Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa è serie TV un anime di genere drammatico e fantastico.
Trasmessa in Giappone nei primi mesi del 2015, è arrivata in Italia tramite la web TV Dynit.
Di cosa parla Death Parade?
In un aldilà immaginario, i defunti sono sottoposti a dei giochi apparentemente innocui, in realtà mortali…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Death Parade?
Assolutamente sì.
Death Parade è un ottimo esempio di serie TV anime che riesce a coniugare al suo interno un ottimo equilibrio di temi e di tagli narrativi, passando dai frangenti più drammatici, thriller e quasi orrorifici, fino a momenti invece più spiccatamente comici e leggeri.
Oltretutto nella serie vengono affrontati una grande varietà di concetti filosofici piuttosto fondamentali, come il valore della vita e la volubilità dell’animo umano davanti alle situazioni più spiccatamente stressanti e stringenti.
Insomma, da vedere.
Introduzione
L’introduzione di Death Parade viaggia su due binari.
La primissima puntata – Death Seven Darts – introduce il più semplice degli scenari, per farci mettere il primo piede dentro la porta della serie: una coppia idilliaca di sposi si trova a scontrarsi in un gara apparentemente molto innocua di freccette.
Invece, già qui assistiamo alla prima escalation emotiva dei protagonisti: colpiti nei punti più sensibili, progressivamente si risveglia in loro la memoria delle ombre del loro rapporto, che li porta a scagliarsi gli uni contro gli altri in maniera sempre più feroce.
Poi si cambia prospettiva.
La scena è riproposta dal dietro le quinte, dal punto di vista ancora molto ingenuo di Chiyuki, una giudice apparentemente molto improvvisata ed ingenua e che rimane sconvolta davanti alla crudeltà del gioco, e alla freddezza del giudizio…
…che, fin da subito, si rivela fallace.
Eterno
Il destino dell’umano è duplice.
Superando la banalizzazione del destino infernale e paradisiaco, il defunto viene in realtà messo nella condizione di essere scelto per un annullamento totale del suo essere, il vuoto, la caduta eterna dell’anima spogliata di ogni elemento di concretezza e vita…
…oppure per essere salvato e riportato in un altro corpo terreno: anche nelle peggiori condizioni possibili, non ha comunque dato il peggio di sé, ma ha mantenuto nel complesso un comportamento dignitoso e che merita di continuare ad esistere.
Eppure non è così semplice.
Non vivendo le emozioni umane in prima persona, i giudici si illudono che questo test sia il metodo migliore per definire il valore di un’anima umana, proprio perché l’integrità di della stessa deve essere perpetua e inscalfibile neanche dai peggiori stimoli.
Invece, come ben ci racconta il detective nel suo duetto di puntate, è possibile per ogni essere umano dare il peggio di sé se messo nelle giuste condizioni – come dimostra lui stesso: prima un integerrimo poliziotto, infine uno spietato vigilante.
Per questo, la mancanza di empatia è così squalificante.
Emozione
I giudici sono delle bambole.
Dei burattini che vivono nella totale alienazione rispetto all’umano, che non le comprendono le sfumature, ma anche anzi propongono, in particolare Decim nelle sue prime battute, con una freddezza quasi meccanica i death game che definiscono il destino dei loro ospiti.
In questo modo, però, si perdono le infinite sfumature di significato che definiscono la complessità dell’umano, che non può essere giudicato solamente per una piccolissima parte della sua esistenza…
In questo senso, il concetto di empatia si sviluppa su più livelli.
Altro
L’umano è condannato per il suo egoismo.
I giochi mortali di Death Parade sono proprio per questo volti a comprendere quanto il defunto dia valore alla propria sopravvivenza e quanto invece sia disposto ad empatizzare con l’altro, perfino a sacrificarsi per lo stesso.
Un primo accenno di questa dinamica si vede quando Mayu Arita, una ragazzina apparentemente molto sciocca, sceglie di sacrificare la sua vita per il suo idolo, per arrivare a gettarsi nel vuoto pur di ritrovare l’anima di Harada.
Ma, soprattutto, Decim capisce il concetto dell’empatia grazie a Chiyuki.
La ragazza era stata vittima della sua incomunicabilità, del suo essere incapace di esternare le proprie complesse emozioni, lasciando in vita persone che invece avrebbero potuto aiutarla, avrebbero potuto darle un nuovo motivo per vivere.
E quindi il suo grande insegnamento per Decim è il voler tornare in vita non per un proprio egoismo personale di rivivere e annullare la propria autodistruzione, ma piuttosto per colmare quel vuoto che ha lasciato negli altri.
E se un personaggio così austero come Decim riesce ad accennare un timido sorriso, c’è ancora speranza…
Time of Eve (2008-2009) è una serie TV net anime, ovvero creata online e distribuita direttamente in streaming.
Gli episodi sono stato poi riuniti in un film, distribuito nel 2010. Le puntate sono state trasmesse in Italia su MTV poco dopo il suo rilascio in streaming.
Di cosa parla Time of Eve?
In un mondo in cui i robot sono sempre più simili agli umani e per questo sempre più discriminati, esiste un piccolo luogo sicuro e felice…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Time of Eve?
In generale, sì.
Ci vado un pochino più cauta nel consigliarvelo perché sulle prime potrebbe sembrare un prodotto molto più vicino alla drammaticità e importanza di Ghost in the Shell (1995) e Ergo Proxy (2006) di quanto non sia realmente.
Infatti Time of Eve, per quanto prenda le mosse da Asimov, si articola in puntate che sono più una sorta di slice of life futuristici, con situazioni sicuramente drammatiche e sofferte, ma dal taglio molto più intimo rispetto ad altri prodotti analoghi
Distinzione
Per quanto siamo così avanzati, in Time of Eve i robot sono delle mere macchine.
O, almeno, così sono considerati.
La mancanza di un comportamento più umano deriva non dall’incapacità di attuarlo, ma piuttosto dalla paura di essere ancora di più discriminati e maltrattati dai loro padroni, così profondamente spaventati dalla loro stessa creazione.
Questo elemento si nota già nel personaggio di Sammy, che ci appare inizialmente assolutamente apatica e senza sentimenti, quando in realtà questo comportamento è dovuto da una profonda insicurezza e dalla paura di ferire il prossimo, nello specifico Rikuo.
Ma non è la sola.
Avvicinarsi
A differenza di molti prodotti del genere, l’evoluzione dei robot non è intellettiva, ma affettiva.
Nessun androide, neanche i modelli più vetusto, agisce semplicemente per sottostare alle regole che gli sono state imposte, ma, al contrario, in funzione proprio del voler intrecciare dei rapporti più profondi ed autentici con quello che sarebbe il loro padrone.
Una dinamica che si nota molto chiaramente sia nella commovente storia di Koji e Rina, in cui l’androide vorrebbe solo capire come amare una donna umana, finendo invece per confermare la possibilità di un rapporto affettivo fra due macchine…
…sia nella struggente quanto umoristica storia di Katoran, che si era amorevolmente occupato del suo bambino, per poi essere invece scaricato come spazzatura per evitare di pagare la sua serena dipartita.
Ma il picco emotivo si raggiunge con l’ultima puntata.
Ferire
La storia di Masaki è la più triste in assoluto.
Nonostante THX si fosse dimostrato in tempi non sospetti quando genuinamente un robot potesse diventare un care giver per un umano, anzi proprio per questo, era stato indebitamente zittito, causando una profonda ferita nel suo padrone.
La vicenda non è altro che una più concreta dimostrazione di quell’odio piuttosto esplicito degli umani che puntella diversi momenti in sottofondo alla serie, e che racconta la paura quasi primordiale di essere schiacciati dalla sua stessa creazione.
Ma ci sono dei segnali anche positivi.
La risoluzione della vicenda, anche con delle piacevolissime note ironiche, getta uno sguardo su un futuro più positivo e promettente, in cui umani e robot potranno vivere in armonia e come pari, proprio come Time of Eve prospettava.
Ed infatti la scena dopo i titoli di coda svela la misteriosa identità di Nagi, ma permette di comprendere quanto tutta la creazione robotica fosse stata pensata dal suo creatore come estensione all’umano, non un oggetto sottomesso allo stesso.
Avatar – La leggenda di Aang (2005-2008) di Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko è una serie animata di produzione statunitense, ma con grandi influenze derivanti dal panorama orientale.
In Italia la serie è andata in onda sul canale Nickelodeon fra il 2005 e il 2010.
Se non sapete niente di Avatar – La leggenda di Aang, continuate a leggere. Se invece siete i massimi esperti della serie, cliccate qui.
Avatar – La leggenda di Aang guida alla visione
Piccola guida alla visione se non avete mai visto Avatar – La leggenda di Aang
Di cosa parla la serie
La storia di Avatar – La leggenda di Aang ruota intorno ad un nutrito gruppo di personaggi, di cui i principali sono i due fratelli Sokka e Katara, oltre al giovane Aang.
Quest’ultimo è l’Avatar che si credeva morto da un secolo, destinato a sconfiggere il malefico Signore del Fuoco, Ozai, che prosegue una guerra centenaria per il dominio del mondo.
L’ambientazione
Avatar – La leggenda di Aang è ambientato in un mondo immaginario, popolato da creature fantastiche e dai bender, capaci di piegare i diversi elementi – acqua, aria, fuoco e terra.
Il più potente fra tutti è l’Avatar, creatura leggendaria che si reincarna ogni generazione in una persona diversa, capace di padroneggiare tutti e quattro gli elementi.
La struttura
Avatar: La leggenda di Aang è composta da tre stagioni di circa venti puntate ciascuna, dedicate ognuna ad un elemento – acqua, terra e fuoco – che Aang deve imparare a padroneggiare.
Le puntate sono solitamente autoconclusive, ma sono tendenzialmente tutte collegate alla macrotrama o della stagione o dell’intera serie, con anche delle piccole duologie, trilogie o addirittura quadrilogie di episodi.
Vi è anche una serie sequel, La leggenda di Korra, ambientata circa settant’anni dopo gli eventi della serie principale, con protagonista la nuova incarnazione dell’Avatar, la giovane Korra.
Personalmente non ho mai visto questa serie, in quanto ne ho sempre sentito parlare malissimo…
Perché guardare la serie
La serie si presenta apparentemente come un prodotto pensato per i giovanissimi, ma in realtà racchiude al suo interno diverse tematiche di grande interesse e storieche possono facilmente intrattenere anche un pubblico più maturo.
Più in generale, si tratta di un prodotto con una storia complessiva davvero intrigante, frammentata in piccole vicende, che però ben si uniscono nell’arazzo narrativodella serie.
Insomma, da non perdere!
Avatar – La leggenda di Aang Aang
Aang è il protagonista perfetto.
Sarebbe stato terribilmente ingenuo scegliere come protagonista un Avatar già formato e maturo, già addestrato per sconfiggere il Signore del Fuoco, senza bisogno di un particolare arco evolutivo.
Invece il personaggio di Aang funziona proprio in quanto sembra un ragazzino qualunque, sicuramente con una particolare inclinazione alla dominazione degli elementi, ma anche tormentato da grandi dubbi e insicurezze.
Alienazione
Il primo grande trauma che Aang che deve affrontare è l’alienazione.
Anche dopo aver appreso di essere rimasto in uno stato di ibernazione per un secolo intero, il personaggio fatica in più momenti, particolarmente nella prima stagione, a riuscire ad accettare il nuovo presente.
Un trauma che si nota particolarmente in Il ciclo degli Avatar (1×03) – quando il ragazzino insiste per visitare il suo tempio, per scoprire che tutti gli airbender sono stati sterminati – ma anche in Il Tempio dell’Aria del Nord (1×17).
Questa è infatti una delle poche occasioni in cui Aang si dimostra piuttosto immaturo: nella puntata, davanti ai pesanti cambiamenti che uno dei templi della sua gente ha dovuto subire, si scaglia contro i finti airbendercolpevoli di questo sfregio.
Questo episodio, come anche Bato della Tribù dell’Acqua (1×15) – in cui mente ai suoi amici per non farsi abbandonare – rappresentano le ultime tappe con cui il personaggio riesce a riappacificarsi conun mondo ormai mutato.
Urgenza
Aang vive in un senso di urgenza.
Il protagonista arriva in qualche modo a pagare la sua forzata uscita di scena per un secolo intero dovendo trovare metodi nuovi e spesso imprevedibili per riuscire a diventare un Avatar a tutti gli effetti.
Una corsa ad ostacoli, e di tutti i tipi: si passa dall’allenamento con Katara, che sulle prime si dimostra quasi gelosa della facilità con cui Aang riesce a apprendere la tecnica di water bending in Il dominio dell’acqua (1×09)…
…alla brutalità dell’allenamento di Toph, ragazzina prodigio dell’earth bending, che sceglie la via più dura per insegnargli una tecnica così estranea a quella nativa di Aang in Il dominio della terra (2×09)…
…fino alla grande prova di maturità nel lasciarsi insegnare il fire bending da Zuko, dimostrandosi l’unico personaggio che fin da subito accetta di accoglierlo nel gruppo, proprio per la sua costante tendenza di vedere il buono in tutti.
Crescita
Aang vive un momento di transizione.
Il protagonista proviene da un passato in cui aveva già dovuto crescere troppo in fretta, distinguendosi in pochissimo tempo sia dai suoi compagni, sia dai suoi stessi maestri.
Significativi in questo senso i dolorosi flashback che raccontano come la sua vita cambiò profondamente da quanto gli fu rivelata la sua vera natura prima del tempo, vista la situazione politica di grande emergenza.
Un momento di crescita che si concretizza soprattutto nell’amore nei confronti di Katara, spalmato nel complesso della serie e caratterizzato da diversi momenti di grande angoscia.
L’innamoramento apparentemente non ricambiato e le difficoltà legate alla giovane età trovano il loro coronamento nella piacevolissima puntata Lo spettacolo teatrale (3×17), in cui non solo Aang viene interpretato da una donna, ma la stessa mette in scena sua più grande paura.
Ovvero, essere visto solo come un fratello minore.
Macigno
L’amore per Katara è fondamentale.
Questi primi turbamenti sentimentali infatti non sono un semplice elemento di contorno, ma invece la più importante rappresentazione del profondo legame di Aang con la realtà materiale, da cui fatica a distaccarsi.
Per arrivare infatti ad essere pronto per affrontare il Signore del Fuoco, entrando così nel suo Stato dell’Avatar, il protagonista dovrebbe essere capace di lasciarsi tutti i turbolenti sentimenti terreni alle spalle, così da affrontare lo scontro con un’inedita lucidità mentale.
Ma, come si vede in Il guru (2×19), Aang non è ancora pronto.
Ma, forse, nessun Avatar lo è veramente stato.
Proprio alla vigilia dello scontro finale, il protagonista prova a confrontarsi con le sue precedenti incarnazioni, per riuscire a trovare una via d’uscita da quella che sembra una conclusione inevitabilmente sanguinaria.
E tutti gli ex-Avatar gli raccontano come raramente siano riusciti a lasciarsi alle spalle i loro sentimenti, sia positivi che negativi, per riuscire a portare a termine senza rimpianti la loro missione.
Scelta
Ma Aang sceglie una strada propria.
Nonostante sia stato spinto da ogni parte – dai suoi compagni e dagli Avatar stessi – a uccidere il suo nemico, il protagonista sceglie di mettere la prima pietra del nuovo mondo nel segno della pace, e non dell’ulteriore violenza.
È infatti fondamentale per la maturazione di Aang capire come vuole essere un Avatar, imparando sia dalle esperienze passate dei suoi maestri, ma anche dai loro fondamentali errori.
Memore anche degli insegnamenti dei draghi in I maestri del dominio del fuoco (3×13), che gli hanno svelato la vera natura del fire bending, la grande vittoria di Aang è il riuscire a riconnettersi con le radici del dominio degli elementi.
Così il giovane Avatar sceglie di privare Ozai di un potere che non si meritava, proprio per averlo reso un’arma distruttiva, strappandola dalla sua originaria natura difonte di vita.
Avatar – La leggenda di Aang Katara
Katara si rispecchia perfettamente nel suo elemento.
Infatti, come l’acqua può essere strumento di guarigione e di vita, può anche diventare una forza violenta e imprevedibile.
Radici
Le radici della sua personalità si trovano nel suo passato.
Nata in un contesto politico piuttosto turbolento, in cui la caccia era aperta sia nei confronti degli airbender, sia dei i waterbender come lei, in giovanissima età ha perso uno dei più importanti affetti: la madre, finita sotto al gioco della Nazione del Fuoco proprio per salvarle la vita.
Questo evento, unito alla perdita per molto tempo della figura paterna, ha spinto il personaggio non solo a maturare prima del tempo, ma soprattutto ad assumere un ruolo di grande responsabilità all’interno della sua famiglia.
Unire
Un ruolo che diventa in seguito fondamentale.
A fronte di due personaggi così immaturi – anche se per motivi diversi – come Aang e Sooka, in più momenti l’intervento pacificatore e maturo di Katara risulta spesso indispensabile per la risoluzione di diverse situazioni e conflitti.
Questo elemento si ritrova anche nei suoi poteri curativi – che scopre in Il maestro del dominio del fuoco (1×16) – altrettanto importanti, anzi indispensabili in numerosi momenti della trama – in particolare in Il Regno della Terra è sconfitto (2×20), quando riporta in vita Aang.
Tuttavia, il suo carattere diventa problematico con Toph.
In Il dominio della terra (3×09) – in cui Toph insegna in maniera fin troppo dura a Aang – quanto in La fuggitiva (3×07) – quando la ragazzina diventa protagonista di un sistema di truffe – Katara cerca inutilmente di domarla.
In questa occasione si trova anche a riflettere proprio su questo ruolo materno che ha inevitabilmente assunto all’interno del gruppo, ma che inevitabilmente le sta anche stretto.
E, infatti, Katara è molto più di questo.
