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Dramma familiare Drammatico Film Giallo Mistero Thriller

Madre – L’occhio della madre

Madre (2009) di Bong Joon-ho è un thriller poliziesco e il suo terzo film in lingua coreana.

A fronte di un budget piccolissimo – 5 milioni di dollari – anche per la sua distribuzione limitata, ha avuto un riscontro piccolo ma significativo: 17 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Madre?

Yoon Do-joon è un ragazzo con una disabilità mentale totalmente sotto la protezione della madre, che farebbe qualunque cosa tenerlo al sicuro…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Madre?

Assolutamente sì.

Al pari di Memorie di un assassino (2003), anche Madre è un incontro piuttosto curioso – ma assolutamente vincente – fra un thriller sanguinoso e una commedia nera dai toni a tratti estremamente amari, con un utilizzo del climax e dei colpi di scena semplicemente perfetto.

Così Bong Joon-ho riesce ancora una volta – e costantemente – a stupire lo spettatore sbarigliando le carte in tavola in maniera assolutamente inaspettata, e includendo al contempo la sua onnipresente riflessione sulla problematica situazione sociale in Sud Corea.

Insomma, da non perdere.

Guardia

La Madre è un guardiano.

La costante soggettiva della donna nei confronti del figlio dall’altro lato della strada è indicativa della sua onnipresente sorveglianza, che, con lo scontro con la macchina, ne svela l’insita fragilità, che la fa scoppiare in urla di disperazione.

Ed farebbe davvero di tutto per proteggerlo.

Un personaggio in realtà rappresentativo delle angosce di una classe media estremamente impoverita, che vive alla giornata, tramite sotterfugi e lavori improvvisati – e spesso, neanche del tutto legali – necessari per la propria sopravvivenza.

Un quadro che si carica di note anche più drammatiche con la scoperta del tentato omicidio – suicidio, dettato da una disperazione crescente verso una situazione economica irrisolvibile – che il figlio rigetta nella sua totale inconsapevolezza.

E, infatti, Do-joon è incontrollabile.

Innocuo

Do-joon è un ragazzo…innocuo?

Nonostante il continuo susseguirsi di controlli scrupolosi da parte della Madre, il protagonista appare come una figura profondamente imprevedibile, che fin da subito mette in scena la sua violenza sopita quanto inconsapevole, che esplode improvvisamente in più momenti della pellicola.

Eppure, al contempo, il film è piuttosto credibile nel raccontarci questi frangenti come tutto sommato innocui, e a farci credere che Do-joon in realtà non farebbe male neanche ad una mosca, motivo per cui infine ci dispiacciamo nel vederlo bistrattato dalla polizia.

Anzi, ci sembra tanto più prevedibile la sua inconsapevole firma all’atto di confessione, apparentemente dovuto alla violenza ingiusta da parte dei poliziotti – già ampiamente esplorata in Memorie di un assassino – che il ragazzo legge come un atto di rivendicazione, come ben racconta la sua battuta:

Posso essere anche cattivo.

Eppure, c’è un fondo di verità che non cogliamo subito…

Strada

La strada per scoprire il vero colpevole sembra ormai tracciata.

Infatti Bong Joon-ho ci fa imboccare un percorso del tutto illusorio di svelamento dei veri colpevoli: prima lo scapestrato compagno di Do-joon, poi la pista più fertile dei clienti della vittima, che raccontano una rete sotterranea di prostituzione minorile, in cui omicidio non è che l’ovvia conseguenza.

Insomma, ancora una volta il regista ci intrappola nel suo inganno delle semplicità e prevedibilità della storia, prendendo le mosse da un topos narrativo piuttosto comune e dalla facile risoluzione, che ci porta facilmente a empatizzare con l’apprensiva Madre.

Ed è tanto più interessante quanto la protagonista, nella sua piccola statura, riesca abilmente ad agire nell’ombra, mai cercando lo scontro fisico, ma delegando ad altri la parte attiva, nonostante i diversi ostacoli che le vengono messi lungo la strada.

Eppure, alla fine tutto cambia.

Inconsapevolezza

Il finale, ancora una volta, sembra già scritto.

L’epifania di Do-joon sembra il tassello risolutore di un quadro già definito, di cui manca solamente il colpevole, individuato nell’oscura figura del raccoglitore di rifiuti, che, una volta consegnato alla polizia, scarcererebbe infine lo sfortunato e innocente ragazzo.

E invece il sicuro colpevole diventa il testimone chiave della vicenda, che ci narra quanto Do-joon sembra genuinamente non ricordare: la furia feroce e improvvisa con cui ha scagliato un enorme masso in testa alla ragazza che l’aveva rifiutato, e gettando la Madre in uno stato di profondo sconforto…

…che esplode in una furia omicida disperata che la porta per la prima volta ad essere protagonista dell’azione, per poi tornare totalmente passiva e impotente davanti alla cattura del vero colpevole, a cui chiede disperata se anche lui abbia una madre che lo possa proteggere come lei ha fatto per Do-joon.

Il quadro si conclude nella comprensione della totale inconsapevolezza di Do-joon, che racconta in terza persona le vere motivazioni dell’esposizione del corpo e che, infine, consegna senza rendersene conto l’unica prova che collegava la Madre alla scena del crimine…

…portando la donna a cancellare con le sue stesse mani il ricordo degli orrori di cui si è macchiata per liberare il figlio, gettandosi infine nel giubilo della folla festante che balla, rappresentazione indiretta della medesima inconsapevolezza del figlio, che probabilmente mai si ricorderà della verità della vicenda.

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2024 2025 Drammatico Film Thriller

Conclave – Un intrigo di chiesa

Conclave (2024) di Edward Berger è un thriller politico ambientato nella Città del Vaticano.

A fronte di un budget medio – 20 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: quasi 100 milioni in tutto il mondo.

Candidature Oscar 2025 per Conclave (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore attore protagonista per Ralph Phinnes
Miglior attrice non protagonista per Isabella Rossellini
Migliore sceneggiatura non originale
Miglior colonna sonora originale
Migliore scenografia
Migliori costumi

Di cosa parla Conclave?

Con la morte del precedente Papa, si dà il via alla Conclave per scegliere il suo successore. Eppure è una questione più di politica che di fede…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Conclave?

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Assolutamente sì.

Nonostante dall’esterno potrebbe apparire come un film acchiappa pubblico con un cast internazionale di star di richiamo per una vicenda scandalistica che ammicca al desiderio proibito di scoprire i dietro le quinte della Chiesa…

…al contrario, forse anche per la produzione europea, il film riesce ad essere un ottimo intrigo politico che abbraccia l’identità italiana senza stereotipizzarla, riuscendo a modulare l’utilizzo della lingua e delle dinamiche politiche senza fare un discorso fine a sé stesso, anzi.

