film più sperimentali e divertenti del primo Allen, dove lo stesso si accinge in diversi personaggi, anche fuori della sua comfort zone.
Tuttavia qui è dovuto un trigger alert: in un episodio recita in italiano, nella maniera in cui vi potete immaginare uno statunitense recitare in italiano (non terrificante come House of Gucci, ma non meno fastidioso).
Tuttavia, pure questo fa parte di un episodio molto simpatico, in cui il regista sperimenta con un personaggio inedito. In generale, pur con una partenza un po’ più debole, è una pellicola che vale assolutamente la pena di guardare, in particolare se vi piacciono i film più surreali della sua produzione.
Rispondere e non rispondere
Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato di questa pellicola è che le domande proposte non sono altro che uno spunto per creare delle piacevoli storielle, e non vi è la volontà di rispondere davvero.
In particolare, ci sono degli episodi che quasi non sembrano raccontare l’argomento della domanda.
Per esempio l’episodio che dovrebbe rispondere alla domanda I travestiti sono omosessuali? in realtà è una piccola sequenza basata su una sorta di commedia degli equivoci, che si risolve anche felicemente, ma che non affronta di fatto questo tema.
Ma, appunto, l’effetto comico sta anche in questo.
Un inedito Gene Wilder
Questo film dovrebbe essere preso come caso studio per raccontare la bravura di Gene Wilder come attore. In questa fase era ancora all’inizio della sua carriera, a solo un anno di distanza da La fabbrica di cioccolato (1971) e poco prima del suo ruolo iconico in Frankenstein Junior (1974).
Nell’episodio in cui è protagonista ruba totalmente la scena, lavorando in maniera splendida sulle espressioni e microespressioni, riuscendo a rappresentare in maniera incredibilmente credibile il suo innamoramento con la pecora.
Non a caso, è fra le parti più memorabili del film.
Is this Esplorando il corpo umano?
L’episodio più incredibile della pellicola è quello di chiusura, ovvero Cosa succede durante l’orgasmo?
Una piccola parentesi che sembra davvero un live action di Esplorando il corpo umano, con il sistema corporeo che sembra veramente un’azienda, con tutti i suoi reparti che lavorano insieme.
Un episodio anche molto materiale, quasi disgustoso, ad esempio quando mostra l’apparato digerente che cerca di smaltire il cibo ingerito. Ma assolutamente irresistibile in tutte le sue parti, sia quando si mostra materialmente come viene fatta un’erezione, sia quando la lingua che viene preparata per uscire.
Essere provocatori paga?
Pur essendo il film che (fino a quel momento) incassò di più per la sua produzione (anche se i grandi incassi arriveranno alla fine degli Anni Settanta), per i temi trattati subì ovviamente diverse censure.
In effetti Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) è piuttosto provocatore e molto esplicito per alcune tematiche, anche alcuni temi tabù come la zoofilia, i kinky e addirittura le gang bang.
In particolare, in Irlanda venne totalmente censurato, per poi essere distribuito alcuni anni dopo con dei tagli, in particolare per la parte dell’episodio della pecora e la scena dell’uomo che fa sesso con una pagnotta enorme.
Men (2022) è l’ultima pellicola di Alex Garland, cineasta notoper pellicole come Ex Machina (2015) e Annientamento (2018).
Ovviamente ha avuto un incasso molto limitato: appena 11 milioni in tutto il mondo, davanti ad un budget finora sconosciuto, ma che dovrebbe aggirarsi fra i 5-10 milioni di dollari.
Di cosa parla Men?
Harper è una giovane donna che, dopo essersi separata tragicamente dal marito, decide di concedersi una meritata vacanza in una piccola tenuta di campagna. La sua vita e la sua permanenza vengono però minacciati dalla presenza opprimente di diversi uomini…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Men?
Men è un film molto complesso, che presenta diversi livelli di lettura e che in un certo modo si perde nell’elemento onirico e fantastico, non sempre spiegabile. Quindi non aspettatevi di trovarvi davanti ad un horror classico e facilmente comprensibile, ma piuttosto ad un prodotto molto più vicino alla cripticità di un The Lighthouse, per esempio.