Indomabile
Come l’acqua è un elemento di unione, è anche una forza incontrollabile.
E così è anche Katara.
Assumere un ruolo così importante nella sua famiglia, e poi anche nel gruppo, più che una madre l’ha resa una leader difficile da scalzare, tanto da diventare infine una maestra del water bending.
Questa sua forza incontenibile si nota particolarmente in Il maestro del dominio dell’acqua (1×18), quando viene ingiustamente esclusa dall’apprendereil dominio dell’acquada Pakku…
…con cui si scontra direttamente, nonostante non abbia ancora le capacità di fronteggiarlo, nonostante questo metta in discussione l’addestramento di Aang, non volendo per nessuna ragione farsisottomettere da una regola ingiusta.
Tentazione
Nonostante il suo carattere indomito, Katara è anche un personaggio estremamente saggio.
Questa sua maturità si nota in particolare nei momenti in cui viene tentata nell’intraprendere la via più violenta e irrazionale: anzitutto in Il lato oscuro della Luna (3×08), in cui Hama cerca di convincerla a praticare il blood bending.
Infatti, questa donna rappresenta la strada peggiore che il suo personaggio avrebbe potuto intraprendere: lasciarsi divorare dall’odio verso la Nazione del Fuoco, e così vendicarsi nei modi peggiori possibili.
La stessa maturità si trova anche nel rapporto con Zuko.
Se in La trasformazione di Zuko (3×12) Katara rifiuta con rabbia il suo presunto cambiamento, proprio sentendosi tradita e non volendo farsi ulteriormente ingannare da false promesse…
…il loro rappacificamento passa per un’altra tentazione di vendetta: in I predatori meridionali (3×16) il principe le offre la possibilità di vendicarsi del colpevole del suo più importante trauma: la morte della madre.
E invece Katara sceglie di non infierire ciecamente su un uomo che si è già distrutto da solo.
Avatar – La leggenda di Aang Sokka
Sokka è apparentemente solo il comic relief di Avatar: La leggenda di Aang
In realtà, per quanto sia protagonista della maggior parte dei momenti comici della serie, nel corso degli episodi il suo personaggio intraprende un percorso di evoluzione ed autodefinizione.
Limiti
Sokka è un personaggio che inizialmente si definisce per i suoi limiti.
Se per la sorella l’evento più significativo per la sua maturazione è la perdita della madre, per Sokka il più grande trauma è il non aver potuto seguire in guerra il padre perchélimitato dalla sua giovane età.
Eppure questa stessa circostanza gli ha permesso, al pari di Katara, di gettare le basi per la suaevoluzione come leader e stratega, elemento che emergerà sempre più nel corso della serie.
Tuttavia, inizialmente Sokka presenta una mentalità molto limitata.
Avendo vissuto per buona parte della sua vita in una realtà – la sua tribù – sguarnita di guerrieri di ogni tipo – che fossero i soldati del padre o i benders – il personaggio è legato ad un’idea di divisione sociale fra uomo e donna molto stringente.
Una mentalità che viene presto fugata dall’incontro con Suki in Le guerriere di Kyoshi (1×04), quando viene messo al tappeto da un gruppo di femminemolto più abili di lui, a cui sceglie infine di unirsi per migliorare la sua tecnica di combattimento.
Ruolo
Nel proseguire della serie, Sokka vuole sempre più fuggire il ruolo di elemento comico del gruppo.
Trovandosi infatti sempre più circondato da benders di grande abilità, durante la permanenza nella Nazione del Fuoco il ragazzo sceglie infine di diventare anche lui abile in qualcosa: l’arte della spada.
Così, nella splendida L’arte del combattimento (3×04) Sokka si congeda temporaneamente dal gruppo per diventare allievo di un insegnante irreprensibile, ma che infine gli permette di coronare il suo sogno.
Tuttavia, la sua assenza ne sottolinea l’importanza.
Se infatti fino a quel momento Sokka sembrava solamente un simpatico contorno delle avventure dei veri protagonisti della storia, in realtà gli stessi, proprio durante la sua assenza, si rendono conto di quanto il ragazzo sia un elemento chiave del gruppo.
Così, ad un livello più generale, la puntata ci racconta come Avatar: La leggenda di Aang senza Sokka non sarebbe la stessa cosa…
Riconoscimento
Gran parte della maturazione di Sokka passa attraverso il padre.
Il bruciante ricordo di non essere stato coinvolto in una guerra in cui desiderava dimostrare il suo valore, oltre al mancato momento di passaggio della sua tribù – che riesce a rimediarein Bato e la tribù dell’acqua (1×15) – è fonte di grande turbamento per il suo personaggio.
Non è un caso che infatti Sokka conservi gelosamente il boomerang regalatogli dal padre, una sorta di promessa di ricongiungimento futuro.
E in effetti questo ricongiungimento avviene, e nel migliore dei modi: in ogni occasione il padre offre al figlio finalmente l’occasione per dimostrare le sue abilità di stratega e leader…
…nonostante non manchino anche i momenti in cui Sokka si sente in difetto rispetto al genitore – in particolare in L’invasione (3×10), quando il ragazzo si dimostra incapace di incoraggiare le truppe prima della battaglia, e viene sostituito per questo dal padre.
Ma i fatti parlano da sé: gran parte della vittoria nella battaglia conclusiva della serie è dovuta proprio all’abilità strategica di Sokka, che imbastisce un complesso ma azzeccato piano di attacco per sconfiggere la Nazione del Fuoco.
Avatar – La leggenda di Aang Zuko
Zuko è un personaggio in continua lotta contro sé stesso.
Infatti, il suo arco evolutivo è indubbiamente quello più affascinante dell’intera serie.
Dubbio
Le radici del dubbio risiedono nella sua stessa infanzia.
Infatti, Zuko viveva, per così dire, fra due fuochi: da una parte l’aspro trattamento del padre, che non solo prediligeva la sorella, Azula, ma che proprio disprezzava apertamente il suo primogenito, perché non abbastanza degno di essere tale.
D’altra parte, le dolci cure della madre lo spingevano ad assecondare gli istinti buoni che puntellano la sua infanzia e la sua esperienza nella serie in generale: la spinta inevitabile ad aiutare gli altri, a non assecondare la gratuita cattiveria di Azula…
Questa situazione diventa sempre più insopportabile più il dominio del padre sulla sua vita e sulla nazione diventa inarrestabile: non a caso, la presunta morte della madre si accompagna all’ascesa al potere di Ozai, deciso a continuare il centenario progetto della sua famiglia di dominare il mondo.
In questa realtà così violenta e ostile, Zuko non riesce a trovare il suo posto, anzi si stupisce davanti alla continua ed immotivata ferocia dei personaggi che lo circondano, fino ad essere punito, anzi marchiato ed esiliato dallo stesso padre.
Ossessione
Ozai non voleva che Zuko tornasse mai più in patria.
Il Signore del Fuoco era infatti convinto che ormai l’Avatar fosse storia passata, visto il secolo di assenza di questa figura mitologica dalla scena politica, e proprio per questo lo rende il lasciapassare impossibile per il ritorno del figlio in patria.
Tuttavia, Zuko non si arrende.
Lo svilupparsi della sua ossessione e del suo conseguente incattivimento caratterizzano particolarmente il suo personaggio nella prima stagione, quando si dimostra disposto a tutto pur di diventare il salvatore della sua patria.
Un comportamento che viene osservato con una certa preoccupazione dal ben più saggio Iroh, che si dimostra invece del tutto disinteressato al ritorno a quella patria che l’ha derubato del suo unico figlio.
Metamorfosi
La seconda stagione è il primo atto della sua metamorfosi.
Nonostante gli avvertimenti di Iroh, in Potenza e vulnerabilità (2×01) Zuko si getta nelle braccia di Azula, apparente promotrice del suo ritorno in patria, in realtà la sua aguzzina, invitata dal padre stesso per catturare il figlio traditore.
Questo voltafaccia è il passo finale per tagliare – o almeno tentare di farlo – definitivamente i ponti con la Nazione del Fuoco, scegliendo proprio di tagliare il codino che ne raccontava l’appartenenza regale.
Tuttavia, i tentativi di adattamento di Zuko sono ancora una volta ambigui.
Nel suo soggiorno nella Nazione della Terra il ragazzo riesce mal ad adattarsi a questa nuovo stile di vita, pur con qualche timido tentativo – come nella in I racconti di Ba Sing Se (2×15), quando accetta di uscire con Jin.
Tuttavia, la sua ambiguità infine si risolve in una situazione almeno apparentemente positiva, quando in Il lago Laogai (2×17) decide di liberare Appa, ancora una volta lasciandosi guidare dai già citati istinti positivi.
Ritorno
Alla fine della seconda stagione, sembra che Zuko abbia finalmente accettato la strada più giusta.
Un cambiamento ben raccontato nell’acceso confronto con Katara in Il Regno della Terra è sconfitto (2×20), quando la stessa è pronta ad usare la sua fiala di acqua spirituale per curare quella terribile cicatrice che il personaggio deve portarsi addosso.
Al contrario, un cambio di fazione dell’ultimo momento porta infine il principe a tornare nelle braccia accoglienti della sua patria, combattendo al fianco di Azula e così garantendosi il ritorno alla Nazione del Fuococome eroe di guerra.
Tuttavia, è una situazione fragile.
Azula ha malignamente premiato Zuko dandogli il merito di aver ucciso l’Avatar, piuttosto sicura che Aang non sia veramente morto, così da lasciarsi una porta aperta in futuro per riuscire nuovamente ad umiliare il fratello.
In generale, la situazione apparentemente ideale di essere nelle grazie del padre sta sempre più strettaal principe, soprattutto per l’angosciante consapevolezza di aver contribuito a far imprigionare Iroh.
Eppure, è proprio grazie ad Iroh che riesce definitivamente a redimersi.
Identità
La scoperta di essere discendente dell’Avatar Roku getta una luce totalmente nuova sulla personalità di Zuko, che finalmente capisce da dove deriva questa sua tendenza verso il bene, e di come l’amicizia fra lui e Aang non solo sia possibile, ma assolutamente auspicabile.
Per questo in L’eclissi (3×11) sceglie definitivamente di distaccarsi dal padre, anche con una certa violenza, dimostrando di poterlo finalmente contrastare, e dandosi alla fuga alla ricerca dell’Avatar, per diventare il suo maestro di firebending.
Ma ci sono ben due ostacoli nel suo cammino.
Se da una parte Zuko deve lottare con tutte le sue forze per riuscire ad essere credibile come alleato di Aang, dall’altra questa sua nuova propensione verso il Team Avatar sembra aver spento quella furia che lo infiammava e che gli permetteva effettivamente di utilizzare i suoi poteri.
Ma questa apparente mancanza, in I maestri del dominio del fuoco (3×13) è in realtà l’occasione per Zuko per finalmente capire la vera originate dei poteri del fuoco – non distruttivi, ma creativi – proprio dalla saggezza dei più antichi firebender, i draghi.
Coronamento
Il coronamento del suo personaggio si definisce in due momenti delle puntate finali.
Il primo momento significativo è il ricongiungimento con Iroh in Gli antichi maestri (3×19): lo zio non ha la minima esitazione a riaccoglierlo fra le sue braccia, proprio perché profondamente orgoglioso della sua maturazione.
Inoltre, in questa occasione Iroh gli spiega che proprio lui dovrebbe essere il nuovo Signore del Fuoco, avendo dimostrato di sapersi liberare della pesante eredità della sua famiglia, orientandosi invece verso una visione del mondo più pacifica e costruttiva.
Ancora più significativo è lo scontro con Azula.
In Un mondo nuovo (3×21), quando potrebbe approfittarsi dell’accanirsi della sorella su Katara con i fulmini…
…Zuko sceglie invece di farle da scudo umano, dimostrando ancora una volta che i suoi istinti positivi hanno ormai del tutto preso il sopravvento su quel desiderio bruciante di vendetta e rivalsa che lo caratterizzava in passato.
Per questo, in ultimo il nuovo Signore del Fuoco riesce a rimodellare il mondo con un’idea di pace, con a fianco Aang, ricreando in un certo senso quell’amicizia fraterna e prematuramente spezzata fra Roku e il suo bisnonno, Ozin.
Iroh Avatar: La leggenda di Aang
Iroh è un personaggio molto sottovalutato.
Infatti, non solo è una delle figure più interessanti di Avatar: La leggenda di Aang, ma è anche quella che riserva maggiori sorprese.
Diverso
Iroh è figlio di una famiglia violenta.
Discendente dall’iniziatore della guerra – Sozin, suo nonno – e da quello che ha scelto di continuarla – Azulon, il padre – come primogenito ed erede al trono di una famiglia così ambiziosa non poteva fare altro che adattarsi ed ereditarne i costumi.
Eppure, proprio come Zuko, anche Iroh si sente fuori posto.
Il suo percorso di maturazione passa attraverso il riuscire a guardare oltre alla cecità della sua discendenza, concentrata unicamente sul potere del fuoco e sull’espansione politica.
Infatti, fin da giovane Iroh ha viaggiato per il mondo, riuscendo sia ad attingere al vero potere del fuoco tramite gli insegnamenti dei leggendari draghi, sia comprendendo le potenzialità degli altri elementi.
Ma non basta.
Rottura
Il punto di rottura per Iroh è la morte del figlio.
Fiducioso di essere vicino al coronamento della sua carriera politica e militare, il Generale riesce a conquistare Ba Sing Se, ottenendo così un grande successo politico, ma anche una profonda tragedia personale.
Resosi conto di non essere disposto, a differenza del fratello, a rinunciare ai suoi affetti a favore della scalata politica, Iroh comincia a farsi da parte, lasciando fin troppo spazio all’invece piuttosto ambizioso Ozai.
Questa scelta permetterà così al fratello di prendere il suo posto come Signore del Fuoco, e di continuare testardamente il progetto del nonno della conquista del mondo…
…portando Iroh così a cercare quantomeno di salvare dalla follia del padre il giovane Zuko, in cui rivede molto di sé stesso.
Guida
Iroh è molto più di un consigliere per Zuko.
Fin da prima dell’esilio infatti lo zio aveva cercato di essere una guida per il giovane principe, tentando ora di tenerlo lontano dalle ingiuste ire del padre, ora effettivamente di formarlo al dominio del fuoco.
I suoi tentativi sembrano in qualche modo spegnersi quando Zuko viene costretto all’esilio e comincia ad ossessionarsi con la caccia dell’Avatar, perdendo quel poco di innocenza che l’aveva portato ad essere diverso dal resto della sua famiglia.
Ma Iroh non si arrende.
Anche nei momenti più difficili, anche nei frangenti in cui il nipote sembra più ingestibile, lo zio si impegna per stargli accanto, sicuro di poterlo col tempo condurre ad un comportamento più mite, lontano dall’ardente e cieca intraprendenza di Ozai.
Ma raramente Iroh si scompone o sgrida apertamente il nipote: al più si dimostra irreprensibile nelle sue scelte, lasciando persino che Zuko si allontani in più occasioni dalla sua guida, sperando sempre che riesca, col tempo, ad intraprendere la via più giusta per lui.
Sorpresa
Iroh è una continua sorpresa.
Nonostante Zuko sia il primo a sottovalutarne il potenziale – ingannato dall’aspetto apparentemente pigro e bonario dello zio – in più momenti Iroh dimostra di che pasta è fatto: non solo un eccellente firebender, ma soprattutto un personaggio piuttosto astuto.
La sua vera natura è rivelata sia in Il ciclo degli Avatar (1×03) – quando punisce il Comandante Zaho che cercava di prendersela col nipote – sia in Lo spirito della foresta (1×07) – quando riesce ad ingannare i soldati del Regno della Terra che l’avevano catturato.
Ma la sorpresa più grande avviene durante la prigionia.
Se all’apparenza sembra essersi ridotto ad un comportamento umiliante e quasi animalesco, scopriamo in realtà come sia solo una facciata, che riesce perfettamente ad ingannare i suoi aguzzini, mentre può allenarsi in segreto e pianificare la sua fuga.
Infatti, è con grande stupore che Poon in L’eclissi (3×11) racconta come, quando il vecchio generale si è liberato dalla sua prigionia, sembrava di dover far fronte ad un’armata in una persona singola, tale era il suo livello di potere e di tenacia.
Arrivo
La saggezza di Iroh è tanto più evidente nel finale.
Anzitutto, quando sceglie di accogliere senza il minimo dubbio il nipote fra le sue braccia, finalmente felice di vedere come Zuko sia arrivato ad una consapevolezza personale tale da mettersi contro lo stesso Ozai.
E tanto più significativo è il suo punto di arrivo nella conclusione della serie: Iroh può finalmente abbandonare del tutto la scena politica, e dedicarsi a coltivare le sue passioni – il tè e la Pai Sho – all’interno di una vita più semplice e più serena.
Azula Avatar: La leggenda di Aang
Azula è la figlia perfetta della Nazione del Fuoco.
Benché appaia solamente a partire dalla seconda stagione, il suo personaggio è sostanzialmente il villain principale di Avatar: La leggenda di Aang, nonché quello con il maggior minutaggio – molto superiore a quello del vero antagonista, Ozai.
Punizione
Come per Zuko, le radici della personalità di Azula vanno ricercate nella sua infanzia.
Le maggiori interazioni della sua tenera età furono con la madre e il fratello, verso il quale sviluppò una gelosia quasi isterica, vista l’evidente preferenza della genitrice per il Zuko.
Ma Azula sembra proprio andarsi a cercare l’odio.
I continui dispetti diventarono infatti sempre più crudeli e imperdonabili: che fossero dovuti alla sua ricerca di attenzioni da parte della madre, o per una sorta di malvagità innata del personaggio, poco importa.
In ogni caso, Ursa pensava che la figlia fosse un mostro.
E, come viene rivelato in La spiaggia (3×05), questo giudizio così aspro e sofferto accompagnerà Azula per tutta la vita, con il picco drammatico nel suo schizofrenico finale.