Insomma, da riscoprire.

Atmosfera

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Un elemento fondamentale – e per me piuttosto sorprendente – è come Conclave sia riuscito consapevolmente ad abbracciare l’ambientazione.

Infatti la pellicola si concede non pochi momenti per offrire ampie vedute interne ed esterne dei luoghi della vicenda, proprio per non ridurla ad una piccola vicenda fra uomini, ma anzi ad enfatizzarne l’importanza nello scacchiere politico.

Ralph Fiennes e Stanley Tucci in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Inoltre, il regista dimostra una particolare consapevolezza dell’ambientazione per due aspetti: i rumori bianchi – il chiacchiericcio molto italiano, lo stridore della macchinetta del caffè… – e, più in generale, elementi di italianità molto specifici, soprattutto nelle scene della mensa – come il grana sparso sui tortellini.

Al contempo, la pellicola non si impigrisce sul lato linguistico, facendo parlare i suoi interpreti solo in inglese, ma anzi spazia fra le varie lingue proprio a raccontare l’ampia realtà della Chiesa e la sua portata internazionale, fra inglese, italiano, spagnolo e persino molti momenti in latino.

E con queste premesse…

Politico?

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

La vicenda di Conclave è tutta politica.

Nonostante inizialmente siamo accompagnati all‘importante momento di passaggio per il Vaticano dalla figura del Cardinale Lawrence, lo stesso appare come una figura di contorno, che non ha alcun interesse a prendere posizione, anzi preferirebbe di gran lunga rimanere in disparte…

…nonostante venga costantemente messo in mezzo.

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Non a caso la sua omelia di apertura, espressa principalmente in latino, vorrebbe ricondurre la Conclave ad un discorso di fede e di religione, quindi del tutto avulsa da questioni invece più terrene e umane, che al contrario diventeranno le protagoniste della scena…

…e di cui Lawrence diventerà il principale esecutore.

Altarini

La vicenda si Conclave è scandita da una sistematica rivelazione degli altarini.

Infatti, più Lawrence si immerge in questa vicenda del tutto umana, anzi piuttosto spinosa, più si ritrova a dover difendere la solidità della Chiesa dal punto di vista confessionale, volendo tenere lontano dalla Cattedra personaggi di dubbio gusto che farebbero solo del male all’Istituzione.

Ed è anche più interessante osservare come le vittime della sua indagine siano solo i candidati che si siano macchiati di crimini che andrebbero ad infangare la fama della Chiesa – simonia, violazione dei voti di castità… – ma non comprendano un personaggio estremo come il Cardinale Tedesco.

Lo stesso infatti non ha alcuna colpa se non il suo intestardirsi nell’idea di voler riportare la Chiesa alle sue radici più conservatrici e reazionarie, tanto da arrivare a voler annunciare una guerra santa nei confronti di un presunto nemico della Confessione: l’Islam.

E, inevitabilmente, la lotta è a due…

…oppure no?

Terreno

Lawrence non vuole essere Papa.

Più volte durante la pellicola i dubbi, financo le reazioni scomposte davanti a questa prospettiva, lo identificano come il candidato perfetto per questa posizione, proprio nel suo non volerla ricercare, nel suo non avere mire politiche ed autoritarie.

Eppure, neanche lui è la risposta che la Chiesa sta cercando.

Introdotto inizialmente come elemento di disturbo, il Cardinale O’Malley rimane saldo ai margini della scena per la maggior parte della pellicola, diventando centrale solo nella sua denuncia della gretta realtà del Conclave: un gruppo di uomini piccoli, arroccati nei loro palazzi d’oro, lontani dagli ideali della Chiesa povera e vicina agli ultimi.

E la sua scelta come nuovo Papa è significativa anche per l’ultimo segreto svelato da Lawrence: l’intersessualità del neo eletto Innocenzio, che ha scelto consapevolmente di non abbandonare, anzi di abbracciare come un dono di Dio che apra la Chiesa ad una visione più ampia e inclusiva, adattandosi alla sempre più stringente attualità.

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Avventura Film Horror Nuove Uscite Film Thriller

Heretic – Il compromesso in bilico

Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods è un thriller psicologico con protagonista Hugh Grant.

A fronte di un budget molto contenuto – 10 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 57 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Heretic?

Sorella Paxton e Sorella Barnes sono due giovani missionarie mormone che vanno di casa in casa a portare la parola del Salvatore. Ma uno di questi incontri potrebbe essere più complesso del previsto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Heretic?

Sophie Thatcher in una scena di Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods

In generale, sì.

Heretic è un buon film horror che non scade in molti trucchi che creano facilmente tensione e paura, ma piuttosto si impegna, tramite una regia attenta e puntuale, a costruire il senso di angoscia e di tensione, con un sottofondo riflessivo per nulla scontato, ma che anzi mi ha piuttosto sorpreso.

Inoltre, la pellicola è un altro tassello che si aggiunge all’ottima carriera attoriale di Hugh Grant, che negli ultimi anni – a partire da Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri (2023) – si è lasciato alle spalle le romcom che ne hanno definito la popolarità per diventare un superbo caratterista.

Insomma, dategli un’occasione.

Definizione

Sophie Thatcher in una scena di Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods

La definizione delle due protagoniste avviene splendidamente tramite immagini.

Già l’apertura, con la sentita discussione sui preservativi, si scontra con la supposta riservatezza della comunità mormona, e tratteggia una coppia che non aderisce banalmente al tipo di personaggio devoto e la cui fede verrà messa in dubbio, ma anzi anticipa un racconto ben più sfumato.

E l’apparentemente futile dinamica di bullismo nei confronti di Sorella Paxton è ancora più fondamentale.

Sophie Thatcher e Chloe East  in una scena di Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods

Infatti la stessa mette subito a confronto le diverse tendenze delle due protagoniste, più volte ribadite anche nelle scene successive: come Sorella Barnes è un’attenta osservatrice, che riesce a cogliere i sottesi delle situazioni con grande abilità, e a non reagire prima del tempo…

…al contrario Sorella Paxton è un animo più semplice, che si affaccia al mondo senza alcuna malizia, anzi con la sicurezza che la sua bontà venga corrisposta, poco prona a scontrarsi con gli altri, ma piuttosto proattiva nel mettersi in gioco quando le viene data l’occasione.