In generale comunque è un film che vale assolutamente la pena di vedere, per godersi un prodotto che racconta la figura dell’uomo e del suo rapporto con la donna in maniera interessante e inusuale. Tuttavia è giusto sapere che è anche una pellicola con una violenza e un orrore molto fisico e esplicito, che potrebbe essere non digeribile per alcuni.
Ma, se questo elemento non è per voi un problema, correte a guardarlo.
Un uomo, mille uomini
Un aspetto peculiare di Men, di cui non ci si accorge immediatamente, è che tutti gli uomini in scena, ad eccezione dell’ex-marito James, sono interpretati dallo stesso attore, ovvero l’ottimo Rory Kinnear.
Questa scelta offre molteplici chiavi di lettura, a partire dal fatto che molti personaggi appaiono fasulli: in particolare il prete, con una parrucca visibilmente finta, il padrone di casa Jeffrey, con i suoi dentoni bianchissimi, e il ragazzino, con il viso che è un evidente deep fake.
La chiave di lettura più immediata è che questa esperienza permette ad Harper di raggiungere la consapevolezza che tutti questi uomini sono in realtà fatti della stessa pasta (tanto che si partoriscono l’un l’altro).
E che, di conseguenza, rappresentano anche la figura opprimente del marito di cui cerca di liberarsi.
La mascolinità minacciosa…
Per la maggior parte della storia il maschile appare minaccioso, aggressivo e per certi versi anche incomprensibile.
Partiamo dall’aggressione più velata di Jeffrey, che parla in maniera fastidiosa a Harper in quanto donna non sposata, e così anche il poliziotto, che banalizza il pericolo che la donna sente di correre per l’uomo nudo che la perseguita.
Il maschile poi diventa via via più violento fisicamente e soprattutto sessualmente.
la casa, che rappresenta evidentemente il corpo di Harper (anche solo per le pareti rosse che sembrano le sue interiora), viene continuamente penetrata dal maschile: non a caso, quando Harper parla dell’uomo che ha cercato di entrarle in casa, usi due volte la parola penetrare.
Il simbolismo del film porta ad una traslitterazione dalla mano al pene.
Molta attenzione infatti su queste mani maschili che cercano di afferrare il corpo di Harper e penetrare dentro la casa attraverso la buca delle lettere, ma che diventano appunto un fallo quando il ragazzino mima l’atto sessuale sull’uccello con la maschera di donna.
…e il maschile debole
Ma il maschile diventa debole quando di fatto Harper lo castra: nel momento massimo dell’aggressione, ovvero quando il prete cerca di violentarla, lei invece lo penetra con il coltello e lo uccide.
E così anche quando la mano cerca di penetrare dentro alla casa e la donna gliela taglia a metà, momento in cui la regia enfatizza la superiorità di Harper rispetto al personaggio maschile con inquadratura dal basso verso l’alto.
Infatti, quando rientra infine in casa, Harper non cerca più di chiudere la porta: non ha più paura, ma vede invece una mascolinità ormai fragile, debole, che cerca di avvicinarsi a lei, ma non più in maniera minacciosa.
Quello è il momento di consapevolezza della radice del maschile violento, ovvero la sua ricerca, a partire dalle parole del marito, dell’affetto e dell’attenzione del femminile (e non solo).
L’uomo solo
Il film può avere un’ulteriore chiave di lettura proprio dal personaggio del marito.
Infatti, James è distrutto dall’idea di perdere la moglie e, di conseguenza, il suo amore.
Tuttavia è di fatto incapace di affrontare il problema in maniera sana, ma solo violenta e minacciosa: minacciando di suicidarsi, cercando di riappropriarsi della donna e anche cercando di sottometterla fisicamente.
E questo racconta un effettivo problema sociale dell’uomo che è socialmente incapace di raccontare le sue emozioni in quanto istruito a nascondere, pena l’essere paragonato al femminile debole. Al contrario il maschile viene anche educato alla violenza, e solo con quella riesce ad esprimerla.