Premio
Piuttosto, Azula è da sempre la prediletta del padre.
Come ben si racconta in L’invasione (3×10), fin da quando era piccola appariva evidente, almeno agli occhi di Ozai, che Azula fosse decisamente migliore rispetto al fratello, soprattutto come firebender.
Infatti, in un certo senso, Azula è malignamente contenta della scomparsa della madre, e segue sempre di più le orme di Ozai, finché lo stesso non si arrende definitivamente davanti al poco valore del primogenito.
Ed è solo naturale in questo senso che la principessa emerga definitivamente come la favorita, come il braccio destro del padre, da cui eredita la passione per i sotterfugi e la violenza cieca.
Inganno
La principale arma di Azula è infatti l’inganno.
L’inganno viene utilizzato sia proprio nella sua prima interazione con Zuko in Potenza e vulnerabilità (2×01) – quando tenta di imprigionarlo, incantandolo con false promesse…
…sia, in generale, nelle varie apparizioni nella seconda stagione, particolarmente nel già complesso panorama politico di Ba Sing Se, in cui Azula e le sue compagne si infiltrano travestite da guerriere Kyoshi in Il Re della Terra (2×18).
L’inganno è ancora più sottile e crudele nella terza stagione.
Volendo sempre avere un asso nella manica da poter utilizzare contro il fratello, Azula convince Ozai che Zuko abbia sconfitto l’Avatar, proprio nutrendo il sospetto che Aang non sia affatto morto come tutti credono.
Ulteriore dimostrazione di come il personaggio vivaunicamente in funzione della scalata politica.
Fragilità
E, proprio per questo, Azula è un personaggio estremamente fragile.
Avendo quasi sempre vissuto nel panorama della corte e avendo avuto come unico modello il padre, la principessa ne è diventata una versione in miniatura, incapace del tutto di relazionarsi con i suoi coetanei,se non tramite la violenza.
Questo elemento emerge particolarmente sempre in La spiaggia (3×05), una parentesi narrativa incredibilmente rivelatoria per entrambi i fratelli, i quali si rivelano, una volta di più, come violenti, instabili, incapaci di adattarsi.
Se da parte sua Zuko non riesce a vivere in maniera sana la sua relazione con Mai, allo stesso modo Azula non solo si dimostraeccessivamente competitiva nella partita a pallavolo, ma anche incapace di relazionarsi normalmente durante la festa.
Instabile
La sua instabilità esplode definitivamente nel finale di serie.
Infatti, in Un mondo nuovo (3×21), nonostante abbia raggiunto tutto quello che aveva sempre desiderato – essere l’erede al trono al posto di Zuko – anzi, proprio per questo, Azula perde totalmente il controllo.
E non è un caso che il fantasma che la viene a perseguitare è proprio la madre, che corona la totale follia del personaggio, che l’aveva portata ad esiliare tutti i servitori per paura di essere tradita.
E questo è anche il motivo del suo fallimento.
Zuko sceglie di accettare il duello singolo contro la sorella proprio perché percepisce che ci sia qualcosa fuori posto…
E infatti Azula viene ingabbiata dal potere dell’acqua, mentre disperata e furiosa tenta inutilmente di divincolarsi, sputando fuoco e rabbia, e definendo così la sua definitiva sconfitta.
Avatar – La leggenda di Aang Toph
Come per Iroh, anche Toph è un personaggio basato sull’apparenza.
Infatti, chi direbbe mai che una ragazzina così piccola e indifesa è in realtà una delle più abili maestre dell’earthbending?
Controllo
Toph è nata in una situazione di controllo maniacale.
Sia per la sua discendenza nobiliare, sia soprattutto per la sua condizione di disabilità, che la rende apparentemente bisognosa di cure e di una sorveglianza costante, Toph ha vissuto in una situazione di sostanziale prigionia.
Inoltre, ogni tentativo di confrontarsi con la sua famiglia al riguardo, si conclude inevitabilmente con il fallimento: sia quando impara da sola a rendersi indipendente grazie all’earthbending, e viene per questo nuovamente limitata…
…sia quando, in Il Guru (2×19) viene catturata dai suoi genitori, che persino la imprigionano in una gabbia di ferro, sicuri che in questo modo non possa più fuggire, del tutto incapaci di accettare le incredibili potenzialità della loro unica figlia.
Reazione
Eppure, tutte queste occasioni di conflitto portano ad una scoperta.
Anzitutto per la sua disabilità visiva, per cui apparentemente non è capace di andare in giro da sola, ma che invece le fa scoprire le potenzialità dell’earthbending, riuscendo effettivamente a vedere quello che la circonda.
E così anche in occasione del rapimento dei genitori, quando Toph diventa la prima maestra di una tecnica che fino a quel momento era considerata impossibile: il dominio del metallo.
E, inevitabilmente, Toph diventa padrona dei luoghi più lontani dalla sua condizione di origine.
Non potendo praticare liberamente i propri poteri, Toph sceglie di partecipare a dei tornei dalla dubbia moralità, come si vede in La bandita cieca (2×06) – da cui il nome di battaglia dietro al quale si nasconde.
Così anche in La fuggitiva (3×07), quando, all’interno della moria economica del gruppo, decide di diventare protagonista di un abile sistema di truffe, basato sull’uso indebito dei suoi poteri.
Dura
L’inevitabile indurimento del personaggio le rende difficile la vita di gruppo.
In particolare in due occasioni: anzitutto in L’inseguimento (2×08) quando sceglie d’impulso di lasciare il gruppo perché incapace di integrarsi all’interno dello stesso – e a cui si ricongiunge solo grazie al fortunato incontro con Iroh.
Allo stesso modo, la sua durezza emerge subito dopo in Il dominio della terra (2×09) quando diventa maestra di Aang, che però dimostra diverse difficoltà nel riuscire a dominare un elemento così lontano da quello nativo.
Nonostante tutte queste difficoltà, Toph è un elemento essenziale del gruppo.
Col tempo, soprattutto nella terza stagione, il suo carattere si ammorbidisce e riesce a diventare un membro del Team Avatar davvero essenziale in più occasioni, proprio grazie ai i suoi straordinari poteri.
Al punto che, col tempo, diventa quasi un’alternativa al personaggio di Sokka per il versante comico, anche grazie alle innumerevoli volte in cui gli altri membri del gruppo si dimenticano che è cieca…
Cowboy Bebop (1998-1999) di Shin’ichirō Watanabe è una delle più importanti serie di culto anime, di genere fantascienza-avventura.
La serie andò in onda in Italia solamente a partire dal 1999, su MTV nella fascia serale.
Se non sapete niente di Cowboy Bebop, continuate a leggere. Se invece siete i massimi esperti della serie, cliccate qui.
Cowboy Bebop Guida alla visione
Piccola guida alla visione se non avete mai visto Cowboy Bebop.
Di cosa parla la serie
La storia di Cowboy Bebop ruota intorno ad un quartetto di personaggi principali, che si forma progressivamente durante la serie.
Un gruppo piuttosto variegato ed improbabile, composto da Spike, un ex-criminale con un passato misterioso, Jet, un ex-poliziotto piuttosto burbero, Faye, una giovane donna che soffre di amnesia, ed infine Ed, una ragazzina frizzante e particolarmente intelligente.
A chiudere il gruppo vi è anche Ein, un cane da laboratorio con un’intelligenza fuori dal comune.
Tutti i membri dell’equipaggio del Bebop sono cacciatori di taglie.
La struttura
La serie è composta da 26 episodi che sarebbe riduttivo definire autoconclusivi: si tratta più che altro di avventure singole di caccia alla prossima taglia, ma che spesso si intrecciano col passato dei protagonisti.
A questo si aggiunge anche un film – chiamato anche Cowboy Bebop: Knockin’ on Heaven’s Door – uscito nel 2001, che funge da spin-off, e che cronologicamente si colloca fra l’episodio 22 e 23.
L’ambientazione
Cowboy Bebop è ambientato nel 2071.
Nel 2021 un’esplosione accidentale ha distrutto la superficie della Luna, causando un conseguente cataclisma sulla Terra, che venne così abbandonata per partire alla colonizzazione di altri pianeti del Sistema Solare.
Nell’anno in cui è ambientata la serie ormai la maggior parte della Via Lattea è stata colonizzata, Marte è il nuovo centro dell’universo, e il potere politico e della polizia è insidiato da organizzazioni criminali intergalattiche.
Per questo viene creato un sistema taglie alla Old West, per far gestire la criminalità dirompente ai cacciatori di taglie, denominati cowboy.
Perché guardare Cowboy Bebop
Cowboy Bebop è una serie splendida per diversi motivi.
L’aspetto che mi ha principalmente colpito è la raffinatezza dei suoi episodi, che non sono, come detto, semplici storie autoconclusive, ma esplorazioni del mondo della serie con trame avvincenti e piene di significato.
Infatti, nell’anime non manca anche un sottofondo riflessivo e filosofico, che pervade sostanzialmente ogni puntata, pur ben equilibrato all’interno di una serie che investe molto sul lato comico.
E il film?
La pellicola fu distribuita qualche anno dopo la messa in onda della serie, volendo portare in scena una puntata piuttosto corposa ed intensa, che riassume molti dei concetti e delle dinamiche già affrontati in precedenza.
Un prodotto che vi consiglio di guardare per concludere la visione di un’opera splendida.
Spike Cowboy Bebop
Con l’occhio sinistro registro il presente, mentre con il destro ricordo il passato.
Spike vive in un limbo.
Il suo personaggio sembra aver sempre vissuto alla giornata, immerso, come spesso racconta, in una sorta di sogno, che gli impedisce di vivere e vedere chiaramente il presente, proprio per il peso del passato di cui non riesce a liberarsi.
Questo elemento è ben raccontato dall’occhio artificiale, rimpiazzato dopo un misterioso incidente mentre lavorava per il Red Dragon, con cui ha tagliato drasticamente i ponti anni prima, ma senza veramente riuscire a chiudere quella porta…
Infatti, ci sono poche cose che riescono a risvegliarlo.
Una di queste è sicuramente Julia.
Anche se in passato era uno dei migliori hitman del sindacato, a differenza del compagno, non sembrava veramente interessato a conquistare le vette dell’organizzazione – ed infatti probabilmente il loro antagonismo non scaturì dalle macchinazioni politiche di Vicious.
Piuttosto, la pietra della discordia fu probabilmente la donna amata da entrambi.
Julia è stato il motore che ha permesso a Spike di abbandonare un’esistenza in cui non si riconosceva più, scegliendo invece di cominciare un nuovo capitolo della sua vita, in cui avere davvero qualcosa per cui vivere.
Per questo, la tragicità del rapporto con Julia è proprio quanto i due siano simili.
Come Spike ha scelto di lasciarsi alle spalle l’organizzazione, così la donna non è stata capace di fare una scelta, ricadendo anche lei in un limbo di indecisione – morire o tradire l’amato – che l’ha costretta a vivere da braccata.
Spike Faye Cowboy Bebop
E così anche Spike ha finito per trovarsi in una condizione di mezzo, costantemente alla ricerca della donna che gli permetterebbe di andare avanti, e così insistendo nel rimandare lo scontro decisivo con il suo vecchio nemico.
Per questo il protagonista non vive mai veramente il suo presente, anzi si dimostra spesso distaccato ed annoiato dallo stesso, talvolta persino capriccioso, animandosi di tanto in tanto solo quando qualche missione lo stuzzica veramente.
Il personaggio con cui è più solito a bisticciare è Faye, che cerca più spesso di incasellare come amante di Jet – come si vede in Jupiter Jazz (12) – forse proprio per scacciare il pensiero di un’altra donna che finalmente potrebbe prendere il posto di Julia.
In questo senso, Spike ha un rapporto particolarmente spaccone nei suoi confronti, nonostante la donna cerchi anche di essergli d’aiuto – come quando lo cura in Ballad of Fallen Angels (5) – e nonostante siano entrambi accomunati da un tragico passato.
Spike Jet Cowboy Bebop
Il rapporto con Jet è ancora più contraddittorio.
Infatti, il burbero ex-poliziotto è il personaggio che, fra tutti, meno accetta il comportamento di Spike: se riesce, pur spazientito, a lasciar correre sul suo atteggiamento testardo e impulsivo…
…molto meno sopporta il compagno di avventure quando questo si dimostra del tutto cinico e disinteressato nei confronti del loro rapporto, arrivando più volte a bandirlo dalla sua nave – come nella già citata Jupiter Jazz (12).
In realtà, è tutta apparenza.
Nonostante infatti Spike si racconti come disinteressato e persino infastidito dalle diverse situazioni in cui viene coinvolto e dai personaggi con cui deve convivere, in realtà più volte si dimostra un personaggio dal cuore ben più tenerodi quanto voglia ammettere.
Questo lato del suo carattere si vede particolarmente in Sympathy for the Devil(6) – in cui cerca di salvare un ragazzino che pensa sia stato rapito – e così anche nel pilot, Asteroid Blues (1) – quando appare più preoccupato di aiutare Katerina che di incassare la taglia sulla testa del suo compagno.
Spike Vicious Bebop
Ma il destino di Spike è già scritto.
E forse neanche lui ha mai voluto evitarlo.
Come all’interno di un gioco, come all’interno di un sogno da cui non si è mai svegliato, dopo aver visto la sua donna morirgli fra le braccia – l’unica speranza che aveva di voltare pagina – il protagonista si getta verso il duello tanto rimandato.
Uno scontro che doveva sancire la chiusura di un capitolo, lo scioglimento di una contesa apparentemente eterna…
…ma che si conclude nell’autodistruzione reciproca.
Ma è davvero così?
Puntando una pistola di fantasia verso lo spettatore, Spike ci racconta come tutto questo sia ancora soltanto una farsa, un sogno il cui esito non è ancora scritto, non finché lui non deciderà di smettere di sognare…
Jet Cowboy Bebop
Non cerco vendetta: è già tanto difficile sopravvivere
Pur in maniera diversa, anche Jet vive fuori dal tempo.
Un tempo uno dei più spietati investigatori dell’ISSP, tanto da guadagnarsi il soprannome di black dog, il suo personaggio è stato così segnato dagli eventi del suo passato da cambiare radicalmente carattere.
Se prima poteva bearsi di una tranquilla routine basata su poche sicurezze – il suo lavoro e la donna amata – l’abbandono senza spiegazioni di Alisa ha spezzato qualcosadentro al suo animo, portandolo ad aggrapparsi ad un mero oggetto fermo nel tempo…
…che gli possa assicurare che nulla è veramente cambiato.
L’orologio.
Jet Cowboy Bebop
Ma la fine di un’era era inevitabile.
Tradito persino dall’organizzazione per cui aveva assiduamente lavorato – come si vede in Ganymede Elegy (10) – Jet non solo sceglie infine di abbandonare il corrotto sistema di polizia per abbracciare un mestiere paradossalmente più morigerato – il cacciatore di taglie…
…ma porta comunque sempre con sé qualcosa che gli ricordi perché ha preso questa scelta e perché non ritornare sui suoi passi.
Infatti, l’uomo avrebbe potuto benissimo rigenerarsi il braccio grazie alle avveniristiche tecnologie del 2071, e invece ha scelto testardamente e programmaticamente di rimanere sfigurato.
Con il Bebop, in un certo senso, ha creato una nuova routine.
Il più delle volte, anche per via della sua età più avanzata rispetto agli altri personaggi, si comporta come una sorta di padre di famiglia: gestisce i soldi, le prossime taglie, cucina per tutti e sbuffa spazientito davanti all’irragionevolezza prima di Spike, poi di Faye…
…che a tratti sembrano più i suoi figli che i suoi compagni di viaggio.
Jet Faye Spike
Così, anche se in più occasioni cerca di liberarsi di Spike, spazientendosi e convincendo sé stesso di non aver bisogno di lui, in realtà soffre profondamente per la potenziale perdita di quello che in tre anni è diventato un tassello fondamentale della sua neonata famiglia.
Tuttavia, Jet non manca anche di guardarsi brevemente alle spalle….
…riuscendo comunque a chiudere tutte le porte del suo passato.
Il confronto più doloroso è sicuramente quello con Alisa in Ganymede Elegy (10), la quale gli confessa di averlo abbandonato proprio perché non poteva più sopportare di vivere in questa immobilità – anche in questo caso più come una figlia ribelle che come una compagna…
…idea che infine il personaggio accetta con una risataamara, gettandosi letteralmente questa storia alle spalle.
Ancora più significativo è il confronto con Fad in Black Dog Serenade (16), che infine gli offre un motivo ulteriore non guardarsi mai più alle spalle, soprattutto davanti alla totale irragionevolezza con cui l’ex-collega sceglie di affrontarlo – un solo proiettile…
Un altro momento significativo si trova in Boogie Woogie Feng Shui (21), quando Jet ritrova la figlia del suo vecchio amico, con cui cerca di definirsi nel suo nuovo presente, dimostrando di non saper davvero accettare il passare del tempo:
Ehi tu vacci piano, non ho l’età che pensi!
Faye Cowboy Bebop
Riporre fiducia nel prossimo non porta alcun guadagno: questo è il mio imperativo.
Faye è un personaggio profondamente solo.
Sulle prime ci si potrebbe facilmente lasciar ingannare dalla sua esuberante apparenza da femme fatale, da donna vanitosa e capricciosa, interessata solamente al proprio aspetto, ai soldi, e soprattutto, a come sperperare gli stessi nei più stupidi vizi.
In realtà, Faye si è lasciata definire dal mondo che la circonda, in cui molto spesso una donna avvenente come lei è vista poco più che come un pezzo di carne – come ben si vede in Jupiter Jazz (12), e così nel film.
Per questo ha imparato ad utilizzare le sue armi seduttive per arricchirsi e levarsi d’impiccio – come si vede in Heavy Metal Queen (7) – in parte cercando disperatamente di sfuggire ai suoi debiti, in parte per sfogare i suoi umori in attività vuote e materiali – come in Speak like a child (18).