Una dualità fondamentale soprattutto per l’incontro con Reed.

Contrasto

Hugh Grant in una scena di Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods

La personalità di Reed è estremamente contrastante.

L’ottimo Hugh Grant riesce a portare in scena un personaggio capace di muoversi su diversi tagli narrativi, indossando una maschera comica che però non contrasta con la sua vera natura, e che non agisce mai con gratuita crudeltà, ma bensì seguendo dei principi che per lui appaiono fondamentali.

Ma fin da subito si notano le prime crepe nella sua apparenza, i primi indizi di tutta una serie di trucchi utilizzati per provare la sua tesi, che però solamente Sorella Barnes riesce effettivamente a notare, restando per tutto il tempo restia ad aprirsi a questo ambiguo personaggio.

Hugh Grant in una scena di Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods

Da questo punto di vista, proprio come la scrittura del personaggio è sempre coerente con se stessa, anche il film riesce a non tradirsi, a non ricadere in facili trovate per risvegliare l’attenzione del pubblico, come il torture porn o elementi esplicitamente magici che avrebbero minato la credibilità della pellicola.

Al contrario, per mantenere viva la tensione, la pellicola fa un ottimo uso della soggettiva e falsa soggettiva, che unisce lo sguardo del personaggio a quello dello spettatore, spingendolo ad essere talmente immerso nella scena da guardarsi letteralmente intorno all’interno della stanza…

…e costruendo così un ottimo climax tensivo legato alla scoperta della casa.

Eppure, Heretic non mi ha convinto fino in fondo.

Tesi

La tesi di Reed non è banale, anzi è molto ben pensata.

Eppure il film sembra non crederci fino in fondo.

Anche comprensibilmente, più che imporre un’idea, Heretic offre uno spunto di riflessione, mettendo ottimamente in scena la tesi di Reed tramite l’utilizzo dei giochi da tavolo, andando a svelare alcuni altarini delle religioni abramitiche già ampiamente discusse in altre sedi…

…ma contrapponendogli l’antitesi di Sorella Barnes, un personaggio non ciecamente innamorato della sua fede, ma che al contrario mette più volte in discussione, e che, proprio rispondendo al suo antagonista, dimostra di avere consapevolezza dell’argomento – e di saperlo sostenere.

Tuttavia avrei preferito che questa contrapposizione fosse portata fino in fondo, anche senza dover dar per forza ragione a una o all’altra parte, invece che arrivare ad un finale che non definirei smaccato, ma che comunque introduce l’elemento magico per contrastare la pesante concretezza del resto della pellicola…

…forse troppo timido nel volersi imporre fino in fondo con la stessa, giungendo ad un compromesso tematico che non mi ha convinto fino in fondo.

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Dramma familiare Drammatico Film Robin Williams Thriller

One Hour Photo – L’angolo

One Hour Photo (2002) di Mark Romanek è un thriller psicologico con protagonista Robin Williams in uno dei titoli più particolari della sua carriera.

A fronte di un budget piuttosto contenuto – 12 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 52 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla One Hour Photo?

Sy è un dipendente del laboratorio di sviluppo fotografico della SaveMart ed è totalmente innamorato del suo lavoro. Una persona che non farebbe male ad una mosca…giusto?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere One Hour Photo?

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

Assolutamente sì.

One Hour Photo vi sembrerà un titolo veramente anomalo se siete abituati ai personaggi bonari e confortanti della filmografia di Williams – come Mrs. Doubtfire (1993) e L’attimo fuggente (1989).

Ma, proprio per questo, è un’opera che vale la pena di essere scoperta, anche solo come ulteriore conferma di quanto fosse un interprete multiforme e pronto ad intraprendere i ruoli più diversi, soprattutto quando, come in questo caso, era premiato da una scrittura precisa e profondamente enigmatica.

Aspettative

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

One Hour Photo gioca sulle aspettative.

E in due direzioni.

Da una parte, si basa sui personaggi più iconici della carriera di Williams, che per diversi anni aveva fatto innamorare il pubblico con le sue figure accoglienti e confortanti – anche nei titoli più drammatici come Will Hunting (1997) – fingendo di portare in scena un ruolo analogo…

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

…nonostante l’apertura del film ci porti in una direzione totalmente differente, suggerendoci (senza mostrarlo) che il protagonista si sia macchiato di atti sanguinosi e disturbanti, di cui parla con la massima tranquillità, interessato esclusivamente ai suoi preziosi scatti.

Eppure, anche questa è una falsa pista.

E solo una delle tante.

Ruolo?

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

Sy vuole prendere il posto di Will?

Uno dei lati più inquietanti del protagonista è il suo atteggiamento nei confronti sia di Nina che del piccolo Jake, verso cui nutre evidentemente un interesse morboso, cercando con piccoli ed ingenui stratagemmi di inserirsi forzosamente nella loro vita.

E l’innocuo autoscatto con la fotocamera di famiglia è solo l’inizio.

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

Per Nina Sy sembra volersi riproporre come un compagno più premuroso e attento, gettando l’esca con la comune lettura, con cui riesce ad attaccare facilmente bottone con la donna, di cui percepisce la profonda insoddisfazione nei confronti del marito.

Invece per Jake vuole essere il padre presente e accogliente che Will non è mai stato, diventando l’unico partecipante della sua partita di baseball, e pure sbilanciandosi nel voler difendere il bambino dal suo acre allenatore e pure comprandogli dei giocattoli sottobanco.

Ma la realtà è ben più complessa.

Ruolo

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

Sy non vuole – e non può – prendere il post di Will.

Nel suo struggente monologo finale il protagonista rivela il suo ambiguo risentimento nei confronti della famiglia Yorkin, di cui vuole prendere parte non come nuovo patriarca, ma come un pezzo aggiuntivo di un nucleo affettivo che gli appare così tanto desiderabile.

Per questo il suo odio verso Will non deriva dall’impossibilità di sostituirlo, ma bensì dall’osservare come un uomo così egoista sprechi totalmente il grande regalo che la vita gli ha fatto, lontano dagli orrori dell’infanzia che hanno invece segnato l’esistenza del protagonista.

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

Proprio per questo sulle prime Sy si immagina come una parte ormai integrata della famiglia, un vecchio zio che vizia il bambino e che, al contempo, tiene così tanto ai suoi parenti da volerli proteggere dalla disgustosa infedeltà di Will.

E nel finale tutto viene perfettamente rivelato.

Angolo

Robin Williams in una scena di One Hour Photo (2002) di Mark Romanek

Sy può vivere solamente nella finzione.