Per questo alla fine Harper capisce che la fragilità del marito e la sua ricerca di amore è un problema intrinseco, di cui lei di fatto non ha colpa e che non poteva veramente risolvere.
E infatti alla fine appare sollevata e finalmente libera da questo peso.
Il regista di Men odia gli uomini?
Può sembrare una domanda molto stupida, ma non lo è per niente.
Questo è il classico film estremamente divisivo in cui il target della critica potrebbe sentirsi attaccato. Per questo è giusto puntualizzare che il film non è tanto banale da voler dire chetutti gli uomini sono dei molestatori e degli stupratori.
Al contrario, vuole raccontare un problema sociale di grande importanza, ovvero quello dell’approccio anche involontariamente insano dell’uomo nei confronti della donna, in tutti i modi più disparati mostrati nel film.
Fra l’altro mettendo a fuoco un problema sociale altrettanto importante, ovvero la radice della violenza di questa mascolinità, senza andare a rendere semplicemente mostruoso il maschile.
E personalmente apprezzo molto prodotti di questo tipo, in cui autori si mettono in discussione come uomini, come era stato per Last night in Soho(2021).
Il simbolismo di Men
Il simbolismo di Men è piuttosto peculiare e si presta a diverse chiavi di lettura.
L’elemento centrale è rappresentato dallo strano bassorilievo della chiesa, che viene ripreso più volte durante il film: il volto dell’uomo nudo alla fine, in generale i vari urli di Harper, in particolare quando urla nella vasca da bagno sul finale.
Quella raffigurazione è il green man, simboloantichissimo con vari significati, ma che di base rappresenta la rinascita. All’interno del film può essere proprio interpretata come la figura della mascolinità violenta e di come vede invece la femminilità passiva, in particolare sessualmente passiva.
E invece la femminilità si rivolta contro il maschile, diventando Harper stessa appunto il green man che urla.
Come lettura in più, il prete nella vasca da bagno sembra citare la vicenda di Agamennone e Clitemnestra, l’apoteosi della donna vendicativa. Lo conferma anche lo sfondo della scena: il bagno con la vasca da bagno, la stessa in cui Clitemnestra uccide il marito all’interno del mito.
Crimes of the future (2022) di David Cronenberg è l’ultima pellicola del maestro dell’orrore dopo quasi dieci anni di assenza dalla sala. Ed è stato anche il mio battesimo del fuoco per la sua cinematografia, che conosco molto marginalmente e che non ho mai veramente affrontato.
E, dopo la visione, non vedo l’ora di scoprirne di più.
La pellicola si è rivelata purtroppo un incredibile flop commerciale, anche se certamente non è stata pensata per un ritorno economico consistente: ha incassato appena 3.4 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte di una spesa di 35 milioni.
Di cosa parla Crimes of the future?
Cosa succederebbe se il corpo non potesse più provare dolore e l’uomo si evolvesse per essere sempre più affine ad un mondo di plastica e spazzatura?
Questo è il mondo in cui vivono Saul e Caprice, due artisti performativi che portano in scena spettacoli davvero peculiari: a Saul crescono organi anomali nel suo corpo, che vengono tatuati e poi estratti dalla sua partner durante lo spettacolo.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Crimes of the future?
Dipende.
Partiamo col dire che Crimes of the future non è un film per nulla semplice.
La trama non è di per sé centrale, ma è al contrario un veicolo per raccontare un mondo futuristico e desolante, spoglio e senza speranza. Un mondo concentrato unicamente sul corpo e sulle sue trasformazioni, senza più paura per l’orrore e per il grottesco.
Quindi, se non vi piace particolarmente il body horrore un tipo di orrore particolarmente materiale, è probabile che questo film non faccia per voi. Come prodotto lo posso in parte paragonare a Mad Max – Fury road(2015): un film incredibile, basato molto su un orrore spettacolare e corporeo, ma in cui la trama è di fatto secondaria.
Una società perduta?
Nel film vediamo un mondo spoglio, fatto di rottami, spazzatura e degrado.