Faye Cowboy Bebop
Vivere in un mondo ostile l’ha anche portata ad essere particolarmente diffidente verso il prossimo, tanto da scappare in più occasioni dal Bebop – proprio come Spike, a cui assomiglia molto come carattere, pur per motivi diversi.
Se infatti Spike è alla ricerca del suo passato, Faye cerca di sfuggire il presente.
La sua diffidenza dovrebbe solo aggravarsi quando in My Funny Valentine (15) scopre una parte della verità sul suo passato, più vicino di quanto credesse, ma che gli è stato ancora più celato da dei sordidi approfittatori che l’hanno ingannata…
…ma in realtà questa scoperta la rende ancora più restia a scoprire la sua vera identità.
La sua storia diventa ancora più drammatica quando in Speak like a child (18) vede un’altra sé stessa, una ragazzina frizzante e mansueta che non riconosce, che le racconta la loro storia e, in qualche modo, la invita a riscoprirla.
Una ricerca disperata, che si chiude in Hard Luck Woman (24) con l’amara scoperta di avere alle spalle un passato a pezzi, arrivando mestamente a stendersi in quella che un tempo era la sua casa, ma che ormai non è altro che un cumulo di mute macerie…
La definitiva consapevolezza di Faye dell’esserci avvicinata al suo presente più di quanto credesse avviene nell’ultima puntata, The Real Folk Blues, quando prima minaccia di uccidere Spike se solo osa andarsene a morire…
…ma che infine non può che osservare impotente allontanarsi verso il suo destino, riuscendo solo a sparare un inutile colpo a vuoto.
Ed Cowboy Bebop
Ognuno ha i suoi sogni e deve rincorrerli.
Ed è un personaggio in cerca d’autore.
La sua identità sfumata è raccontata già solamente dal suo sesso quasi indefinito – più volte i personaggi si chiedono se è maschio o femmina – sia dalla sua scelta di fabbricarsi un nome assurdo – Edward Edna Wong Hau Pepelu Tivrusky IV…
…creandosi un personaggio così sfuggente da perdersi nella leggenda.
Una ragazzina che all’abbandono del padre ha reagito con il desiderio di esplorare e scoprire il mondo, soprattutto quello digitale, tanto da diventare un genio informatico in tenerissima età.
La bellezza del suo personaggio risiede nel suo essere apparentemente sempre di contorno, in realtà rivelandosi in più momenti essenziale per la narrazione, anzi ben più intelligente dei suoi compagni di viaggio.
Si sprecano infatti gli episodi in cui si scopre che Ed aveva in tasca la soluzione del problema fin dall’inizio – il più emblematico in questo senso è sicuramente Bohemian Rhapsody (14), in cui il ricercato era virtualmente sempre presente sul Bebop.
Ed Cowboy Bebop
Il suo carattere frizzante e totalmente infantile la rende spesso il cómic relief all’interno di situazioni anche piuttosto drammatiche – come quando Jet le lascia i suoi bonsai nel caso non tornasse più in Black Dog Serenade (16).
Nondimeno, Ed non si lascia mai mettere i piedi in testa o ingabbiare, caratteristica piuttosto evidente sia nella sua prima apparizione – Jamming with Edward (9), quando riesce a manovrare il Bebop da remoto per farsi accogliere a bordo…
…sia in due momenti della sua puntata finale, Hard Luck Woman (24).
Infatti, il suo spirito avventuroso e vagabondo viene prima rivelato da Suor Clara – che l’aveva accudita per anni, per poi vederla scomparire senza un chiaro motivo – poi quando Ed si inventa una taglia finta sul padre per riuscire finalmente a ritrovarlo.
Questo suo spirito quasi selvaggio è ben raccontato anche dalle sue scelte di vestiario – i piedi perennemente scalzi – e così anche dal suo atteggiamento quasi bestiale – come quando ringhia contro Faye sempre in Bohemian Rhapsody (14).
Per non parlare del suo il suo metabolismo impossibile – come quando divora in un sol boccone il blob in Toys in the Attic (11)
Infine, per quanto sia diventata un membro fondamentale dell’equipaggio per diverso tempo, rallegrando l’atmosfera con la sua frizzantezza e le rime senza senso, sceglie infine e senza troppi rimpianti di abbandonare il Bebop per ricongiungersi finalmente col padre….
…portandosi dietro l’unico membro della squadra con cui sembrava veramente avere intrecciato una connessione: Ein.
Ergo Proxy (2006) è una serie tv anime di genere fantascientifico-cyberpunk, diretta da Shukō Murase, lo stesso che si occupò poco prima anche di Samurai Champloo(2004).
In Italia è stata distribuita prima in DVD nel corso del 2008, arrivando in tv solo fra il 2011 e il 2012 su Rai 4 in seconda serata.
Se non sapete niente di Ergo Proxy, continuate a leggere. Se invece siete i massimi esperti della serie, cliccate qui.
Ergo Proxy guida
Piccola guida alla visione se non avete mai visto Ergo Proxy.
L’ambientazione
Ergo Proxy è ambientata in un futuro post-apocalittico in cui l’umanità è costretta a vivere in delle comunità controllate e create artificialmente, con una vita scandita da uno stringente consumismo.
All’interno di questa utopia particolarmente distorta, i cittadini sono creati artificialmente e in serie, mentre gli immigrati devono dimostrare di essere distaccati dai loro averi per poter ambire alla cittadinanza.
Insieme agli umani vivono anche dei robot senzienti chiamati AutoReiv.
Di cosa parla la serie
A fronte della diffusione di uno strano virus fra i robot, il cogito, e della fuga del misterioso proxy, Re-l, nipote del nonno – il Reggente della città – comincia ad indagare…
…ma tutte le vie sembrano portare ad un unico personaggio: l’apparentemente innocuo Vincent Law, un immigrato da Mosk, misteriosamente coinvolto in tutti gli incidenti.
La struttura
La serie è articolata in ventitré episodi di circa venti minuti ciascuno.
Inizialmente sembra che gli episodi seguano le indagini e le storie dei protagonisti – la cui risoluzione appare sulle prime anche piuttosto intuitiva – ma più la serie prosegue, più assistiamo a trame fra l’onirico e il simbolico…
Perché guardare Ergo Proxy
Ergo Proxy non è una serie, ma un’esperienza.
Se avete amato prodotti come Serial Experiments Lain (1998) eGhost in the shell (1995), resterete semplicemente stregati da questo prodotto così profondamente filosofico e riflessivo.
Sicuramente non una serie di facile comprensione, ma che vale assolutamente la pena di esperire per scoprire fino a che punto un prodotto televisivo può uscire dai suoi canoni per creare qualcosa di straordinario.
Re-l Ergo Proxy
Re-l rappresenta in nuce il destino dell’umano.
La protagonista non è infatti altro che il prodotto di Romdo – anche più di quanto si renda conto inizialmente – che crea l’umano da una parte per renderlo il perfetto ingranaggio della macchina sociale, dall’altra lo spoglia di ogni abilità materiale perché sia inoffensivo.
Elemento che emerge particolarmente dalle parole di Iggy nella puntata Punti morti concettuali (13) – in cui le dice che è più inetta di quanto creda – e anche nella puntata Calma piatta (16) – in cui il terzetto è costretto ad aspettare per lungo tempo un vento migliore per continuare il viaggio.
In questo frangente Re-l si dimostra ancora di più la figlia perfetta di Romdo, ovvero un umano incapace di vivere autonomamente con delle skills molto basilari – cucinare, pettinarsi, prendersi cura di sé – perché fino ad ora si era del tutto affidata agli AutoRev.
Per questo si dimostra spesso irritabile e capricciosa, un atteggiamento che solo apparentemente sembra uscire dal seminato rigidamente tracciato da Romdo per il suo cittadino perfetto, ma che in realtà è la caratteristica chiave che le permette di attuare la sua raison d’être.
Re-L Meyer
Infatti, Re-l è sempre stata una pedina nelle mani di Romdo e soprattutto del Reggente, che hanno sfruttato e, anzi, indirettamente incoraggiato la sua ribellione: il vero obbiettivo della protagonista non era diventare l’erede della città, ma piuttosto essere artefice della salvezza della stessa.
O, almeno, la salvezza apparente.
Re-l quindi non è altro che una cavia per attirare il Proxy – Vincent – proprio condividendo le cellule di Nomad – l’amore del Proxy One – e portare lo stesso a rivelarsi e a tornare come divinità a capo della città.
In realtà la volontà di Re-l sfugge infine dal controllo di Romdo – al punto che Dedalus finisce per preferire la Real Re-l, ovvero la sua versione angelica – in quanto la protagonista, nella sua ricerca ossessiva dell’identità del Proxy, finisce per definire anche sé stessa.
Infatti sia Re-l che Vincent intraprendono un viaggio cartesiano per la scoperta del sé e, soprattutto, la protagonista vive lo sconvolgimento dell’uscita della caverna di platoniana memoria, scoprendo una realtà molto più variegata rispetto al piccolo mondo in cui ha vissuto finora.
Re-L Meyer
In un certo senso Re-l rappresenta il ricongiungimento dell’umano con il divino – il Proxy – al punto che nella puntata L’occhio sacro nel cielo (20) la coscienza di Vincent Law è totalmente soggetta a quella della protagonista.
Infatti, con la creazione dei Proxy, l’umanità ha acquisito una sorta di status super-umano, riuscendo a ricostruire il divino unicamente per i propri scopi – risanare la terra – tanto da diventare creatore del Dio – Proxy – che infine si ribella contro il suo Creatore – l’Umano.
Vincent Law Proxy
Chi sei, Vincent Law?
Questa è la domanda che ricorre per la maggior parte della serie.
Vincent Law all’apparenza sembra un mediocre ed innocuo immigrato moscovita, che fa di tutto per riuscire ad integrarsi nella nuova comunità – Romdo – ma incapace di affermarsi con un’identitàpropria.
Non a caso, il suo viaggio è finalizzato alla scoperta del suo essere, all’awakening, che già di per sè avviene quando Vincent apre gli occhi, gli stessi che nelle prime puntate erano – senza che se ne accorgesse neanche – serrati davanti alla realtà che lo circondava.
L’apertura degli occhi corrisponde infatti all’uscita da Romdo – la caverna già citata – e alla sempre più insistente consapevolezza della sua vera identità – o identità altra – che fino alla fine tiene lontano da sé, come una sorta di ombra.
Infatti, la pesantezza della sua altra faccia è tale che fino all’ultimo Vincent si nasconde dietro ad una maschera, per lo stesso motivo per cui in precedenza si era fatto eliminare i ricordi da Nomad.
I Proxy sono delle divinità, ma delle divinità imperfette: su di loro grava la salvezza e il funzionamento di intere comunità – non a caso Romdo va in rovina per l’abbandono del suo Proxy – ma, proprio come le città stesse, essi sono solamente delle realtà temporanee.
Si può dire quindi che siano come degli orologi atti a definire il ritorno degli umani originari sulla Terra, essendo mortalmente sensibili alla luce del sole, finora nascosto dietro alla coltre di nubi dovuta al disastro apocalittico che ha portato all’abbandono del pianeta.
Quando quindi il sole riuscirà finalmente a ricomparire da dietro alle nuvole, il mondo sarà nuovamente abitabile e gli umani potranno tornare su una Terra pronta per loro e, soprattutto, una Terra vuota, grazie alla morte dei Proxy e, di conseguenza, degli umani che controllano.
Questa presa di consapevolezza ha portato One – il primo Proxy creato – prima ad una profonda depressione, poi ad un odio incontenibile verso l’umano, sia per il suo essere solo una pedina del loro piano, sia per l’impossibilità di unirsi a Nomad.
Per questo motivo – e soprattutto dopo la distruzione di Mosk e il rapimento dell’amata – One sceglie di creare la sua seconda identità o ombra– Vincent – per penetrare Romdo, vendicarsi del Reggente e attuare infine il suo piano di rivolta degli AutoRev.
Vincent Law
One infatti riesce ad infettare gli AutoRev con il virus cogito, che rappresenta il risveglio, il soffio vitale che permette alle macchine di non essere solamente macchine – in maniera simile a Ghost in the shell (1995)– ma quasi più umane dell’umano, e riconoscerlo così come Dio.
Infatti la prima reazione degli AutoRev al cogito è inginocchiarsi e rivolgersi al divino – One – consapevoli proprio della presenza di un’entità che gli ha permesso di pensare e quindi di essere.
Re-L Meyer
Ma la coscienza del Proxy va ben oltre il semplice soggettivismo cartesiano.
Se lo stesso permette al Proxy e agli AutoRev di comprendere la loro esistenza e differenza rispetto al resto degli oggetti in-animati, il viaggio di Vincent lo porta ad abbracciare l’inter-soggettivismo kantiano.
Infatti Vincent si scopre come parte del mondo, ma, al contempo, anche osservatore dello stesso, fino ad arrivare ad un esasperato solipsismo, per cui la realtà esiste solamente in sua funzione.
Questo elemento ben si intreccia con la funzione stessa del Proxy come creatore e, di fatto, sorrettore di mondi: ogni comunità da esso creata ha smesso di esistere quando il suo dio l’ha abbandonata o è morto.
Questa presa di consapevolezza finale permette infine a Vincent di ricongiungersi con One e diventare un unico portatore di vita e di morte, capace di rivaleggiare con gli umani che stanno ritornando a popolare la terra.
Nondimeno, la sua esperienza con Re-l e Pino gli ha permesso di carpire la possibilità di un’umanità migliore, non solamente tirannica e distruttiva: una per cui valga la pena di lottare.
Insomma, Cogito Ergo Proxy.
Pinocchio Ergo Proxy
Pino rappresenta la via pacifica del cogito.
A differenza degli altri AutoRev, questa bambina sceglie di vivere la sua vita non in opposizione all’umano, ma all’interno di una ricerca sostanzialmente pacifica e personale del mondo esterno.
Per questo, avendo preso coscienza del sé grazie al virus, passa dall’essere una macchina apatica ed incolore, ad una bambina frizzante e esuberante, che si unisce a Vincent in una sorta di ricerca comune, pur con obbiettivi meno ambiziosi.
Nella più semplice interpretazione, Pino non è altro che Pinocchio: non più burattino, non più macchina, ma un infante quasi veroche cerca di esserlo in tutto e per tutto, anche tramite la imitatio di quello che gli sta intorno – nello specifico di Re-l, come si vede soprattutto in Calma piatta (16).
Inoltre, il suo personaggio rappresenta l’atteggiamento limitantedegli umani nei confronti degli AutoRev.
Fin da subito infatti Pino è trattata dalla sua famiglia adottiva più come una serva che come la figlia tanto desiderata, al punto che la madre, Samantha, cerca di liberarsi di lei alla prima occasione.
La donna non permette quindi neanche alla figlia di esprimersi e mostrare il suo potenziale, limitandola ancora una volta al mero oggetto-usa-getta che vive solamente in funzione dell’umano – rappresentando, in scala minore, il rapporto fra umano e Proxy.
Pino AutoRev Ergo Proxy
Questo elemento è particolarmente evidente nella puntataSorriso di bambina (19).
La città di Smile Land è una palese parodia di Disneyland, in cui gli AutoRev sono proprio oggetti, giocattoli, che vengono creati ed utilizzati unicamente per rendere felice il loro Dio – Will B. Good – per evitare l’estinzione della comunità.
Questi sono anche facilmente eliminati o emarginati quando non sono più utili alla loro funzione, in un panorama di totale finzione, smascherato proprio dal sorriso sincero di Pino, diverso da quello di tutti gli altri…
In ultimo, Pino si rivela un tassello fondamentale per il futuro della Terra.
Nell’ultima puntata scopriamo infatti che l’ultimo desiderio che Raul Creed aveva affidato a Kristeva era quello di proteggere quella che ormai non considerava più semplicemente un surrogato, ma la sua vera figlia.
Questa volontà potrebbe rappresentare il primo passo verso una conciliazione fra umano e macchina, creando un rapporto che non sia finalizzato solo alla supremazia dell’uno verso l’altro, ma piuttosto alla creazione di una pacifica convivenza di reciproco guadagno.
Dedalus Ergo Proxy
Deadalus è in un certo senso un burattinaio nell’ombra.
La sua intelligenza straordinaria è stata creata a tavolino per renderlo un alleato di Re-l e parte del Proxy Project, nonostante la situazione gli sfugga progressivamente di mano, rendendolo infine apatico e concentrato solo su sé stesso.
Sulle prime infatti Dedalus mostra un profondo interesse per Re-l, e persino l’aiuta a nascondere la sua finta morte, così che possa continuare a perseguire la sua raison d’être – riportare Vincent a Romdo.
Dedalus può quindi essere letto come una rappresentazione in piccolo del destino dell’umanità che ha lasciato la Terra, e che tanto arrogantemente ha creato un mondo solo per sé stesso e finalizzato unicamente alla distruzione e alla rinascita dell’umano.
Come infatti l’umano ha creato degli dei difettosi, nascondendogli il loro vero fine, allo stesso modo il suo personaggio nasconde costantemente informazioni fondamentali a Re-l, col solo risultato che la stessa si allontana sempre di più da lui.
Così Deadalus diventa sempre più geloso e capriccioso, arrivando a creare una sorta di feticcio, una nuova Re-l molto più mansueta e accomodante nei suoi confronti, una nuova divinità che in qualche modo lo veneri.
Questo progetto gli si rivolta infine contro, quando persino Real si allontana da lui, proprio riacquistando la sua identità originaria – Nomad – e cercando di ricongiungersi a Vincent per operare un definitivo distaccamento dall’umano.
Così, come Dedalo guardava il figlio Icaro distruggersi per la sua superbia, così Dedalus osserva sofferente la sua creazione mentre si suicida.
Raul Creed
Ra è il super-uomo.