Il protagonista ha costruito una sceneggiata del tutto fittizia nei confronti di Will e della sua amante – come ci tiene più volte a ribadire durante la tortura – ma non per umiliarli, ma bensì per creare uno spazio di cui può fare finalmente parte.

Una realtà ideale rappresentata dalle foto perfette e idilliache che aveva sviluppato, dalla grottesca galleria di momenti della famiglia Yorkin nella sua stessa casa, creata con una serie di scatti rubati ed impressi nel tempo nella loro fugace perfezione. 

Ma di questa realtà Sy non può esserne il centro.

Infatti il focus dei suoi scatti finali non sono i due vergognosi soggetti umani, ma bensì gli oggetti di sfondo, di contorno, in cui Sy rivede perfettamente se stesso, incastonato in una panorama di cui può finalmente fare parte, anche se relegato agli angoli dell’inquadratura…

…gli unici dove gli è possibile stare.

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Avventura David Lynch Dramma romantico Drammatico Film Giallo Grottesco Surreale Thriller

Velluto Blu – La trama nascosta

Velluto Blu (1986) segnò il ritorno di David Lynch, dopo due film più hollywoodiani Elephant man (1980) e, soprattutto, Dune (1984) – ai fasti della sua opera prima.

A fronte di un budget piccolissimo – 6 milioni di dollari, circa 18 oggi – è stato un discreto insuccesso commerciale: 8,5 milioni in tutto il mondo (circa 24 oggi).

Di cosa parla Velluto blu?

Per una pura casualità, la vita del giovane Jeffrey si intreccia con le turbolente vicende della enigmatica Dorothy Vallens e del suo aguzzino, Frank Booth.

O, almeno, questo è quello che sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Velluto blu?

David Lynch e Isabella Rossellini sul set di Velluto Blu (1986) di David Lynch

Assolutamente sì.

Con Velluto blu Lynch è riuscito nuovamente a sorprendermi, anche se questa volta in maniera meno plateale: un thriller con una trama apparentemente lineare, in realtà disseminato di piccoli indizi che raccontano una storia ben diversa.

Infatti, se avrete voglia davvero di ascoltare la pellicola, rimarrete rapiti dall’enigmatico simbolismo sotterraneo, che, come ogni film di Lynch che si rispetti, non vuole veramente farsi capire, ma piuttosto lasciar libera la fantasia e l’interpretazione dello spettatore.

Insomma, non potete perdervelo.

MacGuffin

L’inizio di Velluto blu è un classico McGuffin…

…oppure no?

Il malore del padre del protagonista sembra davvero pretestuoso, tanta è la velocità con cui questo personaggio esce ed entra di scena, diventando semplicemente l’occasione per dare modo a Jeffrey di trovare l’orecchio tranciato e scoprire di Dorothy.

L'orecchio di Velluto Blu (1986) di David Lynch

E questa sensazione pervade anche il resto del primo atto, in cui personaggi utili alla prosecuzione della storia sembrano apparire molto convenientemente per dare al protagonista tutti i motivi e i mezzi per avvicinarsi alla misteriosa cantante.

Altrettanto conveniente è l’ottenimento della chiave, per chi basta una banalissima scusa per introdursi nella casa di Dorothy, riuscendo nel frattempo già a mettere insieme i primi pezzi del puzzle con la breve comparsa di Frank.

E quindi…

Specchio

Kyle MacLachlan nascosto nell'armadio in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

L’aggressione di Jeffrey è un grottesco specchio.

Sorpreso a nascondersi nell’armadio della donna, sembra inizialmente Dorothy lo voglia umiliare, cominciando poi in realtà a sedurlo, a condurlo al suo letto, pur intimandolo ogni volta di non guardarla, come se volesse vivere all’interno di una fantasia di cui non fa veramente parte.

Una scena apparentemente incomprensibile, in realtà più chiara assistendo alle dinamiche che si susseguono in scena con l’arrivo di Frank e la sua grottesca violenza nei confronti di Dorothy, basata su un contrasto piuttosto curioso fra i protagonisti della scena.

Isabella Rossellini e Dennis Hopper in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

Da una parte Frank, il classico, odioso villain, che sembra spremere le sue ultime forze vitali – come testimonia il respiratore di cui fa spesso uso – e che vuole essere considerato come un bambino, che richiede le attenzioni materne, in una sorta di rituale.

E così Dorothy, a cui è stata negata la vita familiare con il rapimento del figlio e del marito, è invece costretta a tornare nel ruolo materno, e a sopportare tutti i capricci del suo aguzzino – che, fra l’altro, non vuole essere visto in queste particolari vesti.

Ma in questo delizioso delirio onirico, ci sono due elementi che possono aiutarci a comprendere cosa davvero Lynch ci vuole raccontare.

Fantasma

Don e Donnie sono due figure evanescenti.

Come l’uno non compare mai in scena, ma rimane vincolato dietro ad una porta, per sempre nascosto dalla vista di Jeffrey – e dalla nostra – il secondo appare unicamente sul finale, come fantoccio ormai senza vita che racconta l’ultimo atto della furia omicida di Frank.

Ma proprio questa loro fumosa presenza potrebbe favorire anzitutto l’interpretazione onirica, ma soprattutto far ipotizzare che in realtà Don, Donnie e Jeffrey siano di fatto la stessa persona, la stessa figura positiva che il protagonista spalma su più personaggi con cui non condivide mai la scena.

Isabella Rossellini e Kyle MacLachlan in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

Un’idea confermata sia dal fatto che ad un certo punto è proprio Dorothy a chiamare il suo giovane amante con il nome del figlio, sia dal fatto che nella stessa scena la donna lo implora di tenerla prima che crolli in questa oscurità ripetutamente evocata:

Now it’s dark…

E ora le tenebre…

Frasi apparentemente senza significato, ma che ben si incastrano con un altro elemento significativo del film.

L’orecchio.

Orecchio

Isabella Rossellini, Kyle MacLachlan  e Laura Dern in una scena di Velluto Blu (1986) di David Lynch

L’orecchio è la chiave della storia.

Proprio nella sua funzione di far entrare Jeffrey nella vita di Dorothy, con il suo eloquente avvicinamento nel cavo uditivo, la regia ci suggerisce come se il protagonista penetrasse in una realtà sotterranea, oscura, di cui non ha veramente il controllo, ma di cui vuole disperatamente essere l’eroe.

Lo stesso orecchio è richiamato nel finale del film, ma questa volta è un orecchio vivo e parte del protagonista che si gode una giornata luminosa disteso nel giardino di casa, dove sembrano essersi raggruppati tutti i personaggi, ormai estranei ad ogni pensiero negativo e immersi in un sogno primaverile.