E non sembra che la cosa interessi a nessuno.
L‘intero focus è sull’uomo, sulle sue trasformazioni, in una sorta di neo-umanesimo. L’evoluzione è talmente rapida che non è neanche possibile definirla e regolarla: continuamente nel film si parla di come certe cose siano concesse, altre non ancora, e sembra sempre di agire nelle zone d’ombra della legge.
La stessa tecnologia sembra vecchia e datata, e non sembra esserci altro desiderio di quello di curare il corpo, plasmarlo a proprio piacimento, non cercando per la bellezza, ma il grottesco, che diventa in qualche modo anche erotico.
Arrivando all’estremo con la cosiddetta chirurgia da tavolino, ovvero la chirurgia improvvisata, di strada.
La corporeità
La corporeità domina ogni elemento.
Perfino la tecnologia stessa sembra essere definita tramite la corporeità, non cercando delle linee eleganti e futuristiche, ma dei macchinari che sembrano delle creature fatte di pezzi di corpo, di ossa bianche e lucide.
Il desiderio di corporeità arriva fino a fare dei concorsi di bellezza per la bellezza interiore, di fatto quella degli organi interni, a creare degli spettacoli concentrati sull’estrazione dell’organo più artistico e addirittura il desiderio erotico di vedere un’autopsia dal vivo.
E un’autopsia sul corpo di un bambino.
Kristen Stewart: c’è sempre una prima volta
Se avete letto la mia recensione di Spencer(2021) sapete cosa ne penso di Kristen Stewart, che qui interpreta la timida impiegata Timlin. E devo dire che è la prima volta, da quando ha cominciato a recitare, che l’ho vista veramente recitare in un ruolo.
Indubbiamente non è del tutto uscita dalla sua comfort zone della ragazza timida e impacciata, elemento che spesso accomuna i suoi personaggi, anche in prove attoriali assolutamente non pessime (ma neanche grandiose) come in Spencer, appunto.
Spero sia un primo passo nella giusta direzione.
Per ora, ha la mia attenzione.
Crimes of the future spiegazione finale
Personalmente ho trovato difficile comprendere il finale, che è definitivo praticamente dal dialogo fra Saul e il Detective Cope: non riuscendo a seguirlo, complice forse il doppiaggio poco indovinato, non sono riuscita (sul momento) a capire il resto.
Se siete anche voi nella mia situazione, siete nel posto giusto.
Nel finale il detective rivela a Cope che il Vice Department ha sostituito gli organi del bambino per evitare che si scoprisse questa realtà di evoluzione umana, che si adattava a questo ideale di nutrirsi della plastica e degli scarti industriali.
Per questo le due impiegate che dovrebbero apparentemente controllare il funzionamento dei macchinari, in realtà erano in combutta con la stessa polizia. E per questo hanno ucciso il dottore (che forse ci viene fatto intendere avere la stessa mutazione di Becker) e il padre del bambino ucciso.
Alla fine Saul decide di allontanarsi dalla polizia e del suo lavoro, cominciando a nutrirsi di plastica e capendo che questo è quello che il suo corpo vuole: l’ultima inquadratura mostra un Saul molto rilassato e, finalmente, felice.
Qual è il significato di Crimes of the future?
Partendo dal fatto che il film a mio parere è del tutto godibile senza dover dare alcuna interpretazione, il significato della pellicola è in realtà abbastanza intuitivo.
Cronenberg ci vuole raccontare di un futuro desolante, ma anche possibile: un futuro in cui le guerre climatiche e la distruzione delle risorse ha portato a una realtà degradante, dove l’uomo comincerà a non potersi (o non volersi) più nutrire dei prodotti naturali, ma piuttosto di quelli artificiali.
Un futuro in cui si adatterà semplicemente alla distruzione che lo circonderà, concentrandosi solo su sé stesso, in maniera quasi ossessiva.
La volontà di nutrirsi di rifiuti industriali sarebbe l’ultimo passo verso questa idea di essere un tutt’uno con l’orrore che lo circonda.