Per sua natura è un uomo estremamente scaltro ed intelligente, una personalità da leader creata in provetta, arrivando infatti a coprire le più alte cariche della città e a tenere in mano più potere di quanto riesca a gestirne.
Infatti, per la maggior parte della serie Raul è il principale antagonista di Vincent e della sua scoperta del sè, cercando costantemente di incastrarlo, di boicottarlo – con la distruzione nucleare su Mosk in Battaglia senza fine (17) – e infine di distruggerlo.
In questo modo Raul rappresenta l’umano che tenta disperatamente di affrancarsi dal divino, rappresentato non solo dal Proxy stesso che regge la comunità, ma anche dagli stessi che hanno impedito all’umanità creata artificialmente di riprodursi e quindi di continuare a vivere.
Ma il suo si rivela un tentativo del tutto fallimentare proprio perché antagonistico e sostanzialmente distruttivo, pur con una presa di conoscenza finale del personaggio nei confronti di Pino – e quindi dell’altro – che permette infine di gettare una nuova luce sul destino dell’umano.
Gravity Falls (2012 – 2016) è una serie tv animata andata in onda prima su Disney Channel, poi su Disney XD, oggi disponibile in streaming su Disney+.
Se non sapete assolutamente niente su questo prodotto, continuate a leggere. Se invece siete già esperti, cliccate qui.
Gravity Falls guida alla visione
Gravity Falls è una di quelle serie che possono essere apprezzate sia da un pubblico più giovane, sia da uno spettatore più adulto.
Infatti, è un prodotto che si inserisce nel solco del passaggio generazionale fra infanzia e adolescenza, nel contesto di un’avventura horror-fantasy per ragazzi, pur con tematiche e con un taglio anche piuttosto serio e adulto.
Di cosa parla Gravity Falls?
Dipper e Mabel sono due ragazzini di appena dodici anni, che vengono mandati a passare l’estate dal loro prozio Stan, che gestisce una trappola per turisti, il Mystery Shack, nella piccola cittadina di Gravity Falls.
Quella che si prospettava una vacanza noiosa, si rianima alla scoperta di un misterioso bestiario, che racconta i segreti di questa città apparentemente innocua, in realtà il punto d’incontro di vari misteri e creature uscite da un libro delle favole – o degli orrori…
La struttura
Gravity Falls è strutturata in due stagioni, con una ventina di episodi ciascuna.
Generalmente, si tratta di piccole avventure autoconclusive, ma sempre collegate fra loro dal mistero della trama orizzontale, esplorata particolarmente a partire dalla fine della prima stagione e per la maggior parte della seconda.
Perché guardare Gravity Falls?
Gravity falls ha il merito di riuscire ad essere una serie piacevolissima per diversi pubblici, raccontando con sincerità e realismo le difficoltà dei preadolescenti, dal trovare il proprio posto nel mondo ai primi amori.
Forse anche grazie ad una scelta di porre un punto di inizio e di fine chiaro fin da subito, la serie riesce a non essere mai ripetitiva nelle sue dinamiche e storie, assicurando sempre novità e freschezza ad ogni puntata.
Insomma, da non perdere.
Dipper Gravity Falls
Dipper è sostanzialmente il protagonista della serie.
Nel suo personaggio si incrociano due intenti: essere il vettore, anche piuttosto entusiastico, del mistero della serie, e raccontare il passaggio dall’infanzia all’adolescenza nel modo più sincero e vicino allo spettatore.
Dipper vive infatti i più classici drammi di un preadolescente, nello specifico si sprecano le puntate in cui il personaggio vuole dimostrare una virilità che percepisce come necessaria.
Un tema molto importante e anche a tratti piuttosto drammatico, che la serie però riesce a raccontare con una certa delicatezza, in particolare nella piacevolissima puntata Dipper e la mascolinità (2×06).
Un amore possibile?
Con altrettanta delicatezza si affronta la questione dell’amore impossibile per Wendy, scegliendo intelligentemente di non trascinare fino ad un finale poco realistico e ingenuo, al contrario portando ad un confronto con la ragazza…
…che commenta la situazione nella maniera più semplice possibile:sono troppo vecchia per te.
Infatti, probabilmente Dipper si invaghisce di questa ragazza non tanto perché effettivamente interessato a lei, ma soprattutto perché la stessa rappresenta un punto di arrivo importante per sentirsi finalmente grande.
Il mistero della crescita
Così, anche il lato più strettamente legato alla scoperta del mistero è connesso al desiderio di Dipper di crescere.
Infatti, la dinamica intorno al misterioso bestiario è quella del più classico prodotto per ragazzi, in cui i giovani protagonisti si ritrovano a doversi scontrare con qualcosa di troppo grande per loro.
L’inizio della relazione con Ford è ancora più determinante: il ritrovato prozio offrea Dipper una corsia preferenziale per diventare grande prima del tempo, ma finendo involontariamente per volerlo rinchiudere nel suo stesso incubo adolescenziale che l’ha portato ad allontanarsi dal fratello.
Due velocità diverse
La scelta di Dipper è infatti un momento di passaggio non solo per la sua maturazione, ma soprattutto per la relazione con Mabel.
La sorella è infatti personaggio molto più legato alla realtà infantile e all’amore fraterno che li lega, tanto che più di una volta il protagonista deve fare delle scelte per favorire la sorella a suo discapito.
Proprio questi sacrifici ripetuti per Mabel gli vengono rivoltati contro, nello specifico da Bill, cercando più volte di farlo piombare in un bieco egoismo, per poi rinsavire nel finale, scegliendo la via più giusta.
Ovvero, continuare a crescere insieme alla sorella, pur a velocità diverse.
Mabel Gravity Falls
Mabel è a tratti un secondario, a tratti una protagonista.
Raccontare il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di una ragazzina non è cosa facile: si rischia sempre di ricadere in stereotipi piuttosto blandi e in narrazioni tutto tranne che veritiere.
Ma Gravity Falls riesce anche in questo.
In generale Mabel ha un atteggiamento piuttosto infantile, e il periodo a Gravity Fallsè significativo per definire il momento passaggio che sta vivendo, ovvero dalla più fantasiosa e rassicurante infanzia, alle prime turbe adolescenziali.
Così riesce a trovare un piccolo gruppo di amiche, a capire quali ragazze le sono nemiche, proprio nelle classiche dinamiche adolescenziali ancora piuttosto tipiche del mondo femminile.
Allo stesso modo Mabel mostra i primi slanci verso l’esplorazione sentimentale, definita dai continui innamoramenti impossibili, con vicende sempre più strampalate, fra cui spicca il pilot – Trappola per turisti – e l’incontro con Mermando in Mermando il tritone (1×15).
L’ingenua infanzia
Al contempo la caratterizzazione di Mabel è del tutto votata al suo attaccamento alla sfera infantile, definito dal suo vestiario e dal suo comportamento, da cui emerge un elemento fondamentale: la totale ingenuità del suo personaggio.
Un aspetto che si nota particolarmente nel rapporto con Dipper.
Infatti, mentre il fratello è proiettato verso la costruzione di una nuova identità più adulta, Mabel ne è totalmente estranea, e non si rende conto di quanto spesso Dipper faccia dei sacrifici per lei – nello specifico nella puntata introduttiva di Waddles in Il maialino e l’uomo che viaggiava nel tempo (1×09).
Per questo per lei il finale è così devastante.
La fine del sogno
L’inizio dell’incubo di Bill comincia proprio per colpa di Mabel, facendo leva sulla sua disperazione per la fine di un’era – l’infanzia e nello specifico l’estate a Gravity Falls: non solo le nuove amiche partono, ma lo stesso Dipper minaccia di allontanarsi da lei.
Così quella ingenua ragazzina diventa prigioniera del suo stesso sogno, immersa in un mondo del tutto irreale, che però rappresenta l’avverarsi di tutti i suoi sogni infantili…
…e, soprattutto, del suo profondo desiderio di non abbandonare maiquel periodo così confortante e pieno di sogni.
Per questo l’intervento di Dipper nella puntata Fuga dalla realtà (2×19) diventa fondamentale: quando finalmente riesce a risvegliarsi da questo sogno, Mabel si rende conto della limitatezza delle sue vedute, ed è così pronta a cominciare un nuovo capitolo della sua vita.
Stan Pines Gravity Falls
Stan è un personaggio incredibilmente grigio.
Se inizialmente sembra semplicemente un vecchio brontolone e approfittatore – in particolare nel flashback in cui passa del quality time con i suoi nipoti a stampare delle banconote false in La leggenda del drago trita-ossa (1×02) …
…fin dalla prima puntata si capisce che nasconde qualcosa.
Le relazioni presenti…
La sua storia caratteriale ruota sostanzialmente intorno alla sfera relazionale: anzitutto il rapporto con i suoi nipoti, specificatamente con Dipper, che in più momenti si sente ingiustamente maltrattato dal prozio.
In realtà, proprio nella puntata passata nella sua mente – Il catturasogni (1×19) – si scopre anche il profondo affetto che lega Stan ai suoi nipoti, e di come il suo atteggiamento nei confronti di Dipper sia finalizzato semplicemente alla sua maturazione.
Discorso diverso per il suo rapporto con Ford.
…e passate
Il giovane Stan si sentiva perfettamente in simbiosi con il fratello, proprio perché entrambi erano inquadrati come strambi – e per questo bullizzati – senza mai veramente abbandonare quel sogno infantile di un’avventura insieme.
In questo senso Stan è una figura incredibilmente incompresa.
Infatti, per quanto sembri il classico topos del fratello spaccone che farebbe di tutto per realizzare i suoi sogni – persino infrangere quelli del fratello – in realtà Stan è accusato ingiustamente di malizia per quello che non era altro che un incidente.
Per questo le sue avventure finanziarie successive raccontano diversi tentativi di fargliela vedere alla sua famiglia e soprattutto a Ford, per quanto si tratti in tutti i casi di tentativi sostanzialmente fallimentari.
Ma la sua vita lo porta inevitabilmente di nuovo dal fratello, inizialmente sicuro della possibilità di riallacciare i rapporti, ma in realtà scoprendo amaramente che fino a quel momento Ford aveva solamente pensato a sé stesso.
Un’antica ruggine
Questo porta al secondo incidente.
Tuttavia, in questo caso Stan sceglie di impegnarsi per risolvere il problema e, di fatto, persalvare la vita al fratello, nonostante fino all’ultimo dimostri di nutrire un imperituro astio nei suoi confronti.
Una ruggine che si trascina sostanzialmente fino agli ultimi momenti della serie, in cui Stan mostra il suo malcelato fastidio nei confronti della eroizzazione senza motivo del fratello, nonostante questo sia di fatto l’artefice del Oscurmageddon.
La vera rivincita di Stan avviene effettivamente sul finale, in cui si convince finalmente a far squadra con Ford per sconfiggere Bill, nonostante questo di fatto significhi perdere tutti i ricordi che riguardano sia la sua felice infanzia sia il recente rapporto con Mabel e Dipper.
Anche se potrebbe apparire un po’ forzato e fin troppo favolistico, ho adorato il ritorno della memoria di Stan, perché dimostra proprio l’importanza che queste memorie e questi affetti hanno effettivamente nella sua vita, permettendogli infine di trovare una nuova dimensione nella vita del fratello.
Ford Pines è una presenza costante fin dall’inizio della serie, anche se fuori scena.
L’identità del misterioso Autore è infatti il fil rougeper la maggior parte degli episodi, puntellando le varie storie di incontri con il paranormale, proprio grazie ai suoi manuali che raccontano le stranezze di Gravity Falls, e che diventano un’effettiva ossessione per Dipper.
In questo senso, l’idea di centellinare la rivelazione della sua identità funziona piuttosto bene, nello specifico nelle due false rivelazioni: la storia del vecchio McGucket, anche piuttosto tragica, nel suo distruggersi la mente per dimenticare gli orrori a chi ha dovuto assistere in La Società dell’Occhio di Tenebra (2×07) …
…e nell’altrettanto inquietante rivelazione del falso autore in Nel bunker (2×02).
Una storia di distruzione
La storia di Ford è una spirale autodistruttiva: dopo aver condiviso un’infanzia sostanzialmente felice insieme al fratello, con lo sguardo puntato verso il punto di arrivo del loro rapporto – il viaggio sullo StanVeliero…
…il sogno si infrange con una nuova prospettiva di carriera per Ford, che viene involontariamente rovinata dal fratello.
Da questo punto in poi il rapporto fra i due è apparentemente irrimediabilmente rovinato, al punto che Ford si rifugia in un’università di terza categoria, in cui però riesce a ricostruire la sua rivincita.
La sua discesa nell’inferno e nelle grinfie di Bill è l’occasione per raccontare il più classico degli insegnamenti per un prodotto per bambini.
Isolarsi, scegliere di fare le cose unicamente da soli, senza avere nessuno con cui veramente confrontarsi – Ford nasconde diverse cose al suo assistente – porta inevitabilmente ad un fallimento.
Tra l’altro, quel trentennio di solitudine porta solo ad un maggiore incattivimento, tanto che al suo ritorno Ford continua le sue ricerche isolandosi da tutti – in questo caso anche per esplicita richiesta di Stan – pur cominciando a intrecciare un rapporto con Dipper.
La storia si ripete
In questo senso è stato molto intelligente regalare al personaggio un buon numero di puntate per esplorare meglio il suo io presente, riuscendo così ad integrarlo all’interno delle piccole avventure autoconclusive che rappresentano la maggior parte della serie.
La mia preferita è La sfida finale (2×13), in cui si racconta proprio la scintilla dell’inizio del rapporto con il nipote, in cui Ford rivede molto di sé stesso.
Tuttavia, l’intensificarsi del loro rapporto porta ad un inevitabile parallelismo fra la rottura fra Ford e Stan e il dramma che nasce sul finale fra Dipper e Mabel: ancora una volta, si rischiava di dividere due fratelli che fino al giorno prima erano inseparabili.
Il riallacciarsi del rapporto con il fratello arriva piuttosto tardi, ma appena in tempo per salvare il mondo dall’orrore di Bill: il sacrificio di Stan è l’ennesima prova di quanto il fratello tenga alla sua famiglia e non sia solo uno spaccone come per tanto tempo Ford aveva pensato.
Così l’inizio, pur a tanti anni di distanza, dell’avventura dei due fratelli rappresenta proprio il punto di arrivo e di incontro fra due tendenze e caratteri molto diversi, ma che possono comunque portare a qualcosa di fantastico.
Bill Gravity Falls
Bill era la sfida più importante di Gravity Falls.
Il suo personaggio è infatti un antagonista veramente inquietante, facilmente assimilabile alla figura del diavolo furbo, non facile da inserire all’interno di un prodotto indirizzato principalmente ad un pubblico così giovane.
Non a caso, riguardo al suo personaggio sono presenti dei frangenti non poco inquietanti, nello specifico quando il villain prende possesso del corpo di Dipper in La calzino-novela (2×04) e, soprattutto, nel racconto di Ford in Mabel e gli unicorni (2×15).
Per questo la gestione del personaggio è così intelligente.
Bill Gravity Falls
Nei riguardi di Bill, Gravity Falls lavora di sottrazione.
Anzitutto, tramite il character design: per quanto la sua figura sia indubbiamente inquietante e richiami un simbolismo tipico dei miti dell’Occulto, Bill apparentemente è un personaggio innocuo, quasi giocoso.
L’inquietudine nasce infatti in primo luogo dal contrasto fra il suo aspetto e le sue azioni profondamente malvage, ma anche per via del suo vero aspetto mai mostrato, rivelato per caso solo al vecchio McGucket, che per questo impazzisce.
Allo stesso modo, un grande lavoro di equilibrio si trova nella trilogia Oscurmageddon.
Nonostante quella che si veda in scena è la vittoria del caos, dell’oscurità e dell’orrore più incomprensibile, Gravity Falls sceglie intelligentemente di circondare questo terrificante villain di figure molto più digeribili.
Così i vari aiutanti di Bill presentano dei design piuttosto variegati, e anzi piuttosto adatti ad un contesto comico e infantile: sembrano più dei mostriciattoli nati dalla mente di un bambino.
Insomma, la gestione di questo personaggio e del finale era una delle sfide più importanti della serie, che è riuscita però a mantenere un tono trasversale ed adatto sia al target di riferimento, sia al pubblico più adulto.
Gideon Gravity Falls
Oltre al male supremo rappresentato da Bill, Gravity Falls gode anche di due villain secondari – che percorrono fondamentalmente lo stesso percorso.
Gideon
Al pari di Bill, a suo modo anche Gideon è una presenza ingannevole.
Il suo personaggio racconta una sorta di bambino prodigio, o, meglio, dimacchina fabbrica soldisfruttata da dei genitori avidi – situazione abbastanza tipica nel contesto statunitense.
Tuttavia, nel complesso Gideon – a differenza di Pacifica – non sembra realmente un prodotto della cattiveria dei suoi genitori e non trova quindi la sua redenzione distaccandosi da loro: di fatto, è un villain piuttosto autonomo.
Gideon è a tutti gli effetti un antagonista piuttosto classico: pieno di sé stesso ed interessato solamente al guadagno ed al potere – in un certo senso, una versione depotenziata di Cartman in South Park.
Appare per la prima volta in Il magico Gideon, sembrano inizialmente una presenza innocua, un personaggio un po’ strambo, un prodotto televisivo, che però si invaghisce di Mabel.
Ed è infatti il rifiuto della ragazzina che lo rende un villain a tutti gli effetti.
Infatti, dopo questo affronto, Gideon comincia ad architettare una vendetta contro tutta la famiglia Pines – cercando appunto di sottrargli il Mystery Shack – con anche piccole avventure come villain principale nella prima stagione.
Gideon è invece assente per la maggior parte del secondo ciclo di episodi, ripescato solo nel finale come alleato di Bill, con cui aveva già avuto contatti in precedenza, prendendo però una strada che mi ha complessivamente poco convinto.