Così il simbolismo dell’orecchio è ribaltato con l’arrivo della rondine, che porta in bocca proprio un insettaccio nero, simile alle formiche che apprestavano l’entrata del mondo segreto che Jeffrey ormai sembra aver abbandonato, confermando la profezia che la stessa Sandy.

Ci troviamo quindi forse fra due mondi, entrambi onirici e misteriosi, fatti di simboli e precisi rituali, nessuno dei due veramente concreto se non all’interno dei limiti dell’immaginazione di Jeffrey, che, proprio come un sogno, riesce a ricollegare solo debolmente le figure in scena…

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Avventura Azione Buddy Movie Commedia Dramma familiare Drammatico Film Giallo Thriller

The Nice Guys – Bruciare lo spunto

The Nice Guys (2016) di Shane Black è un buddy movie con protagonisti Ryan Gosling e Russell Crowe.

A fronte di un budget non particolarmente importante – 50 milioni di dollari – è stato un disastro al box office: appena 71 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla The Nice Guys?

Jackson e Holland sono due personaggi con impieghi piuttosto particolari: l’uno un investigatore privato approfittatore, l’altro un hitman disilluso dalla vita. Ma una causa comune li farà incontrare in maniera inaspettata…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Nice Guys?

Sì e no.

Se da una parte The Nice Guys è un film incredibilmente mediocre sotto ogni punto di vista – totale mancanza della chimica fondamentale dei protagonisti, direzione attoriale non pervenuta, scrittura approssimativa che viaggia per frasi fatte…

…dall’altra non è niente di peggio di un qualunque altro action di poco spessore che potete guardarvi per passare due ore in spensieratezza, spegnendo completamente il cervello – magari riuscendo persino a ridere.

Ve lo auguro.

Spunto

The Nice Guys parte da uno spunto tutto sommato interessante.

Ogni buddy movie che si rispetti ha come protagonisti due personaggi per qualche motivo disillusi dalla vita, impegnati in qualche attività al limite del legale che li rende egocentrici, approssimativi e assolutamente intrattabili…

…insomma due che non potrebbero mai lavorare insieme.

E già in questa fase il film cerca di inserire i primi elementi di ironia che raccontino il carattere turbolento dei personaggi – Jackson che conta al centesimo i soldi di Amelia e Holland che si approfitta della buona fede di una vecchia signora.

E l’ironia sta proprio nel fatto che siano considerati dei bravi ragazzi dalle persone che aiutano, ma che lo diventino effettivamente quando si mettono in gioco per il bene comune, pur rischiando la loro stessa vita.

Questa, almeno, sarebbe la storia sulla carta.

Poi arriva l’esecuzione.

Chimica

Due sono sostanzialmente i problemi interconnessi della pellicola.

La mancanza di chimica fra gli attori e la direzione attoriale.

Uno degli elementi portanti del genere è proprio l’importante costruzione del rapporto fra i due protagonisti, che partono da una soluzione di totale antagonismo per arrivare a collaborare in maniera improbabile, e infine a ricongiungersi in una ritrovata e imprevedibile amicizia.

Da questo punto di vista film come 48 ore (1982) hanno fatto la storia del genere nel mettere in scena attori dal grande carisma, capaci di rendere vivo un copione che altrimenti sarebbe apparso molto banale e con poco mordente…

…esattamente come in questo caso.

Fra i due l’unico che veramente ci prova è Ryan Gosling, al tempo lanciatissimo per La La Land (2016), dove aveva già dimostrato di saper evadere i ruoli strettamente drammatici per offrire interpretazioni ben più sfaccettate e variegate.

Purtroppo, lo stesso si deve scontrare con un Russel Crowe che ormai da anni ha disimparato a recitare, e che in questo caso si perde in una recitazione inutilmente drammatica e riflessiva, che non lascia mai il fianco al suo coprotagonista per creare un effettivo rapporto.

Insomma, arrivando alla fine della pellicola, lo spettatore non ha alcun motivo per pensare che i due ora potranno lavorare insieme.

Ma le vere vittime sono altre.

Possibilità

Per un giovane interprete ad Hollywood purtroppo è sempre sfida riuscire a trovare la parte giusta, il regista capace di valorizzarli.

Non è il caso di Shane Black.

La meno penalizzata è forse l’allora giovanissima Margaret Qualley, che ha dimostrato nel tempo una capacità attoriale ben superiore, ma che in questa pellicola porta in scena una recitazione incredibilmente macchiettistica e assolutamente dimenticabile.

Ma la vera vittima sacrificale di questa conduzione scellerata è la povera Angourie Rice, a cui viene affibbiata una parte che speravo fosse stata ormai abbandonata dal cinema contemporaneo: l’insopportabile bambina che vuole impicciarsi nelle faccende degli adulti, dimostrando di saperne ben più di loro.

Ed è veramente struggente vederla annaspare nel cercare di rendere vive battute così stereotipate e che evidentemente non sente sue…

E più in generale, è deprimente vedere come il film cerchi continuamente di far ridere lo spettatore, persino di giocare con i tropoi del genere, ma fallendo da ogni punto di vista, risultando apertamente ridicolo in una produzione che è davvero il disastro perfetto.

E, per una volta, do ragione al botteghino.

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Avventura Comico Commedia Commedia nera Dramma familiare Drammatico Film Giallo Grottesco Humor Nero Il grande inizio Thriller

Fargo – Una parentesi criminale

Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen è stato il primo dei grandi successi di questo talentuoso duo di registi statunitensi.

A fronte di un budget molto piccolo – appena 7 milioni di dollari, circa 14 oggi – è stato un ottimo successo commerciale: 60 milioni di dollari in tutto il mondo – circa 120 oggi.

Di cosa parla Fargo?

Jerry è un mediocre impiegato in una concessionaria, che farebbe di tutto per cambiare la sua vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Fargo?

Frances McDormand in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Assolutamente sì.

Fargo è stato amore a prima vista: già da questa splendida pellicola i fratelli Coen seppero distinguersi per una scrittura davvero attenta e puntuale, capace di portare in scena con pochi tratti personaggi poliedrici e incredibilmente reali.

Una storia che riesce ottimamente ad unire un lato più amaro ad una verve più strettamente ironica, fra la commedia più leggera e il puro humor nero, al limite del surreale – incontro che definirà gran parte della loro produzione successiva.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Mediocre

William H. Macy in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

In Fargo entriamo nella vicenda quasi in medias res.

Jerry ha già da tempo meditato una sorta di riscatto segreto per ottenere con l’inganno i soldi che gli servono per il suo progetto altrimenti impossibile, utilizzando la sua sfortunata moglie come merce di scambio per pescare a piene mani nel portafoglio del suocero.

Ma già dal primo scambio con i due rapitori capiamo quando il protagonista sia vittima della sua stessa mediocrità, del suo farsi sempre mettere i piedi in testa e così non riuscire mai ad emergere dalla sua condizione di grigio impiegato, nonostante si creda invece un grande stratega.

William H. Macy in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Quindi un potenziale personaggio da compatire che viene sempre più tratteggiato come inetto e pure meschino, soprattutto quando ci viene finalmente mostrato il panorama familiare: una moglie piacevole e accogliente, che non merita un marito del genere…

…e un patriarca sicuramente arcigno e pungente, ma che alla lunga diventa anche comprensibile nel suo non voler investire il suo patrimonio in un personaggio poco affidabile come il suo genero – come verrà poi ribadito nell’amaro incontro con gli altri investitori.

William H. Macy e Kristin Rudrüd in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Così l’incapacità di Jerry di metterci la faccia è tanto più evidente in un parallelismo sottile ma fondamentale nella scena della concessionaria: davanti ad un cliente insoddisfatto, il protagonista è incapace di far valere la sua posizione, e agisce tramite sotterfugi e mezzucci.

E non potrebbe mettersi in mani più sbagliate per il suo progetto…

Improvvisazione

Steve Buscemi in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Carl e Gaear si inseriscono perfettamente nel concetto di decostruzione del fascino criminale.

Fargo uscì infatti nel periodo di tramonto del fascino dei serial killer statunitensi, che avevano imperversato la cronaca nera fra gli Anni Settanta e Ottanta, spesso diventando protagonisti di culti e ammirazioni fuori controllo per l’avventatezza del loro crimini.

Al contrario, i fratelli Coen raccontano questi personaggi proprio come due criminalucci da strada, che ricercano una conferma del loro status – particolarmente Carl – in un atteggiamento di particolare superiorità e supponenza, nonché tramite le più squallide compagnie femminili.

Steve Buscemi in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

E proprio loro diventano vettori della violenza spropositata e fuori controllo che trasformerà un semplice rapimento fittizio in una passerella di morte imprevedibile e incontrollabile, alimentata da una serie di fraintendimenti e sfortune.

E proprio qui si inserisce la riflessione del più importante personaggio della storia: Marge.

Alternativa

Frances McDormand in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Marge è una protagonista piuttosto particolare.

Il suo personaggio è quello che meglio incarna lo spirito di Fargo: un racconto reale e umano, che riesce in poche pennellate ben pensate a tratteggiare perfettamente i personaggi in scena, in cui un semplice risveglio all’alba e le premure del marito, Norm, ci raccontano un matrimonio felice quanto ordinario.

E tutta l’indagine riguardo all’assurda scia di omicidi è quasi una parentesi all’interno di una vita molto semplice ma comunque soddisfacente, in cui la maggior preoccupazione è la vittoria di Norm per la sua opera d’arte, inframmezzata dai discorsi più seri riguardo invece ai killer allo sbaraglio.

Frances McDormand in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Infatti l’atteggiamento di Marge, nonostante l’avventatezza degli eventi di cui diventa testimone, è sempre sereno e solare, quasi dovesse interfacciarsi con una vicenda del tutto ordinaria, quasi ridicola – e comunque molto meno interessante di quanto gli stessi protagonisti vorrebbero farla passare.

Per questo la sua amarezza è così profonda davanti ad un crimine dettato esclusivamente dal desiderio di guadagno, di una riaffermazione del sé arrogante e destinata alla totale distruzione, con un contrasto molto sentito fra le drammatiche vicende innescate da Jerry…

…e il più semplice, quanto soddisfacente, quadretto familiare che si ricompone nel finale.

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Avventura Film Horror Thriller Tri West

MaXXXine – Dobbiamo continuare?

MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine diretta da Ti West con protagonista Mia Goth, qui anche nel ruolo di produttrice.

A fronte di un budget simile ai precedenti – 1 milione di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 22 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla MaXXXine?

Dici anni dopo X, Maxine è effettivamente una star di Hollywood, ma non come avrebbe desiderato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere MaXXXine?

Mia Goth in una scena di MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine

Dipende.

MaXXXine è con ogni probabilità un sequel creato unicamente per via dell’ottimo sodalizio artistico fra il regista e la sua attrice protagonista e, più in generale, del grande successo di pubblico che i film precedenti avevano goduto.

E, proprio per questo, è un film senza particolare mordente, che manca quasi del tutto della struttura tematica caratteristica dei precedenti capitoli, non volendo essere niente di più che la conclusione della storia di Maxine.

Ma, nel complesso, può essere apprezzabile

Gabbia

Mia Goth in una scena di MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine

Maxine si è intrappolata da sola.

Rimanendo del tutto sorda agli avvertimenti dieci anni prima di Pearl, la protagonista si è gettata inconsapevolmente nel mondo del cinema per adulti, finendo per esserne definita e, apparentemente, precludendosi ogni possibile strada per il vero successo.

E la sua persona ne risulta talmente svalutata che, persino davanti ad un provino effettivamente meritevole come quello che si vede all’inizio del film, l’unico interesse della produzione è valutare la grandezza del suo seno.

Mia Goth in una scena di MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine

Generalmente parlando, tutta la pellicola racconta Maxine come un personaggio senza futuro, definito da un passato che cerca in tutti i modi di allontanare da sé, scegliendo di rimanere consapevolmente sola, unicamente focalizzata sul raggiungimento del proprio obbiettivo…

…e nient’altro.

Minaccia

Maxine è costantemente minacciata…

…ma riesce a fuggire inconsapevolmente il pericolo.

La storia del Night Stalker rimane infatti sostanzialmente sullo sfondo, con la protagonista che ascolta solo distrattamente le notizie alla TV, incosciente riguardo alla minaccia in agguato, di cui ancora non sa di essere il principale obbiettivo.

Mia Goth in una scena di MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine

Infatti, il suo evitare la scena mondana e il pericolo che la stessa cela, non è dettato dalla prudenza, ma piuttosto da uno stacanovismo piuttosto peculiare in cui Maxine sente di dover dare il massimo per raggiungere il successo.