Non assistiamo infatti ad un arco evolutivo vero e proprio, ma più che altro ad un’esasperazione della situazione – Gideon diventa il giullare di Bill – che lo porta a voler abbandonare i suoi piani malvagi e voler essere solo un bambino normale.
Insomma, un villain interessante, con un percorso di redenzione però troppo debole.
Pacifica
Discorso diverso per Pacifica.
Il suo personaggio per buona parte della prima stagione è il classico antagonista femminile di prodotti per adolescenti: una ragazza molto popolare e vanesia, convinta di poter comprare ogni cosa con i soldi e la popolarità.
Lo scontro con il suo personaggio è in realtà retroattivamente positivo: Mabel riesce a trovare delle amiche più adatte alla sua personalità e che fanno parte del gruppo degli strambi, cominciando così a definire la sua identità.
Il momento di massima malvagità del suo personaggio è quando rischia di diventare proprietaria di Waddles in Il maialino e l’uomo che viaggiava nel tempo (1×09)
Tuttavia, le prime crepe del suo personaggio si vedono già in L’irrazionalità è un tesoro (1×08) – quando si scopre che le origini della sua famiglia sono basate su un inganno – e soprattutto in Vittoria ad ogni costo (2×03).
Questa puntata è la prima occasione in cui Mabel comincia finalmente a risanare il rapporto con la sua nemica, quando si rende conto di essersi comportata proprio come lei – in maniera disonesta e cattiva – e per questo accettando per la prima volta di considerarla quasi come amica.
Ma l’effettiva drammaticità del suo personaggio è svelata in Il mistero di Villa Northwest (2×10)
La puntata racconta ancora una volta quanto la ricchezza della famiglia di Pacifica sia basata sull’inganno e sull’egoismo dei suoi antenati, portando per la prima volta la ragazzina a rendersi veramente indipendente dai suoi genitori, che la comandavano a bacchetta.
Da questo momento in poi il suo personaggio diventa un alleato dei protagonisti – soprattutto nel finale, quando fa parte del cerchio per sconfiggere Bill – opponendosi alle scelte folli dei suoi genitori, ed infine partecipando alla festa d’addio dei gemelli.
In questo caso, un percorsodi crescita veramente interessante e ben pensato.
Samurai Champloo (2004) è un anime giapponese di Shinichirō Watanabe – lo stesso che ha curato la regia Cowboy Bebop (1998 – 1999), per intenderci.
La serie è stata importata in Italia solo nel 2008 con Panini Video.
Se non sapete niente di Samurai Champloo, continuate a leggere. Se invece siete i massimi esperti della serie,cliccate qui.
Samurai Champloo guida alla visione
Piccola guida alla visione se non avete mai visto Samurai Champloo.
Di cosa parla la serie
La storia ruota intorno a tre improbabili compagni di viaggio: Mugen – un vagabondo con grandi abilità nell’ uso della spada dai modi poco ortodossi – Jin – guerriero dall’atteggiamento molto più elegante e posato – e la giovane Fuu, che li ha reclutati per trovare il misterioso samurai che profuma di girasoli.
La struttura
La serie si articola in 26 episodi, tendenzialmente auto conclusivi, pur spesso con piccole duologie o trilogie, che raccontano le varie e piuttosto strambe avventure del terzetto, perennemente alla ricerca di un modo per non morire di fame e di continuare il viaggio.
L’ambientazione
Conoscere l’ambientazione di Samurai Champloo è fondamentale per comprendere il senso della serie stessa.
Gli episodi sono ambientati agli sgoccioli del periodo Edo (1603 – 1868), che rappresentò l’ultimo momento di chiusura del Giappone verso il resto del mondo, prima dell’intrusione forzata degli Stati Uniti ed il ripristino del potere imperiale.
Infatti, per diversi secoli il centro politico era Edo – diventata Tokyo nel 1969, da cui il periodo prende il nome – sede dello shōgun – la carica militare più alta per l’esercito Giapponese – che col tempo andò a soverchiare quello dell’imperatore stesso.
Come si vede molto bene nella serie, questo periodo fu caratterizzato dal sakoku, ovvero l’isolamento totale del paese dal resto del mondo, con un particolare accanimento nei confronti del cristianesimo e delle incursioni europee, nello specifico quelle olandesi nell’area di Nagasaki.
Samurai Champloo gioca molto su questo concetto, raccontando un Giappone immaginario che ormai è stato infiltrato dalla cultura occidentale, con anche delle palesi anacronie – come la presenza dei rapper, del baseball, e di oggetti del tutto fuori posto per una società sostanzialmente feudale.
Questi elementi tuttavia non sono inseriti forzatamente, ma mischiati in maniera simpatica ed irriverente all’interno della narrazione: non a caso champloo deriva dal termine dialettale chanpurū, che significa proprio mischiare, fondere.
Perché guardare Samurai Champloo
Samurai Champloo è uno splendido esperimento televisivo, che riesce a portare in scena tante piccole storie, che non risultano mai banali, ma che anzi riescono ad esplorare varie tematiche e situazioni tipiche del Giappone di quel periodo, attraverso un’ironia ben bilanciata.
Ma è del tutto naturale a fronte di un terzetto di protagonisti pronti ad esplodere per le loro differenze e i loro comportamenti imprevedibili, che li portano ad incastrarsi in avventure davvero pericolose e improbabili, in un mash-up irresistibile.
Insomma, una serie da riscoprire.
Mugen Samurai Champloo
Mugen è l’incarnazione della serie stessa.
Infatti il suo nome – 無限 – significa effettivamente infinito, senza limiti, proprio a rappresentare il suo carattere esplosivo e senza freni, nonchè estremamente imprevedibile.
E non è finita qui.
L’abbigliamento e lo stile di combattimento rappresentano un incontro piuttosto improbabile fra presente e passato.
Infatti, il personaggio indossa degli abiti tradizionali, ma reinterpretati in una sorta di street wear, oltre a mischiare varie tecniche di combattimento con anche uno stile molto simile alla breakdance.
Mugen è insomma una scheggia impazzita, anzi per questo molto spesso diventa un vettore fondamentale della narrazione, proprio per la sua tendenza ad essere una calamita per i guai.
Una delle poche persone che il personaggio rispetta è proprio Jin, che rappresenta il suo totale opposto.
Infatti, entrambi i personaggi condividono una profonda solitudine e un passato complicato alle spalle, che li porta ad essere spesso perseguitati da vecchi nemici, anche se per motivi diversi.
Per il resto, Mugen è un personaggio totalmente anarchico, che anzi preferisce morire per suicidio chefarsi giustiziare – come si vede in Nell’oscurità della notte – ma che per i suoi ideali è pronto a sacrificare anche sé stesso.
Nondimeno Mugen dimostra più volte di non essere totalmente una testa calda, ma di sapersi anche mettere in gioco per salvare le persone a cui tiene, anche se dovesse trattarsi di rinunciare alla propria spada…
E così nel finale giunge alla stessa conclusione di Jin, in una sorta di incontro fra passato e presente, proprio nel momento in cui il Giappone si apprestava ad affrontare un drastico cambiamento culturale.
Jin Samurai Champloo
Jin è esattamente l’opposto di Mugen – e in parte anche di Fuu.
Il suo personaggio ricopre la figura più classica del samurai tutto d’un pezzo: cresciuto ed educato all’interno di un dojo, sogna di poter praticare l’arte della guerra in un mondo dove non c’è ormai più spazio per lui.
Questo elemento è evidente dal suo aspetto semplice e posato, anche piuttosto arcigno e riservato, con rari sorrisi e una generale imperscrutabilità.
Il suo comportamento così riservato e severo è dovuto soprattutto alla sua educazione rigida e tradizionale, ma anche al terribile delitto di cui si è involontariamente macchiato, ma che di fatto racconta molto del suo personaggio.
Infatti, uccidendo il suo maestro, è come se Jin avesse ucciso anche quella tradizione che stava effettivamente tramontando, assumendo così un atteggiamento non meno anarchico di Mugen, e scegliendo di diventare un ronin – un samurai decaduto e senza padrone – ma anche l’unico custode di un mondo ormai alla sua fine.
Infatti, Jin è in una sorta di costante lotta contro la novità che minaccia le tradizioni che rappresenta.
Non a caso, il suo primo e principale nemico è Mugen.
Mugen rappresenta uno stile di combattimento e, in qualche misura, anche una novità inaccettabile, ma al contempo è uno dei pochi avversari che Jin considera veramente al suo livello – tanto da riservarsi il diritto di ucciderlo.
Jin Samurai Champloo
Nondimeno, l’aspetto relazionale è di grande importanza per il suo personaggio.
Nonostante abbia scelto per molto tempo di coltivare più l’arte della spada che dell’amicizia, Jin si dimostra piuttosto sensibile ed attento sia ai suoi compagni di viaggio, sia ad altri personaggi che incontrerà lungo la strada.
In questo senso, è indicativa tutta la vicenda della liberazione della prostituta in Vivere da ebbri e morire nel sogno.
Col tempo, questi due aspetti della sua personalità sembrano trovare un equilibrio.
Dopo essersi più volte offerto di combattere nemici piuttosto minacciosi per salvare la vita dei suoi compagni, infine Jin nella trilogia Vita e morte sceglie di affidare la vita di Fuu a Mugen, dimostrando finalmente di fidarsi di lui.
E, in conclusione di questa incredibile avventura, proprio davanti alle spade che si rompono, Jin ammette finalmente di accettare una nuova parte della sua vita altrettanto importante: l’amicizia con Fuu e Mugen.
Fuu Samurai Champloo
Per certi versi, Fuu può essere considerata una simbiosi fra Jin e Mugen.
Infatti, malgrado l’abbigliamento piuttosto tipico e la giovane età, il suo personaggio è determinato e spesso anche più acuto e intelligente dei suoi compagni di viaggio – come si scoprirà proprio nel finale.
Spartisce con Mugen quel lato più irriverente e imprevedibile, a tratti anche piuttosto ingenuo – come quando viene rapita in Pandemonio e in Orecchie da mercante – e così anche nel suo piano di vendicarsi del padre…
…ma spesso è anche la figura che riesce a mettere più di tutti in riga i suoi bodyguard, nello specifico Mugen, quando non si impegnano per portare il pane in tavola o quando sembrano disinteressati alla missione.
In generale, soprattutto nelle prime puntate, Fuu vive un dramma piuttosto comune per le donne nel Giappone dell’epoca: essere usate come merce di scambio per saldare debiti o scommesse perse.
Nonostante questo, la ragazza trova sempre una via di fuga, incoraggiando anche altre donne a ribellarsi.
Per questo, anche Fuu può essere letta come un elemento chiave nella trasformazione del nuovo Giappone.
La sua ricerca del padre, inizialmente molto vendicativa, conclusasi invece serenamente, rappresenta in questa visione una sorta di pacificazione della figura femminile – ancora adesso molto discriminata – con il vecchio modello, con uno sguardo verso il futuro.
Infatti, il risentimento verso il padre è derivato non solo dal suo abbandono, ma anche dall’impotenza della madre, che non ha potuto ritagliarsi un’esistenza dignitosa al di fuori del suo matrimonio, morendo in povertà.
Per questo, la scoperta che Fuu ha saputo gabbare due simboli così importanti del Giappone maschile e tradizionale – Jin e Mugen – racconta una figura femminile che impone nuovi spazi nel Giappone che verrà.
The Office (2005 – 2013) è uno dei più importanti fenomeni televisivi dell’inizio del Millennio, con un importante fandom attivo ancora oggi.
Se non sapete assolutamente niente di questa serie, continuate a leggere. Se invece siete già fan, cliccate qui.
Guida a The Office
Piccola guida introduttiva a The Office.
Di cosa parla The Office?
La storia ruota intorno ad un nutrito gruppo di personaggi che lavora in un piccolo ufficio dell’azienda Dunder Mifflin a Scranton, in Pennsylvania.
La particolarità è il come la storia viene raccontata.
Il taglio narrativo
Secondo un taglio che sarà poi in parte ripreso dall’altrettanto longeva serie tv Modern Family (2009 – 2020), The Office è raccontata nella forma del mockumentary, proprio facendo sembrare il girato quasi un prodotto amatoriale.
Una tecnica piuttosto particolare che permette permettere allo spettatore di assistere sostanzialmente ad una sua costante soggettiva, con gli attori che guardano in camera – quindi direttamente nei nostri occhi – rendendoci incredibilmente partecipi della storia raccontata.
E non è l’unico motivo.
La quotidianità
A differenza di molte altre sitcom precedenti e successive, The Office ha il merito di raccontare una storia incredibilmente quotidiana e realistica nelle sue dinamiche, riuscendo ad ammorbidire anche le scelte più bislacche e astruse, rimanendo sempre coi piedi per terra.
Così, se ci si lascia travolgere da questi personaggi così umani e caratteristici, sarà davvero come vivere all’interno della serie stessa.
Tuttavia, è anche giusto un avvertimento in questo senso.
Inizio e fine
I due problemi principali di The Office sono la prima stagione e le ultime due, specificatamente l’ottava.
La prima stagione riprese il taglio della più sfortunata prima versione britannica del prodotto, che venne conclusa dopo appena quattordici episodi, probabilmente per il taglio troppo cinico della narrazione, che tende ad allontanare spesso il pubblico.
Ma la prima stagione è solo un piccolo scoglio da superare – appena sei episodi – per poi immergersi in una comicità molto più piacevole ed accogliente, che definisce la serie a partire dalla seconda stagione, e che ha portato al grande successo di pubblico negli anni.
Altrettanto problematica è l’ottava stagione, per un cambio fondamentale della serie – che qui non vi spoilero – che l’ha portata a perdere molto smalto e, addirittura, a far fermare alcuni spettatori alla stagione precedente.
Da parte mia vi posso confermare che il penultimo ciclo di episodi, oltre ad essere uno shock, è effettivamente il peggiore della serie, che comunque riesce un po’ a riprendersi nella sua stagione conclusiva.
Insomma, parkour!
Michael Scott
Michael Scott è il personaggio più comico e al contempo più tragico di The Office.
Steve Carell dimostrò negli anni di essere una figura insostituibile all’interno della serie, portando in scena una comicità unica nel suo genere, che viaggiava fra il surreale e il dark humour più spinto, ma che nascondeva in realtà una situazione molto più amara.
In tutta la sua storia al Dunder Mifflin, il suo personaggio, nonostante abbia ottenuto una posizione di successo – probabilmente la più alta a cui poteva ambire – cerca costantemente di fuggirla, inseguendo sempre più disperatamente un sogno apparentemente irraggiungibile.
Ovvero, crearsi una famiglia.
Così la gag ricorrente per cui Michael si innamora e vuole impegnarsi immediatamente con donne che appena conosce, nasconde una frustrazione costante, portandolo a bruciare le tappe in situazioni che si rivelano infine fallimentari…
Parallelamente a questa ricerca disperata, in più di un’occasione Michael cerca soddisfazioni lavorative altrove.
Il momento più comico, ma anche più terribilmente triste, sono gli episodi in cui il suo personaggio si dedica ad un secondo lavoro in uno squallido call-center, pur non avendo nessuna necessità economica in merito…
La totale evasione
Il primo picco di questa evasione è la fondazione della Michael Scott Paper Company, nient’altro che un modo in cui Michael vuole dimostrare agli altri, ma soprattutto a sé stesso, di essere totalmente in grado di condurre un’azienda di successo anche al di fuori – anzi, al di sotto – di Dunder Mifflin.
Ma questa nuova idea si rivela totalmente disastrosa, e in ogni sua parte, a partire dal continuo contrasto fra Ryan e Pam – che, fra l’altro, si trova anche lei in un momento di evasione dopo la rottura con Roy.
Il sogno proibito
Ma il breaking point è la conoscenza di Holly.
In questo frangente The Office dimostra la sua capacità di creare relazioni genuine e avvincenti: Michael e Holly si piacciono perché sono nella maniera più evidente perfetti l’uno per l’altra – per l’umorismo, per il modo di fare…
Così, l’allontanamento forzato dalla sua fiamma non è altro che il primo passo del percorso di Michael verso la realizzazione che ormai la sua esperienza a Dunder Mifflin ha fatto il suo tempo – e, metanarrativamente, per Steve Carell con The Office.
Andare e tornare
Per questo l’addio è anche più devastante.
Nonostante le scene fossero piene di indizi in merito, vedere Steve Carell che si sfila il microfono che ha portato per anni, che si toglie le vesti di quel personaggio iconico che ha definito la sua carriera, e affida le sue ultime parole a Pam, è davvero straziante.
Per Michael Scott è un nuovo inizio fuori scena, e così anche per lo stesso interprete, che al tempo ammise di voler lasciare la serie per dedicarsi di più alla sua famiglia: un incontro fra personaggio e interprete che lascia senza fiato.
E la riapparizione nell’ultima puntata è più triste che consolante.
Quello che vediamo in scena non è davvero Michael Scott, ma è uno Steve Carell che si guarda indietro, che torna a rincontrare gli amici di tanti anni e la sua creatura, arrivata ormai alla sua conclusione:
I feel like all my kids grew up, and then they married each other. It’s every parent’s dream
È come se tutti i miei figli fossero cresciuti e si fossero sposati fra loro. È il sogno di ogni genitore.
Robert California The Office
Purtroppo l’addio di Steve Carell a The Office ha portato ad un buco nero incolmabile e ad una situazione che pervade la terribile ottava stagione, nonché alcuni tratti della nona: la California (& Andy) Era.
Questi due personaggi, nonostante siano così diversi, rappresentano entrambi lo stesso problema: la ricerca di un’alternativa a Michael Scott, prendendo delle direzioni del tutto sconclusionate e per nulla funzionanti.
Robert California dovrebbe essere questo brillante imprenditore che porta delle nuove sfide ai personaggi, ma che finisce solamente per sembrare una figura fuori posto, protagonista di uno dei più improbabili stravolgimenti di trama della serie -la sua elezione a CEO dell’azienda.