E così davanti a lei sfilano le future vittime del padre, che vengono giustiziate una ad una, diventando inconsapevoli esche per Maxine stessa, che invece rimane fuggevole e inafferrabile…

Solidarietà

Mia Goth in una scena di MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine

Uno dei timidi tentativi del film di approfondire la sua protagonista si rivela non del tutto riuscito.

Ti West vorrebbe riscrivere positivamente Maxine, facendola partire da uno stato di totale egocentrismo – in cui il suo unico interesse è il raggiungimento del sogno – e facendole abbracciare invece un senso di giustizia e solidarietà umana sul finale.

Mia Goth in una scena di MaXXXine (2024) è il terzo capitolo della saga di Maxine

Un’amara presa di consapevolezza della verità delle parole di Pearl, e una presa di coscienza dell’angoscioso presente, molto più complesso di quanto aveva immaginato, che la porta infine ad affrontare i fantasmi del suo passato, anzi ad arricchirsi tramite gli stessi.

E anche qui…

Sogno

Maxine realizza il suo sogno?

MaXXXine vorrebbe in qualche maniera ricalcare il finale di Pearl, ma riportandolo molto più con i piedi per terra: la protagonista si rende conto del regalo che le sta facendo il padre, rendendola una figura drammatica e orrorifica dentro e fuori dal grande schermo.

E allora la sua mente viaggia verso un futuro luminoso, in cui viene incondizionatamente celebrata, tanto da arrivare alla produzione di un film biografico sulla sua interessantissima vita, raggiungendo finalmente quello status di star tanto ricercato.

Ma nella realtà si torna nella penombra della roulotte, in cui Maxine ripete a se stessa di essere una star, ma questa volta consapevole della fumosità della sua recente popolarità, che le porterà solo un’attenzione passeggera, rimanendo sempre sul pericoloso precipizio dell’oblio.

Un tema estremamente attuale, ma decisamente meno pungente rispetto ai due capitoli precedenti…

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Avventura Comico Commedia Dramma romantico Drammatico Film Giallo Thriller Woody Allen Woody Allen 2000

Scoop – La summa

Scoop (2006) può essere considerato per certi versi una summa della carriera di Woody Allen fino a quel momento.

A fronte di un budget molto piccolo – appena 4 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 39 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Scoop?

Sondra è una giovane studentessa di giornalismo che si trova fra le mani lo scoop del secolo. Ma la fonte non è quella che vi potreste aspettare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Scoop?

Scarlett Johansson e Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Assolutamente sì.

Scoop è un film che porto particolarmente nel cuore: un poMisterioso omicidio a Manhattan (1993), un po’ Criminali da strapazzo (2000), la pellicola risulta un ottimo incontro fra la linea comica piuttosto classica di Allen e il poco esplorato genere thriller.

Fra l’altro, scegliere nuovamente come protagonista un’interprete così versatile come Scarlett Johansson, ed affiancarla ad un ottimo Hugh Jackman, è stata l’idea vincente per creare una piacevolissima commedia investigativa, che non manca comunque di toni più cupi.

Insomma, da vedere.

Casuali

Ian McShane in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

I personaggi in scena sono del tutto improbabili.

La pellicola si apre con il funerale dello scaltro Joe Strombel, con un vivace dialogo fra i suoi amici che, ricordandone le imprese, ci offrono una prima, fondamentale infarinatura sul personaggio prima ancora che entri in scena – tecnica già ben sperimentata in Hollywood Ending (2002).

Così, non perdendo mai il vizio di rincorrere la prossima notizia da prima pagina, neanche da morto, il personaggio si interessa fin troppo all’indiscrezione della ex segretaria di Peter Lyman, tanto da scegliere di passare il testimone a qualcuno che possa farne buon uso.

Ma forse non il candidato che si aspettava…

Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Già frustata per aver scelto una carriera così diversa da quella prospettata dalla sua famiglia, la Sondra all’inizio del film sembra trovarsi ad un vergognoso capolinea, quando dal suo intervistato non riesce a ricavare nient’altro che una poco spendibile notte di fuoco.

Così il racconto dello spettacolo a cui partecipa sembra in prima battuta fine a se stesso, ma invece è del tutto fondamentale per introdurre l’ultimo membro di questo improbabile terzetto di investigatori, con il suo repertorio di trucchi magici di livello davvero infimo.

Eppure, proprio durante lo spettacolo le loro strade si incroceranno.

Principiante

Scarlett Johansson e Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

La coppia di protagonisti si dimostra fin da subito fin troppo improvvisata.

Pur molto scettico all’inizio, Sid si lascia infine coinvolgere nei primi passi di una Sondra che procede a tentoni, arrivando persino a pedinare l’uomo sbagliato – riuscendo a non mandare a gambe all’aria i suoi piani solo grazie ad amicizie in comune.

Da qui prende piede la gustosissima trama comica della pellicola, costellata da infinite gag di un Woody Allen in splendida forma, che riescono nel complesso ben a dialogare con il personaggio della Johansson.

Scarlett Johansson, Hugh Jackman e Woody Allen in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

E paradossalmente, proprio nel suo essere chiassoso, Sid crea la faccia perfetta.

Infatti risulta del tutto credibile che la giovane Jade abbia al suo fianco un padre così strambo, che non può fare a meno di divulgare i più intimi ed improbabili dettagli dell’infanzia della figlia – anche perché, col tempo, comincia davvero a considerarla tale.

Fra l’altro, questo taglio quasi surreale del personaggio ben si accompagna al continuo dell’investigazione che sembra sempre sull’orlo della catastrofe, anche grazie anche ad un montaggio incalzante che accompagna splendidamente la costruzione della tensione.

Delle dinamiche che mi ricordano qualcosa…

Eredità

Scarlett Johansson e Hugh Jackman in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Scoop è, in ultima analisi, una riscrittura di Notorious (1946).

Così, se Alicia doveva stanare una famiglia di nazisti in fuga con un matrimonio combinato, allo stesso modo Sondra deve entrare nelle grazie di Peter per poter sciogliere il mistero del Killer dei Tarocchi, finendo però per innamorarsene e per cadere nella sua rete di inganni.

Scarlett Johansson e Hugh Jackman in una scena di Scoop (2006) di Woody Allen

Il punto d’arrivo sembra la rivelazione del vero serial killer, che fa cadere ogni accusa nei confronti di Lyman, confermando la sua insospettabilità, con un Sid che però non ci crede e si intestardisce a tal punto da finire per passare da salvatore a vittima.

Fra l’altro, con una conclusione perfetta per il personaggio di Peter, il cui racconto di compagno fin troppo affettuoso e dal comportamento impeccabile, ma nondimeno piuttosto possessivo nei confronti di Sondra, infine ben si sposa con la rivelazione invece del suo oscuro segreto…

…con una chiusura a sorpresa in cui Sondra che, a differenza di Alicia, riesce ad ingannare Peter fino alla fine.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Thriller Woody Allen Woody Allen 2000

Match Point – Una trappola personale

Match Point (2005) è il primo film strettamente drammatico della carriera di Woody Allen, al tempo considerato anche il suo grande ritorno artistico.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 15 milioni di dollari – fu un ottimo successo commerciale: 85 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Match Point?

Chris è un ex campione di tennis che sbarca il lunario lavorando in un club sportivo come istruttore. Ma la fortuna sarà più dalla sua parte di quanto potrebbe pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Match Point?

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Assolutamente sì.

Match Point, insieme al successivo Blue Jasmine (2013), rappresenta un momento interessantissimo della carriera di Woody Allen, che per la prima volta fece uscire di scena il suo personaggio e la sua comicità iconica per provare un nuovo approccio...

…su temi già ampiamente esplorati, ma all’interno di un thriller con una riflessione piuttosto amara sulla fortuna, sul caso, sulle trappole sociali che noi stessi ci creiamo, pur consapevoli di quanto siano causa della nostra infelicità.

Insomma, da riscoprire.

Ricominciare

 Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

La ripartenza di Chris sembra senza speranza.

Ormai stufo di una carriera sportiva senza futuro, si rifugia nell’unica alternativa possibile, nonostante la stessa non sia sufficiente né per la sua felicità né per permettersi neanche di vivere in uno squallido monolocale.

Eppure, proprio questa scelta è il punto di partenza per una serie di colpi di fortuna che gli permettono di costruirsi una vita molto più economicamente soddisfacente, grazie al contatto con un ambiente particolarmente propenso ad accoglierlo.

Infatti sia Tom che la sorella Chloe sembrano affetti da una irrisolvibile Sindrome della crocerossina, che li spinge a salvare individui dall’estrazione sociale molto bassa che, per vari motivi, meritano di essere aiutati.

E qui si pone una differenza fondamentale.

Dialogo

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Nola e Chris sembrano uguali…

…ma non lo sono.

Fra i due si instaura un dialogo segreto e impercettibile, basato sulla comune consapevolezza di essere la vittima dell’interesse smodato e potenzialmente passeggero di due persone che in realtà non amano davvero…

…e che, soprattutto, sono del tutto ignare del vero peso di essere così incredibilmente fortunati tanto da non avere mai avuto una preoccupazione economica che non possa facilmente essere risolta grazie alla propria posizione sociale.

Così entrambi condividono una bellezza magnetica che si accompagna ad una sostanziale fragilità economica, e che li rende estremamente desiderabili come compagni di vita da sfoggiare all’occasione.

Ma la differenza fondamentale è che Chris si dimostra sempre estremamente accomodante, tanto che cerca il più possibile di non sembrare un approfittatore sociale, al contrario del carattere ben più volubile e molto meno docile di Chole.

Eppure, alla fine Chris è in trappola.

Trappola

Chris dovrebbe essere felice.

Smarcatosi da una condizione economica infelice, riesce a costruirsi una carriera favorevole in un campo piuttosto redditizio, fra l’altro con la sicurezza di potersi anche avventurare in investimenti rischiosi senza dover subire particolari perdite.

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Ma non è una fortuna gratuita…

Infatti, la sua situazione lavorativa è del tutto succube al favore della famiglia Hawett, che dipende da un unico fattore: la felicità di Chole, che si concretizza nella sempre più pressante richiesta di costruire una famiglia insieme.

Per questo fin da subito Chris cerca una via di fuga…

Fuga

Scarlett Johansson in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Chris è artefice della sua distruzione.

Lo è quando accetta di inserirsi in un sistema sempre più claustrofobico, in cui la sua vita personale si intreccia indissolubilmente con la sua carriera lavorativa, tanto che i due elementi non possono esistere indipendentemente.

Proprio per questo sa anche di non poter tirare troppo la corda con Chloe, sa di dover il più possibile assecondare nel suo progetto di vita, rimanendone un mansueto esecutore che non si azzarda quasi mai a lamentarsi.

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Al contempo, Chris cerca la sua distruzione nella relazione con Nola, donna che insegue disperatamente in ogni momento della storia, con la quale non solo trova un’affinità sessuale, ma anche intellettuale.

E, nell’esecuzione del suo tradimento, è fin da subito maldestro e disattento, si lascia fin troppe porte aperte per farsi scoprire, fin troppo testimoni del suo segreto, proprio quasi come se volesse che il destino agisse per lui per liberarlo.

Ma la fortuna è fin troppo dalla sua parte.

Chiasso

Scarlett Johansson in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Con la gravidanza di Nola, Chris si trova davanti ad un bivio.

Svelando il suo segreto alla moglie potrebbe perdere tutto, cadere in disgrazia e mettere un punto alla sua carriera, ma al contempo sarebbe – forse – finalmente felice in una relazione sessuale e affettiva davvero soddisfacente – e, soprattutto, molto meno vincolante.

Ma il protagonista è di fatto incapace di prendere una decisione, e così temporeggia, trova soluzioni alternative e di mezzo, risolvendosi infine a prendere la decisione più codarda possibile.

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Ovvero, eliminare il problema Nola, personaggio diventato fin troppo invadente e chiassoso per continuare ad esistere, come ben rappresenta la scena in cui la donna si avventa su di lui nel mezzo della strada, pretendendo una risoluzione immediata.

Ma, ancora, è come se Chris volesse farsi scoprire.

Rete

Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Il crimine di Chris è quasi una rivendicazione.

Il protagonista è alla disperata ricerca di un briciolo di giustizia in un mondo che sembra regolato unicamente dai capricci dei potenti, senza che questi – e, per estensione, lo stesso Chris – vengano in qualche modo puniti per il loro agire.

Per questo il piano, per quanto ben congegnato per non farlo sembrare un crimine passionale, è pieno di disattenzioni: il diario lasciato come prova, l’agire del tutto casuale nel rovistare nella casa della vittima, la poca attenzione nel liberarsi delle prove…

Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

…in particolare dell’anello della Eastby, che rimbalza sulla ringhiera del Tamigi proprio come la pallina da tennis sulla rete, aprendo una nuova possibilità per la tanto ricercata scoperta della colpevolezza del protagonista.

Ma infine, ancora una volta, la fortuna gli è avversa, chiudendogli l’ultima via di fuga possibile e regalandogli invece la continuazione di una vita perfettamente insostenibile.