E non è un caso che la sua uscita di scena sia così deprimente, senza che il personaggio sembri avere una vera prospettiva di riscatto, ma solo un congedo che fa tirare un pesante sospiro di sollievo e apre le porte ad una discreta nona stagione.
Andy Bernarnd The Office
Andy Bernard è stato il più grande errore di The Office.
Apparso per la prima volta nella terza stagione, resta per la maggior parte del tempo un personaggio di contorno, finché non è costretto al centro della scena a partire dall’ottava stagione, dimostrando un concetto fondamentale:
Non sempre un secondario può essere anche un protagonista.
Ma il principale problema del suo personaggio è che sembra che gli scrittori di The Office non siano stati capaci di inquadrare né Andycome personaggio né Ed Elms come attore comico.
Infatti, Andy ha diversi ruoli durante la serie, ma nessuno che veramente riesca a definirlo come personaggio interessante, anzi diventando così tanto odiato che nella nona stagione per la maggior parte del tempo rimane fuori scena.
E Andy fallisce anzitutto per le sue relazioni, fra l’inutile triangolo amoroso con Angela e Dwight – che cercava di fare il verso a quello con Jim, Pam e Roy – e l’esasperata relazione con Erin – già di per sé uno dei personaggi meno riusciti della serie.
Così è anche peggiore la sua performance come sostituto protagonista: Ed Elmn ha una comicità del tutto diversa da quella di Steve Carell – come si vedrà nella trilogia di Una notte da leoni(2009 – 2013) – eppure si cercò di renderlo un Michael Scott 2.0.
Ne risulta un personaggio a tratti esasperante, che ha delle dinamiche quasi noiose e davvero fuori luogo per la serie – al pari di Robert California, appunto – tanto da essere cacciatodalla scena nell’ultima stagione, trovando fortuna in spazi inediti (e non particolarmente brillanti).
Pam e Jim The Office
Jim e Pam, insieme a Michael Scott, rappresentano uno dei pilastri di The Office.
La serie cercò in diversi momenti successivi di replicare il loro modello – con Erin e Andy, con Angela e Dwight… – non riuscendoci mai fino in fondo, e per un semplice motivo: i personaggi erano troppo sopra le righe.
Infatti, la forza della coppia iconica della serie risiede nella naturalezza e verosimiglianza del loro rapporto: Jim e Pam sono due persone molto comuni e, per questo, molto vicine allo spettatore.
Nello specifico, Jim.
Jim The Office
Jim Halper è il collegamento più diretto con lo spettatore.
Nello specifico, nei momenti più imbarazzanti o bislacchi in cui il suo personaggio guarda direttamente in camera, fungendo da specchio dei sentimenti e delle sensazioni che il pubblico stesso sta provando in quel momento.
Inoltre, Jim è un personaggio totalmente positivo, con pochissimi inciampi durante la serie, il cui lato oscuro è rappresentato solamente dagli scherzi architettati ai danni di Dwight, con cui però il rapporto si va a risolvere verso la fine della serie.
Del tutto comuni e verosimili sono anche le sue ambizioni lavorative.
Jim si trova più volte bloccato nella scalata sociale che lo dovrebbe portare ad assumere ruoli più importanti nell’azienda per i suoi meriti, scegliendo infine di imbarcarsi in una nuova avventura lavorativa, piuttosto rischiosa sia economicamente che sentimentalmente…
Ma soprattutto Jim brilla in confronto a Roy.
Il confronto con il futuro marito di Pam è il fondamentale per la definizione del rapporto stesso con Jim.
Come Roy è un personaggio molto superficiale, con una visione ristretta del mondo e che non sembra capace di impegnarsi, Jim si dimostra più volte premuroso, mai invadente, anzi piuttosto cauto nell’approcciarsi a Pam.
Il momento più lampante in questo senso è la Scuola d’arte.
Se Roy boccia immediatamente l’idea, specificando come non sia il momento, quindi dimostrando di pensare solo a sé stesso, Jim in ogni occasione continua invece ad incoraggiare Pam, dimostrando di non essere così fragile da non poter stare qualche mese lontano da lei.
Infatti, il vero ostacolo alla loro relazione è Pam stessa.
Pam The Office
Pam è la principale artefice della sua infelicità.
In questo senso il suo personaggio non differisce poi molto da quello di Michael: entrambi sono alla ricerca di una stabilità familiare, anche se questa viene ricercata solamente tramite le vie non sempre più convenienti.
Nello specifico Pam si incastra da sola all’interno di una relazione che è chiaramente fallimentare, sia per l’incompatibilità dei due personaggi, sia per il poco effetto e le scarse attenzioni di Roy nei suoi confronti, al punto da darla quasi per scontato.
Per questo Pam per molto tempo si sente incapace di compiere un passo così determinante per la propria vita, preferendo il quieto vivere, la sicurezza di un matrimonio che infine sembra star effettivamente per concretizzarsi…
In questo senso è tanto più importante che sia lei stessa a cambiare vita e che non lo faccia solamente per Jim, prima di tutto tagliando i ponti con Roy, poi prendendo scelte sempre più intraprendenti – come la scuola d’arte e la partecipazione al progetto di Michael.
Tutto è bene?
La relazione fra Jim e Pam è la meglio scritta della serie fino alle sue ultime battute.
L’inizio effettivo del loro rapporto romantico è nella splendida conclusione della seconda stagione, quando un intraprendente Jim sceglie finalmente di dichiararsi, incassando però un momentaneo rifiuto.
Jim è altrettanto intraprendente nei due momenti fondamentali del loro rapporto: quando finalmente la invita al loro appuntamento e,infine, quando le chiede di sposarlo.
In ogni fase della loro relazione Jim ha un solo obbiettivo in mente: far vivere a Pam il momento migliore possibile.
Anche se con un po’ meno di mordente, anche le puntate dedicate alla gravidanza e alla crescita dei bambini sono incredibilmente interessanti, in quanto scelgono ancora una volta di raccontare dinamiche e situazioni realistiche e verosimili, senza nasconderne gli elementi più angoscianti.
E questo è tanto più fondamentale nell’ultima stagione.
La tragedia scampata
La nona stagione di The Office mette più a dura prova il rapporto fra Jim e Pam.
La sua nuova avventura imprenditoriale, cominciata fra l’altro alle spalle della moglie, crea delle crepe apparentemente insormontabili per la coppia, con un Jim che sembra sempre più interessato alla sua carriera lavorativa che alla costruzione di una famiglia con Pam, anche con insensate gelosie…
Emerge così della ruggine fra i due che sul momento mi ha non poco spaventato, dopo un’ottava stagione che non mi rendeva più sicura sul fatto che The Office fosse capace di trattare con intelligenza questo tema.
Invece, il finale di Jim e Pam è perfetto.
Entrambi i personaggi dimostrano veramente di essere maturati: Jim è capace di fare un passo indietro, di rinunciare al suo sogno di carriera, accettando che la parte più importante della sua vita è Pam e la felicità che ha costruito con lei.
Ma soprattutto è importante la scelta finale di Pam, inizialmente restia ad abbandonare la sua confortante routine, invece infine capace di intraprendere una nuova avventura, quindi di non essere tanto egoista da far rinunciare Jim al suo progetto, ma invece pronta a costruire qualcosa di nuovo insieme.
Dwight The Office
All’interno di The Office, Dwight è il personaggio con l’arco evolutivo più interessante.
All’inizio della serie è presentato come una figura sostanzialmente negativa, con un’etica del lavoro ferrea – che lo rende fra l’altro il miglior venditore dell’ufficio – e in costante contrasto con Jim.
In particolare, Dwight fin dall’inizio vive un costante senso di frustrazione nell’essere sostanzialmente il braccio destro di Michael, ma non di riuscire comunque ad avere un ruolo effettivamente importante, ma solo uno puramente inventato – Assistant to the regional Manager.
La sua sete di potere si traduce in diversi frangenti piuttosto spassosi, soprattutto da quando prende possesso del palazzo, imponendo regole assurde e rendendo invivibile la vita dei suoi colleghi, o nelle diverse occasioni in cui diventa temporaneamente capo della filiale.
Ma il momento in cui effettivamente realizza il suo sogno e prende possesso definitivamente dell’ufficio, rappresenta anche il punto di arrivo della sua maturazione: avendo ormai messo da parte le sue ostilità nei confronti di Jim, lo rende addirittura il suo braccio destro e accetta a malincuore le sue dimissioni.
Un amore immorale
L’altro lato della sua maturazione è rappresentato da Angela.
Il rapporto fra Angela e Dwight è così complicato perché entrambi non riescono ad essere sinceri l’uno con l’altra, tanto che per certi versi il loro rapporto, che si dispiega per tutte e nove le stagioni, è quello di Jim e Pam in una veste più austera e rigida.
In questo senso, per quanto i loro personaggi siano molto più macchietistici, è evidente perché siano fatti l’uno per l’altra: entrambi sono molto legati alle regole e ad una morale ferrea, nonostante la stessa venga più volte smentita dai loro stessi comportamenti – nello specifico, i numerosi tradimenti.
Ma più la storia prosegue, più entrambi cercano di salvare la faccia, nascondendosi dietro ridicoli contratti che sembrano legittimare la loro relazione sessuale e il loro desiderio di creare una famiglia insieme, fino al picco emotivo della scoperta che il figlio di Angela non è anche figlio di Dwight.
Così entrambi nelle stagioni finali cercano di nascondersi dietro ad altre relazioni apparentemente più soddisfacenti e giuste, nello specifico Angela con il suo senatore, che le garantisce una posizione sociale di alto livello.
… finché tutta la situazione non le scoppia in faccia, con la rivelazione dell’omosessualità ormai palese del marito.
E infine la scelta di ricomporre per davvero quella relazione spetta a Dwight: mentre Angela è al limite della disperazione, Dwight sceglie di abbandonare quella moglie trofeo per invece sposarsi finalmente con ladonna dei suoi sogni.
The Office personaggi
La bellezza dei personaggi di The Office, in particolare i secondari, è il riuscire a mantenere una caratterizzazione coerente per tutta la serie, senza dover risultare macchiette – con le drammatiche eccezioni di cui abbiamo già parlato…
Kevin The Office
Fra tutti i secondari, il mio preferito in assoluto, e che mantiene fra l’altro un taglio coerente dall’inizio alla fine, è indubbiamente Kevin.
Kevin dovrebbe essere lo scemo del villaggio, ma The Office lo premia costantemente con gag e battute irresistibili, e una presenza scenica che rende impossibile non provare simpatia per questo bambinone troppo cresciuto.
In particolare, del suo personaggio ho adorato due momenti: la gag del chili – in cui mi ci sono rivista anche troppo… – e tutta la dinamica con Holly, a cui viene fatto credere che Kevin sia un po’…lento – con tutta l’ironia che ne deriva.
Creed The Office
Altra nota di merito va a Creed, forse la punta di diamante fra i secondari.
Creed è un personaggio così sfaccettato e sfuggente che ad ogni stagione si scopre qualcosa di nuovo: passa dall’essere rappresentante della filiale, a rivelare il suo oscuro passato criminale, fino a fingere la sua morte, per poi vivere all’interno dell’ufficio stesso.
Questa incredibile mente criminale si scontra con la sua personalità al limite del surreale, al punto che spesso dimentica il nome dei suoi colleghi, o addirittura il tipo di compagnia per cui lavora, come testimonia la sua battuta migliore di tutta la serie:
Not bad for a day in the life of a dog food company.
Una bella giornata per un’azienda di cibo per cani.
Stanley The Office
Sulla stessa linea anche il personaggio di Stanley.
Stanley appare come figura di contorno, chiuso in sé stesso e piuttosto apatico, che passa le sue giornate a fare cruciverba e bada più ai propri affari piuttosto che a quelli degli altri – o del suo stesso lavoro.
In realtà, del tutto inaspettatamente, Stanley ha una variegata attività relazionale, che lo porta a divorziare dalla moglie e a cercare molte altre compagne nel corso delle stagioni, anche per compensare il suo risentimento nei confronti del suo lavoro.
E, soprattutto, nei confronti di Michael.
In particolare, riguardo al loro conflitto è diventata iconica la scena in cui, durante uno dei tanti inutili meeting, Michael cerca di ritrovare l’attenzione di Stanley mentre lo stesso si sta dilettando con le ennesime parole crociate…
E, davanti al l’insistenza del suo manager, Stanley tuona:
Di I stutter?
Sono stato chiaro?
Questa è proprio l’occasione in cui Michael cerca di rimettere in riga il suo dipendente, fingendo di licenziarlo, trovandosi solo ad essere minacciato di azioni legali e finendo per doverlo tenere in ufficio senza che sia cambiata una virgola.
Anzi, Stanley arriva serenamente alla pensione, come scopriamo alla fine della serie.
Kelly & Ryan The Office
Su Kelly e Ryan bisogna fare un discorso a parte.
I loro personaggi risultano quasi bidimensionali e sono spesso ai margini della scena, proprio perché i loro interpreti sono spesso accreditati sia come sceneggiatori che come registi degli episodi.
Infatti, la loro storia non ha un effettivo arco evolutivo, ma piuttosto un pendolo all’interno di un rapporto estremamente conflittuale – soprattutto da parte di Ryan – che li porta a prendersi, respingersi e via così all’infinito.
E, nella maniera più improbabile, riuscendo anche a fuggire insieme nella conclusione.
Ryan nello specifico è uno dei personaggi probabilmente più negativi della serie.
Durante le stagioni si destreggia fra diverse personalità, rivelandosi sempre più di un avido macchinatore, interessato solo al suo guadagno, finché, alla scoperta delle sue attività fraudolente, la sua scalata sociale si blocca.
Insomma, Kelly e Ryan sono dei pop-up characters, personaggi da ripescare all’occorrenza per arricchire la storia di nuovi sbocchi o di piacevoli gag, anche se spesso fine a sé stesse.
Oscar The Office
Anche se di per sé forse non è uno dei personaggi più indimenticabili della serie, Oscar brilla per l’avanguardia di The Office nel rappresentare un personaggio omosessuale non stereotipico, in un panorama seriale al tempo piuttosto desolante.
Ne risulta una figura per niente macchiettistica – anche se Michael più volte cerca di ricondurlo allo stereotipo – ma che piuttosto racconta le difficoltà di una persona queer all’inizio del nuovo millennio, nel farsi largo fra pregiudizi, bullismo e vergogna sociale – che lo porta infatti a nascondere la sua sessualità per lungo tempo.
La sua storia si intreccia anche con quella di Angela, con una delle poche dinamiche convincenti delle ultime stagioni, che purtroppo si traduce in una sconfitta per entrambi…
Phyllis The Office
Secondo lo stesso principio, ho apprezzato molto anche il personaggio di Phyllis.
Una donna di mezza età che rimane molto ai margini della scena, ma che è anche protagonista di piacevolissimi momenti comici – come quello della pioggia, in cui i personaggi fanno scommesse sul fatto che dirà sempre le solite quattro frasi di repertorio:
E così, anche se stereotipicamente non è considerata una donna attraente né desiderabile, gode di un matrimonio piuttosto felice e particolarmente attivo sessualmente, come testimoniano le diverse gag in merito.
Toby The Office
Per un inevitabile parallelismo, è giusto chiudere questa recensione con quello che può essere considerato la nemesi di Michael…
…e il suo alter ego.
Proprio per il suo atteggiamento estremamente infantile, Michael doveva trovare un nemico contro cui scontrarsi… e non è un caso che scelga proprio Toby, che rappresenta la sua peggior paura.
Ovvero, aver raggiunto una stabilità familiare, ma averla inevitabilmente persa, vivendo in una condizione di grande infelicità.
Infatti, per tutte le stagioni il suo personaggio non riesce ad avere un riscatto in questo senso, finendo anzi spesso per essere rifiutato – per esempio con Nellie – o vivendo amori assolutamente impossibili – come quello per Pam.
Come se tutto questo non bastasse, anche gli altri personaggi gli sono molto spesso ostili, per il suo approccio fin troppo freddo e formale alle diverse problematiche che sorgono all’interno dell’ufficio.
In questo senso, proprio all’inizio della stagione, per presentare Toby, Michael racconta la totalità del suo personaggio con una delle mie battute preferite dell’intera serie:
…he’s really not a part of our family. Also, he’s divorced, so he’s really not a part of his family.
…non fa parte della nostra famiglia. Inoltre, è divorziato, quindi non fa neanche parte della sua famiglia.
The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan è una miniserie horror in otto puntate di produzione Netflix – l’ultima collaborazione di questo autore con la piattaforma.
Di cosa parla The Fall of the House of Usher?
Nella lugubre casa in rovina della potente famiglia degli Usher, il vecchio patriarca racconta al suo nemico di una vita, l’avvocato Auguste Dupin, di come ha ucciso i suoi sei figli…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere The Fall of the House of Usher?
In generale, sì.
Anche se a mio parere non è la migliore creazione di Mike Flanagan, The Fall of the House of Usher è complessivamente un prodotto piacevole, che riesce a tenere col fiato sospeso fino alla fine, con anche una certa creatività piuttosto gorenel mettere in scena le varie morti dei personaggi.
Inoltre, come serie gode anche di una sceneggiatura piuttosto solida, che riesce a far tornare tutti i punti della storia nel suo finale, anche alcuni che parevano dei semplici jump scare, ma che invece si rivelano possedere un significato non poco importante.
Insomma, da vedere.
La serie è scandita dalle diverse morti dei personaggi, di cui di seguito analizzeremo le dinamiche e il background.
Prospero Usher morte
Causa della morte
Acido
Perry Usher è la prima vittima della serie, e anche fra le morti più direttamente collegate alle azioni di Roderick.
Prospero è il più giovane di bastardi Usher, totalmente immerso in una giovinezza sfrenata, beandosi dei soldi del padre, ma che insegue anche ciecamente il sogno di poter diventare un giovane imprenditore al pari di Roderick.
La sua avventatezza è la causa primaria della sua morte: nel suo sentirsi così sicuro di sé stesso e delle sue idee, all’interno di una pura ribellione verso il padre, si dimentica di controllare di cosa siano composti quei serbatoiche rappresentano l’apice del suo progetto.
La sua fine è forse quella più scioccante e violenta – oltre quella che fa più vittime, e che non fa altro che far aumentare la pila di morti causati dal padre: oltre alla causa primaria, se Roderick avesse ascoltato di più il figlio, se l’avesse seguito nel suo progetto…
…quantomeno Perry non sarebbe morto in maniera così angosciante.
Camille L’Espanaye morte
Causa della morte
Attacco di un primate
La morte diCamille L’Espanaye è una delle mie preferite, anche perché il suo personaggio è uno dei più velenosi.
Camilla è un’altra dei bastardi Usher, una donna con una carriera di successo, tanto da essere a capo delle pubbliche relazioni dell’azienda di famiglia, ma, al contempo, divorata dall’odio contro la sorella, Victorine.
Insieme a Tamerlane, questo personaggio è uno fra quelli che peggio hanno vissuto l’eredità del padre, diventando delle donne insoddisfatte ed incattivite, con l’aggravante che Camille è sostanzialmente una bambina viziata troppo cresciuta.
Per questo la sua dipartita è lo specchio del suo carattere: sentendosi del tutto in dovere e in diritto di indagare le malefatte della sorella, proprio per la sua hubris viene fatta a pezzi con altrettanta ferocia da Verna nei panni di un primate.
Napoleon Usher morte
Causa della morte
Suicidio
Napoleon Usher èforse una delle morti meno interessanti della serie, una versione in chiave minore della dipartita ben più interessante della sorella, Victorine.
Leo rappresenta uno dei lati più problematici del padre: come il genitore, anche il figlio è incapace di mantenere saldo un rapporto romantico, tradendo il suo compagno, nonostante questo non sembri meritarlo.
Ma Leo è anche divorato dal senso di colpa, rappresentato dal gatto nero: quando il suo tradimento diventa così visibile, l’uomo si affretta a nasconderlo e a rimediare, sicuro di non essere scoperto.
E se nella clinica veterinaria Verna cerca di incoraggiarlo a prendere un altro dei gatti, ovvero indirettamente ad ammettere la sua colpa e provare a ricostruire il rapporto con Daniel, proprio tramite un nuovo inizio…
…Napoleon sceglie invece ancora la menzogna, e così finisce per essere perseguitato dalla sua colpa, tanto da distruggere la sua stessa casa, e infine lanciarsi nel vuoto pur di acchiappare quel maledetto felino…
Victorine Usher morte
Causa della morte
Suicidiocon pugnalata
Victorine è uno dei pochi personaggi effettivamente positivi della famiglia Usher, la cui vita è più di tutte rovinata dall’ambizione di Roderick.
Una promettente chirurga con un futuro brillante, si lascia soffocare dalle richieste del padre di accelerare i suoi esperimenti, portando così a dei risultati posticci ed inefficaci…
…che hanno come risultato il mandare a gambe all’aria tutto il progetto, e, in aggiunta, perdendo la sua più importante componente, Alessandra, a cui era legata da un profondo affetto, del tutto guastato dalle sue ambizioni.
La sua ossessione è quella più straziante: vedendo ormai la sua vita che va a pezzi, cerca anche nei modi più grotteschi di salvare il salvabile, prima tentando di riportare in vita Al, poi iniziando i tanto desiderati esperimenti umani proprio su sé stessa…
Victorine Usher morte
Causa della morte
Sgozzamento
Tamerlane Usher è la secondogenita di Roderick, uno dei figli nati nel contesto dell’amorevole matrimonio con Annabel, di cui soffre tutte le conseguenze.
Nonostante cerchi di mostrarsi una donna decisa ed inscalfibile, Tamerlane è invece un personaggio estremamente fragile, tanto che non riesce neanche a vivere in prima persona la sua vita.
Nel suo distacco all’interno del rapporto – sentimentale e sessuale – con Matt, si riscontra la sua incapacità di vivere appieno, divorata di paura di non essere un’adeguata protagonista, e anzi di poter essere sostituita in un qualsiasi momento.
Proprio nella sua somiglianza con la madre, Tamerlane tratta con profondo odio Juno, la giovane moglie trofeo del padre, ereditando da lui – e nella forma peggiore – la venerazione verso Annabel, tanto adorata ed idealizzata.
Così il suo personaggio finisce per uccidersi da solo, cercando di distruggere il suo doppio nello specchio, per paura che prenda il suo posto a fianco del marito, che lei stessa aveva cercato di ridurre a figura usa-e-getta.
Frederick Usher morte
Causa della morte
Valanga
Frederick Usher è il primogenito della famiglia, ma è anche il suo membro più insignificante, che prende il peggio dal padre.
Quello che dovrebbe essere il prediletto di Roderick, in realtà rimane sullo sfondo per la maggior parte della serie, e diventa importante solamente alla fine, quando mostra la sua vera natura di marito violento e manipolatore.
Infatti Frederick è un uomo estremamente fragile, che per il solo sospetto di un tradimento di Morella, sceglie di tenerla strettamente sotto al suo controllo, paralizzandola a letto e pure torturandola.
Ma nel suo vaneggiamento, finisce ancora una volta vittima di sé stesso, inalando la stessa droga con cui controllava la moglie, vivendo una morte umiliante, mentre la casa – e la sua vita – gli crolla addosso, davanti al suo sguardo impotente…
Madeline Usher morte
Causa della morte
Avvelenamento e Valanga
Madeline Usher è per certi versi la vera protagonista della serie, o quantomeno il burattinaio dietro alle vicende.
Madeline è una mente matematica e fredda, che orchestra fin dall’inizio la caduta rovinosa del fratello, inducendolo a diventare un imprenditore spietato e senza scrupoli, interessato solo al guadagno ed al successo…
…ed anche il personaggio che più di tutti spinge la sua famiglia nelle braccia di Verna, del tutto accecata dal desiderio di arricchirsi e di vivere una vita soddisfacente, e che, per salvare sé stessa, è disposta anche ad uccidere il fratello.
E quando effettivamente Roderick cerca di regalarle una morte dignitosa, quella di una regina, Madeline ritorna in vita e sfoga tutta la sua rabbia e frustrazione per una vita forse non così attraente come pensava, diventando lei stessa l’artefice della loro rovinosa dipartita.
Roderick Usher morte
Causa della morte
Strangolamento
Roderick Usher è colpevole del suo stesso tracollo.
Come la sorella, Roderick ha vissuto tutta la sua giovinezza nell’ombra del padre assente, un uomo ricco ed importante che non aveva fatto altro che usare come meglio credeva la madre, creando una discendenza di bastardi incattiviti.
Spinto dalla rampante intraprendenza di Madeline, Roderick riesce a penetrare l’azienda di famiglia, pur da figlio illegittimo, e così da entrare nelle grazie del capoccia di turno, la cui uccisione rappresenta una sorta di seconda morte della figura paterna tanto odiata.
Immediatamente successivo è il patto con Verna, che racconta tutta la superficialità del giovane Roderick, pronto ad intraprendere una vita di successo, del tutto protetto dalla giustizia terrena, cieco davanti alle vere prospettive di questa decisione.
La volontà di creare un mondo senza dolore– quindi risolvere a posteriori la morte della madre – e con dei figli bastardi ricoperti di attenzioni e di soldi, porta a risultati in realtà estremamente negativi.
Roderick Usher
Il mondo senza dolore fisico è in realtà una generazione di persone dipendenti da un farmaco, che ricadono nei peggiori scenari di dipendenza e di criminalità da strada, per una vita di dolore o di una morte umiliante.
Al contempo, la sua discendenza non trova in realtà alcuna felicità nel patrimonio del padre, tanto che lo stesso Roderick si dimostra quasi indifferente alla morte dei suoi figli, tanto incattiviti e distrutti dalla sua stessa eredità…
…con due importanti eccezioni.
Le uniche due morti per cui il protagonista mostra un po’ di pena è la terrificante dipartita di Victorine, e, soprattutto, la morte del tutto ingiusta di Lenore, che può essere felice solo dell’eredità che lei stessa ha lasciato nel mondo.
Alla fine della sua vita Roderick scopre di essere diventato nient’altro che la stessa figura paterna tanto odiata, con una vita vuota e piena di pentimenti, infine ucciso dalla sua stessa sorella…
Verna vera identità
Sic transit gloria mundi
Quanto è effimera la gloria terrena!
Verna non è il villain della serie.
Il suo personaggio non è altro che un mero esecutore della volontà di Roderick e di Madeline, che hanno scelto consapevolmente una vita votata al guadagno e al successo, indipendentemente dai sacrifici che ne conseguono.
Di fatto Verna permette semplicemente ai protagonisti umani di prendere la strada più facile per cambiare il mondo, obbiettivo che avrebbero in realtà potenzialmente potuto raggiungere senza il suo aiuto, ma magari qualche sforzo in più.
Di fatto Verna interviene nel momento in cui capisce che tipo di persone sono i due fratelli Usher: farebbero qualsiasi cosa pur di avere successo, persino proteggere un’azienda criminale, voltare le spalle ad una persona di fiducia e, infine, murare vivo un uomo.
Niente di tutto questo è opera di Verna.
Di fatto questo demone ha messo gli umani davanti ad una scelta di vita: se i due fratelli Usher hanno scelto la strada più semplice, ma anche più terribile, al contrario lo spietato avvocato Arthur Pym sceglie la via più dignitosa, nonostante lo porti alla prigione.
Così tutto il resto dei personaggi muore semplicemente per una colpa propria: Verna non uccide in realtà – ad eccezione di Lenore –veramente nessuno, ma mette la famiglia Usher davanti alle proprie paure e fragilità, e fai in modo che queste li distruggano.
Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka è una serie tv anime fantascientifica con elementi di horror psicologico.
In Italia fu prima distribuita in home video – in videocassetta (1999 – 2002) e DVD (2001 – 2003) – per poi essere trasmessa su MTV nel 2006.
Di cosa parla Serial Experiments Lain?
Lain è una ragazzina di tredici anni che riceve, insieme ad altre sue compagne, una mail da una compagna di scuola morta suicida. Ma è solo l’inizio di una serie di scoperte molto più oscure…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Serial Experiments Lain?
Assolutamente sì.
Sarebbe da andarci più coi piedi di piombo nel consigliare questa serie, in quanto è un prodotto indubbiamente complesso e non per tutti i palati – per capirci, al confronto Neon Genesis Evangelion (1995 – 1996) è un trattatello di pseudofilosofia – ma personalmente non posso non incoraggiarvi a dargli un’occasione.
Serial Experiments Lain è infatti una riflessione così profonda ed interessante su tematiche che al tempo erano quasi fantascienza, ma che ora sono drammaticamente reali – come l’iperconnettività – da risultare una visione sostanzialmente imperdibile per guardare al presente – e al futuro – con un occhio più analitico.
Insomma, uno di quei prodotti che vanno visti.
Con il fondamentale contributo di Carmelo
Una falsa partenza
Serial Experiments Lain ti inganna fin dall’inizio.
Le motivazioni del suicidio di Chisa Yomoda sono chiare solamente a posteriori, mentre sul momento il suo atto sembra dettato da una sorta di nichilismo, forse provocato da degli atti di bullismo – situazione purtroppo abbastanza tipica nel contesto della scuola giapponese.
Così all’inizio sembra che la storia riguarderà il contatto di Lain, ragazzina del tutto estranea alle dinamiche ed alle funzioni del NAVI e del WIRED, con la defunta, che appare come una sorta di spettro che la perseguita.
In realtà l’atto suicida è solo il primo tassello che indurrà la protagonista a scoprire la sua vera identità e tutte le implicazioni del WIRED, in un paradosso per cui Lain si sente del tutto estranea ad esso, quando in realtà è nata e cresciuta all’interno della rete – e in funzione di essa.
Il mondo altro
Nonostante la protagonista sembri totalmente ignara, in realtà fin dall’inizio è circondata da stimoli visivi piuttosto rivelatori.
Infatti, intorno a Lain sono costanti gli indizi di un mondo altro.
In particolare, la regia si sofferma insistentemente sull’intrico di fili telefonici che sbarra lo sguardo della protagonista e che racconta l’aspetto più materiale delle connessioni umane: nonostante le stesse siano state sempre presenti, quei legami sono stati un passo decisivo nell’evoluzione dell’uomo.
Così anche le ombre nelle strade percorse da Lain raccontano costantemente la presenza di una realtà sotterranea, di una realtà altra, solo apparentemente invisibile, ma sempre desiderosa di emergere, di essere vista…
Questo mondo altro è il WIRED.
Il WIRED è una versione futuristica quanto divinatoria del WEB, una rivisitazione del concetto di cyberspazio – teorizzato in particolare nell’importante contributo di Rushkoff, Cyberia (1994): si tratta fondamentalmente di uno spazio digitale di scambio di informazioni fra utenti, computer ed intelligenze artificiali.
Un concetto che possiamo per esempio trovare all’interno dei diversi social networkche utilizziamo quotidianamente.
Nello specifico, in Serial Experiments Lain si esplora il lato forse più importante del mondo digitale, ovvero lo scambio di informazioni e le conseguenti connessioni che si creano all’interno della r.
Le connessioni anonime
Ma il WIRED non è altro che un punto di arrivo.
In questo senso Serial Experiments Lain è ispirato alla Ipotesi Gaia o del cervello globale: secondo questa teoria, tutto ciò che esiste sulla Terra permette la vita di tutti gli organismi, che sono interdipendenti,andando così a formare una sorta di super-organismo.
Detto in altra maniera, si tratta di una concezione panpischista – e anche proto-pansichista secondo la più recente teoria del filosofo contemporaneo David Chalmers – secondo la quale la materia ha poteri psichici – oppure li ha in potenza – ed è un tutt’uno con l’umano.
Applicando questo concetto al cyberspazio, si arriva quindi alla conclusione che il WIRED non è altro che la creazione di un sistema di connessioni che in realtà erano già esistenti in principio, e che può, come già detto, definire il passo successivo nell’evoluzione umana.
E lo step conseguente è rappresentato dall’abbandono totale del mondo materiale e dei suoi limiti, portando invece l’umano a connettersi in una congiunzione imprescindibile di menti, che fra l’altro ne definisce l’esistenza stessa.
Nello specifico, il Protocol 7, la costruzione di una coscienza unificata.
Per questo, il corpo è il nemico.
Il corpo nemico
L’idea del Protocol 7 di Masami Eiri nasce proprio dal rigetto della ccorporeità.
In questo senso l’idea di corpo come limite è strettamente legata al divino: di fatto il villain ha già scelto di abbandonare il suo corpo, mero contenitore della mente, per diventare il primo uomo effettivamente incorporeo presente nel WIRED.
E così, il Dio di quel mondo.
Infatti, questa realtà alternativa elimina tutti i limiti del mondo materiale, nello specifico lo spazio e il tempo, portando così Masami Eiri ad essere onnipotente ed onnipresente, perché appunto non più definito dalle limitazioni del mondo reale.
Ma il WIRED rappresenta anche la rinascita.
All’interno della rete l’uomo costruisce un suo alter-ego, plasmato secondo il suo desiderio e, in potenza, pure totalmente opposto nel carattere rispetto alla realtà materica, anche grazie alla protezione dell’anonimato online.
Per questo Lain si deve scontrare non solo con Masami Eiri, ma prima di tutto con sé stessa, con questa identità multiforme ed incontrollabile che rappresenta la sua vera essenza divina, la sua forma originaria.
Ma la divinità è fragile.
La divinità fragile
Il divino è intrinsecamente fragile.
Infatti, per quanto Lain possa assumere diversi volti e muoversi liberamente nello spazio e nel tempo, allo stesso modo è strettamente collegata alla percezione delle altre persone, in una condizione di totale dipendenza che le impedisce di possedere un’individualità.
In questo senso Serial Experiments Lain riflette – al pari di altre opere contemporanee come American Gods (2001) – sulla fragilità insita in ogni divinità: se la sua esistenza non è riconosciuta dagli altri, essa semplicemente non esiste.
In questo senso la protagonista ha il compito di eliminare questo limite, rendendo l’umano strettamente dipendente col divino, prendendone proprio la forma e diventando finalmente libero dalla sua materialità.
Invece Lain sceglie di far leva su un’ulteriore fragilità del mondo virtuale, ovvero la sua dipendenza dai dati: se nel WIRED l’uomo esiste solamente come intelletto, esso è anche dipendente dalla memoria, che non è altro che un dato.
E, come tale, può essere cancellato.
Il materiale
La scelta di Lain è dettata dal suo paradosso.
La protagonista non è altro che un programma nato nel WIRED, ma posto all’interno di un contenitore – il corpo – per diventare lo strumento per il collasso del mondo materiale, di cui però, proprio esperendolo, capisce l’importanza.
Secondo questa concezione, attuando il Protocol 7 l’uomo solo apparentemente attuerebbe un passo avanti nella sua evoluzione, mentre in realtà si priverebbe di esperienze fondamentali – quelle fisiche – che sono altrettanto uniche ed imperdibili quanto quelle intellettive.
In questo senso Serial Experiments Lain ci invita a riflettere su come l’evoluzione tecnologica influisca – ed influirà – sulla socialità umana e sulla forma dell’uomo stesso, che in potenza potrà diventare sempre più soggetto alla tecnologia, e così alla sua conseguente alienazione.
In questo senso risultano illuminanti le teorie del pensatore italiano Mario Perniola, che negli Anni Novanta delineò un ritratto sconsolante – ma al contempo speranzoso – della condizione umana, arrivata ad un bivio: continuare a vivere un universo emozionale fatto di sensazioni anonime, oppure ritornare al remoto passato e ritrovare nei suoi modelli un’esperienza più autentica.